RubriCate: Storia nera di un naso rosso di Alessandro Morbidelli (Todaro Editore)

Leggendo le dense pagine del nuovo, ammaliante romanzo di Alessandro Morbidelli (nella foto sotto), chi ha letto Stephen King non può fare a meno di rammentare una frase ricorrente nel romanzo “Pet Sematary”: Il cuore di un uomo è più duro di una pietra. Se poi quell’uomo è un medico, squassato da una soverchiante empatia, obbligato per il ruolo che ricopre a un decisionismo quasi coatto in faccende di vita o di morte, inevitabilmente sarà attraversato da una tentazione di onnipotenza che spaccherà il suo duro cuore in due, aprendo un varco all’ombra.

La durezza del cuore di Kinghiana memoria probabilmente allude all’ostinazione del desiderio. Siamo creature parziali e deformate (una parzialità e una deformità che Alessandro Morbidelli sottolinea nella sottile descrizione dei suoi personaggi), in fuga da noi stessi su circuiti predisposti dalle nostre nevrosi e dalle manchevolezze che ci caratterizzano. E più corriamo più lo strascico d’ombra da cui vorremmo distaccarci si appesantisce dei detriti del percorso, facendoci deragliare con esiti imprevedibili. Questa pare essere la sorte del dottor Angelo Cantiani, giovane oncologo pediatrico e clownterapeuta, investito e distratto dalla propria compassione e pertanto esposto agli agguati del caso. Attorno alla sua dolente e sensuale figura, una costellazione di donne dipinte con rara finezza psicologica, segnate dalla perdita o da una mancanza, sempre in bilico tra scelte estreme, ma tutte accomunate dal filo rosso della maternità.

Ana è la prima delle madri in cui il lettore intruppa. Inchiodata al capezzale del figlio Mircea, il piccolo paziente di Angelo che l’asportazione del tumore ha reso irriconoscibile. Madre è anche Anita, la proprietaria di un negozio di acquariofilia che ha appena perso il figlio e che dalla relazione con Angelo attinge la forza di andare avanti. Madre vorrebbe diventare Alessandra, l’amica di Anita. Mentre Valentina, la fidanzata del medico, studentessa dalla bellezza feroce, è gravata dal fardello delle aspettative dell’amatissima mamma. Serena, ex moglie del dottor Cantiani, paga lo scotto della disfunzionalità del rapporto con la madre distruggendo il proprio matrimonio, ma recupera se stessa nella cura della figlioletta. Silvia, infermiera del reparto di oncologia pediatrica, avversa la maternità concependola come un ostacolo alla convivenza con Ana e tra tutte le protagoniste è quella che possiede una sorta di veggenza, la capacità di identificare a colpo d’occhio l’ombra nel prossimo e in particolare in Angelo, che le assomiglia nell’estrema e coraggiosa onestà dell’introspezione.

Un’onestà e un coraggio caratteristici della magistrale scrittura di Alessandro Morbidelli, abile nel sondare le profondità cangianti dell’animo umano e i sentimenti spesso conflittuali.

A questa declinazione del femminile materno fanno da contrappunto le figure dei bambini. Dei figli. Nella duplice accezione di vittime e di involontari persecutori. Il piccolo Mircea, innestato a una macchina. I pazienti martoriati del reparto di oncologia pediatrica. Il bambino bullo suicida. La ragazzina vessata imprigionata in un corpo sgradevole. Il bambino mai concepito rimpianto e desiderato ogni giorno.

Pochi gli uomini. I padri. Attoniti compagni in un valzer evanescente, furtivi, leziosi e, nel caso di Remo Lentini, papà sciagurato del bambino suicida, alle prese con una rabbiosa frustrazione.

Singolare è l’approccio dello scrittore nell’allestire un mondo tanto complesso e perturbato. Unico nel suo genere. Perché scardina le convenzioni letterarie e assembla la storia mettendo a confronto vari protagonisti e fuochi narrativi. La trama si snoda perciò, anzi ramifica, all’interno di un girotondo di personaggi, in modo anomalo e irresistibile, svelandosi a poco a poco in un saltabeccare dal presente al passato, dall’antefatto all’irreparabile esito, con una modalità che piuttosto che diacronica pare ricalcare uno schema tridimensionale, e assomiglia a un ologramma inquieto. Manciate di dettagli apparentemente casuali, sparsi nelle diverse vicende, a un certo punto mutano in indizi che il lettore ha l’illusione di scoprire in quello che è un ordito ad orologeria. Occorre una grande padronanza della scrittura e un talento da noirista, oltre che da scrittore tout court, per far questo. Perché anche il più piccolo particolare non sia ridondante o superfluo. Perché a ogni pagina il lettore ceda progressivamente alla fascinazione dell’ombra accettando di lasciare dietro di sé i preconcetti buonisti e il terrore di riconoscersi esposto alle pulsioni più oscure.

Storia nera di un naso rosso” è un romanzo sulle impennate del desiderio che non tollera ostacoli e li spazza via. Sull’impossibilità di arginare le conseguenze della disperazione, che spesso si manifestano con un impatto esiziale. Ma è anche un romanzo sulla tenerezza e la consolazione, qualità di cui il dottor Cantiani, questo inafferrabile personaggio che afferma di essere un crocevia di lacrime, è portatore.

Le lacrime sono sintomatiche di un dolore, e il dolore, nella sua radiante impellenza, annienta ogni pulsione e attira e repelle Angelo persuadendolo a farsene carico con delle modalità estreme che nel romanzo sono solo accennate, quasi in un bisbiglio, ai più attenti.

Ma fanno anche, le lacrime, da innesco agli atti amorosi del medico. Come se l’attitudine al soccorso, quell’istinto alla cura, aprisse il varco a un sesso consolatorio, a un amore riparatore e lenitivo.

Una scrittura, quella di Alessandro Morbidelli, accurata, pertinente, capace di tradurre il lessico volatile dei moti del cuore. Di immersioni negli abissi della psiche. Di metafore abbaglianti e altamente poetiche, come l’immagine del reparto pediatrico coricato su un fianco. Di impregnare le pagine di memorabili suggestioni cromatiche come nella descrizione della luce arancione dei lampioni che ferisce lo sguardo con una serie di fitte, o in quella dell’azzurro iridescente nel negozio di acquariofilia di Anita. Che accerchia, incanta, scuote e spiazza. Restituisce al femminile un prezioso e variegato riflesso. Abbatte pregiudizi e insinua nel lettore dubbi e perplessità, come pare debba fare ogni opera d’arte.

Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: Storia nera di un naso rosso di Alessandro Morbidelli (Todaro Editore)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Letto

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