“La notte ha la mia voce” di Alessandra Sarchi (Einaudi)

di Patrizia Debicke

Dopo Violazione (2012) e L’amore normale (2014), questo è il terzo romanzo di Alessandra Sarchi (nella foto sotto).

Una giovane donna, madre di una bambina e compagna, ha perso a causa di un incidente in macchina l’uso delle gambe. Attonita, ancora sgomenta, le pare di occupare un corpo che non è più il suo, sente che è sì viva, ma galleggia in una specie di limbo lattiginoso, sfiorato dallo sbadato quotidiano dei sani. Quel quotidiano di un universo facilone ed egoista che calpesta puntualmente i diritti di chi deve convivere con i propri limiti. E lo fa senza umanità, impunemente. Quante battaglie ancora dovranno essere combattute e vinte per concedere ai disabili tutti i loro sacrosanti diritti?

Alessandra Sarchi affronta in questo romanzo in modo essenziale e senza inutili ipocrisie, la sua drammatica esperienza personale, vissuta ogni giorno, ogni settimana, ogni mese e anno, crescendo intimamente fino a guadagnare sempre di più consapevolezza, forza e spazio vitale e mentale.

A trent’anni, da un giorno all’altro la mazzata di una cruda diagnosi: resterà implacabilmente paralizzata dalla vita in giù. E allora i tanti flashback che la riportano a un’infanzia e una giovinezza normali e felici del prima, e poi quei giorni iniziali in ospedale: l’intervento seguito dalla soffocante nebbia della rianimazione, la fisioterapia, la riabilitazione, le inutili speranze materne di rivederla in piedi e camminare. Il timore di non poter più occuparsi di sua figlia, di una bambina piccola, che deve e vuole crescere…

Alessandra Sarchi racconta “la brama della polvere, della terra che ti fodera fino ai malleoli e s’appiattisce sotto i talloni”, mentre si sente prigioniera “acculata sulla sedia” sempre costretta a un livello inferiore, la spasmodica nostalgia per la danza, sua compagna fin da quando era bambina, confessa l’ansia e l’ipocondriaca paura di ogni sintomo che ti costringe a dipendere dai medici.

E poi il quotidiano in sedia a rotelle, la rabbia che serra lo stomaco, le scarpe buttate via, i neuroni specchio che t’illudono mentalmente quando vedi qualcuno danzare. La mentale finzione di camminare con eleganza davanti al cartellone delle affusolate e slanciate gambe di Kate Moss.

Ma non è solo illusione, perché quella chance che hai perduto per sempre, scarpe con i tacchi o piedi nudi sulla sabbia, sembra ancora là e persino in grado di regalare le emozioni che percepiresti. E forse sono dei sintomi positivi che denotano un’insaziabile volontà di fare e di vivere, al di là delle odierne barriere imposte dal fisico. “Un po’ come succede con la pornografia”, dichiara infatti Giovanna. Conosciuta prima solo come voce squillante, sensuale, al di là di una tenda durante le sedute di fisioterapia, Giovanna, sua coetanea, che ha subito l’amputazione di una gamba e ha l’altra paralizzata, è un personaggio, che nonostante la grave menomazione, esprime un vortice di idee e di vivacità e ha scelto di andare avanti, battendosi ogni giorno. Anche se non può usare le gambe, vive con entusiasmo, fantasia, ha ancora aspirazioni. Le sue aspirazioni faranno rinascere i desideri sepolti della sua nuova amica, che non ha ancora capito quanta rabbia si può permettere, e che fatica ad abituarsi a un orizzonte abbassato all’altezza delle maniglie, degli interruttori e dei pulsanti degli ascensori.

La casa di Giovanna è tappezzata di foto di danza e danzatori. Il suo strano e segreto lavoro: di voce erotica che risponde da un call center notturno per ascoltare le fantasie di uomini soli. Un’ inusuale amicizia che offre nuove visioni e l’immersione in un mondo diverso. Distorsione? Grazia? O solo libera scelta.

Giovanna, fulcro pulsante e che dà il titolo al libro, sarà la molla che spingerà la protagonista a impegnarsi nella rivincita. Ed è proprio l’incontro di una donna sfiduciata e sfinita con Giovanna, da lei soprannominata la Donnagatto, che la costringerà a cambiare il suo modo di guardare se stessa e gli altri.

Alessandra Sarchi non assegna etichette alla sua Donnagatto, la fa confrontare con la sua protagonista, mentre percorrono insieme un pezzetto di vita. Poi la Donnagatto, irrequieto spirito libero, se ne va e scompare. A distanza di mesi la sua famiglia dice di averne rare notizie: è partita, è in viaggio, lontana. Ma ha lasciato dietro di sé l’eco della sua splendida voce e una straordinaria lezione di libertà.

La tematica del corpo, da sempre al centro della narrativa di Alessandra Sarchi, si sviluppa al meglio in La notte ha la mia voce (simbolico, nel romanzo, il ritorno di personaggi che abitano racconti scritti in passato). La rappresentazione della disabilità, data la vicinanza della condizione fisica tra l’autrice e l’io narrante, non si presta mai allo show mediatico ma, con l’uso di una scrittura misurata, espone con serenità le miserie del corpo evitando un facile pietismo, brilla per l’assenza di sedativi religiosi, ma spiega la rabbia e l’ironia senza falsificare la realtà, solo la valuta diversamente.

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Una risposta a “La notte ha la mia voce” di Alessandra Sarchi (Einaudi)

  1. Piera Carroli ha detto:

    Wow pare davvero Bello
    Non ho letto niente di lei

    Sent from my iPhone

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