La più amata di Teresa Ciabatti (Mondadori)

di Marilù Oliva

«Il neuropsichiatra infantile a cui si rivolge mio padre è un luminare che arriva da Roma apposta per me. Dottore, premesso che io sto benissimo, dico sedendomi di fronte a lui. Ho molti amici che mi amano, lei non sa quanto mi amano, la gente in generale mi ama, la mia vita è incredibile, dottore, ho tutto quello che voglio, e poi sono bella, una bella ragazza, non che pensi all’amore, è presto, più che altro è l’insieme, un magnifico insieme di felicità. Lui mi fissa: volevi morire?»

Un romanzo autobiografico, “La più amata” di Teresa Ciabatti, tra i 27 candidati alla LXXI edizione del Premio Strega, frutto di mesi di ricerca compulsiva durante i quali l’autrice ha cercato di ricostruire la sua (in parte molto oscura) storia familiare. Cresciuta come protetta da un mantello verso tutti i presunti pericoli che provenivano dal mondo esterno ma priva invece di protezioni rispetto a tutto ciò che sono le dinamiche interfamiliari, la piccola Teresa è vittima di aspettative ed ansie genitoriali. Vive in una villa a Pozzarello con undici bagni e piscina, la sua è una famiglia altolocata di cui, però, Teresa, soffrirà la disgregazione e la caduta finanziaria.

Sua madre è un’anestesista (una delle prime, una delle pochissime in Italia, a quei tempi), suo padre – Lorenzo Ciabatti – un rinomato primario di chirurgia. Stimato e ossequiato, i suoi pazienti lo coprono di regali e la sua popolarità si estende nei territori attorno a Orbetello. Dicono che sia generoso, buono. La gente lo considera quasi un santo, lo riveste di una sacralità che estende ai familiari e anche solo nominare il professor Ciabatti consentirà alla pubere Teresa di liquidare un potenziale molestatore. Ma dietro quest’uomo che ha lavorato a New York e che possiede immobili a bizzeffe aleggia molto di più.

L’ombra della P2 apre uno squarcio su quella che è stata la storia d’Italia meno battuta e ad alcuni capitoli si aggiungono, in chiusura e con uno stacco volutamente saggistico rispetto all’andamento narrativo, note su personaggi o eventi nostrani non sempre chiariti, sui quali pendono ancora diverse ipoteche, come nel caso del Golpe Borghese:

«La notte del 7 dicembre 1970, un gruppo di uomini capeggiati da Junio Valerio Borghese (già comandante della Xa MAS) tenta un colpo di Stato. Il golpe viene fermato in corso di esecuzione dallo stesso Borghese per motivi mai chiariti. Nei piani c’era l’occupazione del ministero dell’Interno, del ministero della Difesa, e delle sedi RAI. Prevista la deportazione degli oppositori in Parlamento. Sempre nei piani erano stabiliti il rapimento di Giuseppe Saragat, capo dello Stato, e l’assassinio di Angelo Vicari, capo della polizia. Dagli studi RAI, Borghese avrebbe diffuso il proclama ufficiale alla nazione: «Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo…» (testo ritrovato nei cassetti di Borghese). Una delle teorie è che lo stop del golpe fosse stato un ordine dei servizi americani, che avrebbero dato sostegno al colpo di Stato solo nel caso che a capo del nuovo assetto politico ci fosse stato Giulio Andreotti, il quale, invece, rifiutò».

Perché il dottor Ciabatti è oggetto di un sequestro, lo stesso con cui si apre il romanzo? C’è qualcosa che nasconde, qualcosa che non torna in questo medico tanto dedito al lavoro. Di Lorenzo Ciabatti si dice a un certo punto che ricoveri latitanti sotto falso nome, boss della camorra, gente di prestigio. Sua figlia lo definirà calcolatore, vendicativo, amante del potere, fascista. E forse nella parabola discendente di quest’uomo di successo c’entra qualcosa la società petrolifera fondata insieme a un nuovo amico, personaggio spuntato dal nulla in grado di rendersi amabile a tutti.

Finché il matrimonio va in crisi, la moglie Francesca si rivolge a un investigatore e intanto elude le domande incalzanti di Teresa: «…ma papà era della P2? …Sicura che non era della P2?».

Questo libro racconta con un narrato immediato, talvolta complice, uno spaccato del Belpaese che lambisce zone occulte, ma racconta anche una minima frazione della nostra società, quella ricca che precipita, e approfondisce il disagio di una giovanissima che non trova un senso d’appartenenza, a partire dal proprio corpo. La famiglia emerge con prepotenza sulle vicende esistenziali di questa creatura, prima bimba viziata e coccolata, poi adolescente ribelle catapultata dalla Toscana a Roma, quindi donna di quarantaquattro anni che vuole sapere. Di sé questa donna fa un ritratto che forse vuole essere respingente:

«Mio fratello mi considera una squilibrata, e forse lo sono: agitata, sospettosa, inquieta, anaffettiva, mai andata sulla tomba dei miei genitori, interrotti i rapporti con il resto della famiglia, senza litigi, semplicemente per mancanza di cura. Egoista, superficiale, asociale».

Sarà pure anaffettiva ed egoista. Sarà pure distante dal modello ideale di madre propinato dal Mulino Bianco, sfuggente quando si tratta di accompagnare sua figlia alla scuola materna (Teresa: sei in buona compagnia!), ma a noi lettori questa scrittrice risulta tanto sincera quanto brava e simpatica.

 

 

 

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2 risposte a La più amata di Teresa Ciabatti (Mondadori)

  1. eugenia borghi ha detto:

    Grazie Marilù, leggerò sicuramente questo libro. Anche io ho dei tratti psicologici che somigliano a quelli di Teresa. Considerata superficiale verso i miei genitori e anaffettiva, bisogna vedere le ferite che hai nell’anima prima di giudicare !

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