Gli innocenti di Paola Calvetti, Mondadori

Recensione di Patrizia Debicke

Un storia dolce, fragile che poco a poco ricostruisce e cristallizza l’intera vita di due persone.

Jacopo e Dasha, due artisti di gran talento e fama, lui primo violino, lei violoncellista, si sono incontrati e nonostante età, più di vent’anni di differenza, retroscena e abitudini sembrassero incompatibili, si conosciuti, accettati e amati profondamente. Ora che da tre mesi si sono trasformati in due diverse e sperdute entità, separate dall’egoistico io e dalle paure di Jacopo, devono rivedersi, rincontrarsi, risalire insieme sul palcoscenico e andare in scena per il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms, offerto per beneficenza a favore del fiorentino Istituto o meglio Antico Spedale degli Innocenti.

Pagina dopo pagina, con ricordi, che ricostruiscono i flash back di un doppio diario dei protagonisti, Paola Calvetti (nella foto sotto) ripercorre lo scenario, le tappe e gli inciampi della loro storia d’amore.

Dopo una lunghissima assenza, Jacopo ritorna a Firenze, all’Istituto degli Innocenti, dove fu abbandonato quarantacinque anni prima da una giovane madre sconosciuta. Poi, a sei anni, finalmente adottato per la consolazione di una famiglia troppo fragile. Atmosfera poco allegra. Aspettative troppo pesanti e insostenibili, che gli hanno inflitto ferite dell’anima e che, pur regalandogli una vita agiata, l’hanno privato di una vera infanzia. A salvarlo e a regalargli un perché di vita è stato un piccolo violino e le lezioni di musica, un pilastro per cui sognare e costruire il suo futuro. Ma con il passare degli anni, il sapere chi fosse la sua vera madre è diventata per lui quasi un’ossessione. «Come posso scoprire la mia storia se non so da dove vengo?» continua a chiedersi. Perché Jacopo, pur amando, non riesce mai a lasciarsi andare e si crede veramente felice solo quando imbraccia il violino e suona.

Dunque non sempre l’amore è salvifico. Ne sa qualcosa Dasha che dell’amore conserva ancora aperte, dolorose e irreparabil vecchie piaghe. Dasha, nata in un paesino dell’Albania, un borghetto rurale della sua terra dove le ragazze per vivere a modo loro devono combattere con le unghie e con i denti. Dasha che è cresciuta permeata da una tenerezza e un amore familiare che Jacopo non ha mai conosciuto. che per volontà di un padre affettuoso e illuminato, ha potuto studiare il violoncello presso il Conservatorio di Tirana, quel violoncello destinato a diventare il suo miglior amico. Alla catastrofica caduta del regime, imbarcatasi nel porto di Durazzo con il suo strumento, è sbarcata a Brindisi il 7 marzo del 1991 insieme a migliaia di profughi come lei. Costretta ad andarsene, a fuggire lontana dalle sue radici, ma la musica ha operato il miracolo di renderla più forte e in un certo senso di proteggerla, facendole superare il dolore.

Tuttavia neppure Dasha, che ora è seduta e suona di nuovo accanto a lui, è riuscita a distogliere Jacopo dall’angoscia di un passato che ha ancora il potere di avvelenare il presente, rendendo i due amanti orfani di un possibile comune futuro. Dove ad aspettarli, forse, potrebbe esserci un bambino. Ma che sia impossibile capire fino in fondo la natura della musica finché non si riesce a comprendere quella vera e tangibile dell’amore?

Forse? E comunque Jacopo e Dasha si amano, hanno voglia di vivere insieme e proprio prima e durante la straordinaria esecuzione del Doppio di Brahms accadrà qualcosa di totalmente imprevisto. La musica domina e, assurgendo alle sue vette più alte, diventerà eco e testimone di una straordinaria rivelazione. Poi ci sarà il silenzio fatto d’ incanto e di amore e una nuova e più compiuta realtà.

Romanzo coinvolgente e di rara delicatezza che affascina, commuove, conquista e appassiona. Belli e sentiti i ritratti dei due protagonisti. Da leggere.

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