Libri in viaggio – Grecia, isole Hydra e Leros

 di Elisa Della Scala

  • “Travels with Epicurus”, Daniel Klein – Oneworld Publications.
  • “La prima verità”, Simona Vinci – Einaudi.

La Grecia è una delle prime civiltà che sorsero in terra europea, una cultura ricca e complessa frutto di una storia con radici profondissime; ed è anche, notoriamente, patria di filosofi che hanno indagato il mistero della vita e i meandri nell’animo umano. “Conosci te stesso” è scritto sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi, ed è forse con questo pensiero in testa che Daniel Klein – scrittore e giornalista americano – alla tenera età di settantatré anni parte per l’isola di Hydra alla ricerca del modo migliore di essere se stessi durante la vecchiaia. “Meditazioni da un’isola greca sui piaceri della terza età” cita il sottotitolo di “Travels with Epicurus”, il libro nato da questo suo viaggio, pubblicato in UK da Oneworld Publications.

Stufo di essere circondato da persone che non riescono ad accettare e soprattutto a gioire dello scorrere degli anni e delle trasformazioni fisiche che ne conseguono, Klein decide di passare del tempo con alcuni amici di un villaggio nel mare Egeo non lontano dal Peloponneso dove era già stato anni prima, scoprendo grazie a loro un modo più autentico e soddisfacente d’invecchiare. I personaggi con cui condivide le sue giornate a Hydra sembrano infatti a proprio agio con la fase della vita in cui si trovano: non sono per niente ossessionati dall’idea di cercare di rimanere giovani a forza di cerotti di testosterone o interventi di chirurgia estetica, come lo sono invece i suoi coevi d’oltreoceano. E incarnano perfettamente l’assioma alla base del ragionamento di Klein, ossia che la vecchiaia è un privilegio da assaporare piuttosto che una malattia da curare o una condizione da negare.

Attraverso i dialoghi e i silenzi, grazie all’osservazione della vita nella piccola e felice isola greca e alla memoria del suo personale passato in giro per il mondo, Klein ci spiega la natura di una felicità semplice partendo dall’esempio di Epicuro. Noi esseri umani abbiamo solo pochi bisogni che sono davvero importanti: cibo e riparo, oltre a ciò che il filosofo greco chiamava pensiero o la libertà di godersi la conversazione, l’arte e la cultura; e, non da ultimo, gli amici. E il consiglio di Klein per i viaggiatori della vita non è altro che quello di concentrarsi sulle piccole esperienze quotidiane e sulla condivisione con gli altri. Per stare bene con se stessi, in sostanza, basta essere in armonia con il tempo presente e con l’evoluzione del proprio corpo e della propria personalità. Oltre a Epicuro, nel suo lavoro Klein passa da Platone e Nietzsche, Jean-Paul Sartre, Frank Sinatra e Cole Porter per sottolineare come noi tutti abbiamo l’obbligo di trasformare la nostra esistenza quotidiana in un viaggio significativo, cumulando quel bagaglio prezioso di conoscenze ed esperienze che sarà prezioso quando saremo anziani.

“Travels with Epicurus” è un libro che riesce ad affrontare temi profondi e importanti con straordinaria leggerezza, ironia e autoironia. Sono pagine che scorrono veloci ma che stimolano la riflessione. A qualsiasi età e non solo nella vecchiaia. Perché, come diceva Epicuro, “Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire.”

Capire il complesso rapporto con se stessi, chiave di un’esistenza soddisfacente, è anche uno dei temi di un altro bellissimo libro: “La prima verità” di Simona Vinci, pubblicato da Einaudi. Ambientato a Leros – un’altra isola Greca – racconta l’animo umano nelle sue declinazioni più complesse, quelle che sfuggono all’etichetta di una presunta “normalità” e che per questo fanno paura e vanno in qualche modo nascoste se non addirittura eliminate.

Questo lavoro straordinario, vincitore a buon diritto del Premio Campiello 2016, non è solo un romanzo: Simona Vinci mescola sapientemente narrativa con reportage e autobiografia. “La prima verità” parla dell’isola-lager di Leros ma accenna anche all’esperienza personale dell’autrice, all’ospedale psichiatrico e ai “mattucchini” del suo paese di origine, Budrio, e contiene il resoconto testimonianza di una visita come giornalista al manicomio di Freetown in Sierra Leone dove sono rinchiusi i relitti umani della sanguinaria esperienza della guerra civile. Ma “La prima verità” è anche poesia, sin dal titolo che prende in prestito un verso del poeta greco Ghiannis Ritsos cui è dedicato.

Le pagine di Simona Vinci sono intense e scritte in modo potente, quasi destabilizzante; così come lo è la vicenda realmente accaduta che ci viene raccontata. Il libro si apre con la storia di Angela – personaggio di finzione, forse alter-ego dell’autrice? – una ragazza italiana di ventidue anni che nel 1992 sbarca nell’isola greca per lavorare come volontaria in uno dei più controversi ospedali psichiatrici del novecento. Leros fa parte dell’arcipelago del Dodecanneso ed è proprio lì che viene fondato nel 1959 l’istituto per malati di mente nel quale è ambientato il romanzo, in cui i più elementari diritti umani furono calpestati con metodo e violenza. L’isola è stata una prigione tremenda per le persone scomode alle loro famiglie e anche al regime, durante la dittatura dei Colonnelli a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Fino al reportage del giornalista John Merritt pubblicato sul settimanale “The Observer”, che alla fine degli anni ottanta ha fatto scoppiare uno scandalo internazionale.

Angela si rende subito conto della realtà in cui ha messo piede.

“Non ce ne fu bisogno, di capire, perché quello che videro subito dopo fu ancora peggio e chiarì che lì, in quel posto e in quel momento, qualsiasi cosa poteva accadere: anzi era già accaduta.”

A Leros le persone sono dimenticate, e trasformate in fantasmi: morti in vita cui non è più riconosciuto neanche il diritto ad un nome, tanto meno alla dignità. In quel luogo maledetto la giovane si scontra con una ferocia umana inaudita e di fronte agli orrori di cui è testimone reagisce cercando la verità come salvezza, per gli altri e per lei stessa. Accede fortuitamente all’archivio abbandonato nei sotterranei, e scopre come quell’istituto sia stato anche il posto di confino di dissidenti politici oltre che degli indesiderati dalla società. La sua ricerca vuole restituire vita e identità alla gente transitata tra quelle mura, riuscendo a riconoscere loro una storia personale che s’intreccia con quella del loro tempo.

“La nostra vita incrocia per vie misteriose quella di altri esseri umani, e a volte si ha la sensazione di poter in qualche modo emendare e riscattare l’esistenza di qualcun altro.”

Così, dentro all’ospedale-lager di Leros, Angela approfondisce la vita di Teresa, di Basil e del bambino Temostocles: vittime della violenza domestica, dell’abuso psicologico, dell’indifferenza, dell’incomprensione e degli sbagli genitoriali. E quella del poeta e prigioniero politico Stefanos – personaggio liberamente ispirato a Stefano Tassinari – che ha pagato a caro prezzo la difesa delle proprie idee e della libertà: l’ideale di trasformare il mondo in un luogo migliore. Ma Angela capirà che le vittime sono anche gli stessi carcerieri, spinti dalla povertà più nera ad occuparsi di un lavoro sporco e infame che però potrà almeno garantire un pasto e un futuro ai loro figli. Perché Leros è un’isola povera, aspra e battuta dal vento, dove tutto è un relitto: il paesaggio, i fondali sottomarini, gli stessi abitanti che si reinventano da pescatori a infermieri psichiatrici pur di sopravvivere alle macerie dell’occupazione fascista italiana dopo la seconda guerra mondiale.

Tutti i personaggi del libro, dal primo all’ultimo e non solo quelli sull’isola greca, sono dei disgraziati: tutti vittime di un sistema che dovrebbe rappresentare una civiltà evoluta e che invece ha fallito proprio nel difenderne i suoi rappresentanti più deboli. Qual’è, allora, la prima verità di cui parla il titolo? Forse è semplicemente esserci, esistere. Nonostante tutto. E, a mio avviso, Simona Vinci ne scrive un bellissimo corollario:

“Si diventa ciò che si è destinati a diventare, volenti o nolenti e ogni vita si accomoda bene o male sul terreno sopra il quale riesce ad attecchire: a volte si tratta di un pascolo verde, altre volte di un deserto sassoso, ma non é detto che la mucca al pascolo sia più felice della iena affamata.”

Credo che il legame tra questi due libri – “Travels with Epicurus” e “La prima verità” – così diversi ma allo stesso modo straordinari, sia l’empatia come arma di salvezza dalla corruzione del tempo e degli uomini. La comunicazione emotiva è l’unico ponte vero tra le persone così come lo è tra passato, presente e futuro. E la poesia. Che si trova non solo nei versi sparsi all’interno del romanzo di Simona Vinci, ma anche nelle citazioni filosofiche nel libro di Daniel Klein. Soprattutto, nelle pieghe della vita e nel saper guardare al di là dell’aspetto esteriore per cogliere l’essenza dell’animo, un messaggio comune a entrambi i lavori. Perché sia la follia che la vecchiaia, hanno tantissimo da insegnare quando ci mettono di fronte a domande per cui non esistono risposte se non il monito a scavare a fondo dentro noi stessi.

Entrambi i libri sono quindi due viaggi – uno nella filosofia e l’altro nella storia – ma tutti e due lo sono nell’animo. Il primo con sottile ironia, il secondo come un pugno nello stomaco. Con lo stesso, meraviglioso effetto: fanno pensare.

 

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