Libri in viaggio – Patagonia e Terra del Fuoco

  • “In Patagonia”, Bruce Chatwin – Adelphi.
  • “The Other”, Ryszard Kapuscinski – Verso Books.

Ci sono paesaggi che entrano a far parte della propria geografia personale, posti per cui si sente un forte e strano senso di attrazione e appartenenza, strade su cui in qualche modo è possibile ritrovare se stessi.

I intent to spend Christmas in the middle of Patagonia / I am doing a story there for myself, something I have always wanted to write up’.

(Ho intenzione di passare il Natale da qualche parte in mezzo alla Patagonia / Scriverò una storia laggiù, per me stesso. Qualcosa che ho sempre voluto raccontare.)

Lo dice nel 1977 un giovane Bruce Chatwin in un telegramma mandato al Sunday Times Magazine, dove lavora come consulente di arte e architettura: è la sua lettera di dimissioni, scritta appena prima di partire. La scintilla è una cartina geografica, il pretesto è il tracciare una storia di famiglia e il risultato un grande romanzo che racconta l’identità di quelle terre alla fine del mondo, estreme e affascinanti, che all’epoca non conoscevano ancora il turismo di massa. Grazie a quell’avventura, Chatwin scriverà il suo primo libro ‘In Patagonia’ tradotto da Mariagrazia Gini e pubblicato in Italia da Adelphi, quello che è universalmente riconosciuto come un cult nel genere dei libri di viaggio.

Sulle tracce di un mostro preistorico e di un parente navigatore, l’autore passa sei mesi in Patagonia e Terra del Fuoco e le sue parole – insieme alle sue incredibili esperienze e incontri – trasmettono il carisma di una persona straordinaria. Bruce Chatwin era un vero viaggiatore, oltre che un grande scrittore, le pagine di ‘In Patagonia’ lo testimoniano: parlano di scenari di una bellezza aspra e selvaggia che racchiudono tutte le declinazioni della natura battuta da venti gelidi, neve e sole spietato ma non sono solamente un avvincente racconto di viaggio. Sono soprattutto un ritratto sociologico, storico e culturale; sono storie che descrivono una geografia umana sorprendente.

Patagonia e Terra del Fuoco si aprono agli occhi di Chatwin come luoghi di confine per rifugiati della vita e dell’anima, così come li definiscono ancora oggi i loro abitanti. Qui lo scrittore incontrerà coloni gallesi e tedeschi aggrappati alle loro tradizioni, origini e convenzioni sociali, arroccati in chalet di campagna inglese o castelli bavaresi; i gauchos delle fattorie da far west e delle baracche di lamiere, gli esuli boeri, lituani, scozzesi, russi con la loro nostalgia per le patrie perdute, i ricordi di Butch Cassidy e Sundance Kid, di Simón Radowitzky e delle prime manifestazioni anarchiche e di dissenso sociale. Ma in Patagonia e Terra del Fuoco c’è anche il passato che la gente ha dimenticato o sta cercando di dimenticare, e i fantasmi di un’intera popolazione cancellata dalle sue stesse terre. Attraverso le testimonianze di altri, Chatwin racconta di quegli abitanti originari di cui non esistono più discendenti diretti. A qualche secolo di distanza dai primi esploratori, tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento le popolazioni native furono sterminate dai conflitti e dalle persecuzioni dei coloni, dalle malattie infettive per le quali non possedevano difese immunitarie e dalle deportazioni di massa. E nel desiderio di civilizzarli le missioni religiose fecero il resto, distruggendo l’identità di quei pochi che erano sopravvissuti a un pogrom cui la storia accenna appena. Così un’intera etnia si estinse in meno di un centinaio di anni, e ai giorni nostri non ne è rimasta più traccia se non nelle testimonianze dell’epoca di Magellano. Solo nell’aria si può avvertire una certa magia, qualcosa che il conquistatore europeo non è riuscito a spazzare via ancora prima di comprenderlo. Perché’ la Patagonia e soprattutto la Terra del Fuoco sono luoghi incantati, e carichi di mistero. Lo dicono gli abitanti di adesso, lo sente chiunque ci si avventuri e lo raccontavano le persone con cui parlò Chatwin. Sono i luoghi di un mondo perduto che l’uomo ha finalmente imparato a rispettare almeno nella sua natura, al contrario di quanto fece con la sua cultura e le sue tradizioni originarie. E oltre il fascino e la bellezza di un viaggio alla fine del mondo, è anche questo ciò che traspare dalle pagine di ‘In Patagonia’: una riflessione sul rispetto della diversità e l’importanza di accettarla ed esserne curiosi, piuttosto che imporsi su di essa.

Un altro libro che offre un’interessante e profonda analisi sulla percezione del concetto di “altro” e che ho letto prima di partire per il sud America è “The Other” scritto dal giornalista Ryszard Kapuscinski, pubblicato nel Regno Unito da Verso Books e tradotto in Italia da Feltrinelli. E’ un saggio breve, ma è anche il frutto di una vita intera spesa a viaggiare, incontrare e conoscere culture diverse dalla propria. Kapuscinski fu uno dei grandi personaggi del nostro tempo e lo scrisse accompagnando il rigore giornalistico ad una meravigliosa curiosità e abilità da romanziere. Il suo più grande interesse è sempre stato nella natura dell’uomo e negli anni 2003-2004 tenne una serie di lezioni in cui esplorò il tema del rapporto con la diversità proprio in alcuni luoghi simbolo dei grandi drammi portati dalla discriminazione, cercando di analizzare ciò che l’esperienza gli aveva posto davanti. In seguito queste lezioni furono raccolte nel libro ’The Other’ dove Kapuscinski passa in rassegna la storia antica e recente per capire cosa abbia significato nei secoli passati essere europei e non-europei (nel senso geografico e non politico del termine), colonizzati o colonizzatori, subire o imporre un’identità. Guardando al concetto di alterità attraverso le lenti degli incontri che lui stesso ha fatto in Africa, Asia e America Latina, e con il bagaglio formativo considerevole della sua esperienza lavorativa, l’autore di questo piccolo ma prezioso libro racconta in modo efficace come in un mondo globalizzato ma ancora profondamente diviso, il concetto di altro rimanga una delle più affascinanti e complesse questioni da risolvere per l’uomo del nostro tempo.

And so the three possibilities I have mentioned have always stood before man whenever he has encountered an Other: he could chose war, he could fence himself in behind a wall, or he could start up a dialogue’.

(E così, le tre possibilità che ho menzionato prima sono quelle che si sono sempre parate di fronte all’uomo ogni qualvolta abbia incontrato un Altro: avrebbe potuto scegliere la guerra, trincerarsi dietro un muro, oppure iniziare un dialogo.)

Lo afferma Kapuscinski nel capitolo “L’incontro con l’altro come una sfida del ventunesimo secolo”, una sfida che deriva in parte da un lungo contesto storico di colonizzazione caduto solamente nella seconda metà del ventesimo secolo. Questa nuova apertura potrà trasformasi in una grande opportunità? L’autore, come tutte le grandi persone, non ha risposte. Offre solamente immagini forti, che incitano a pensare, come quella che viene alcune pagine dopo.

The concept of the Other is usually defined from the white, European point of view. Nowadays, however, as I walk through a village in the mountains of Ethiopia, a gang of children runs after me, pointing at me in amusement and shouting: “Faranji! Faranji!” that means “foreigner”, “other”, because to them I am an Other. In this sense, we are all in the same boat. Every one of us living on this Planet is an Other in the view of Others’.

(Il concetto di Altro è sempre stato definito dall’uomo bianco, e da un punto di vista europeo. Eppure, recentemente, quando ho attraversato un villaggio di montagna in Etiopia, un gruppo di bambini mi è corso incontro additandomi in modo divertito. Urlavano “Faranji! Faranji!” che significa “straniero”, “altro”. Perché per loro io sono l’Altro. E in questo senso, siamo tutti sulla stessa barca: ognuno di noi vive in questo Pianeta come un Altro agli occhi degli Altri.)

Immagini che dovrebbero servire a non lasciarsi sfuggire la preziosa possibilità di aprire gli occhi sul presente, di svegliare la mente e il cuore onde evitare di ricadere negli errori del passato; quelli che, per esempio, hanno distrutto l’identità originaria di un angolo di mondo meraviglioso come la Patagonia e la Terra del Fuoco.

di Elisa Della Scala

 

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2 risposte a Libri in viaggio – Patagonia e Terra del Fuoco

  1. patrizia debicke ha detto:

    Bello, mi piacerebbe andare, mi fa ripensare a Verne

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