RubriCate: IL COMMISSARIO SONERI

Il commissario Soneri  e la legge del Corano

di Valerio Varesi

(Frassinelli)

Nessuno descrive la nebbia come Valerio Varesi, che ne è indiscusso cantore. L’acquea foschia della fumana, così come la neve che ammanta Parma e l’Appennino, fanno da sfondo amniotico alle sue storie. La chiave di lettura di questa predilezione, per così dire meteorologica, è indubbiamente metaforica. La nebbia e la neve rappresentano l’accecamento. Soprattutto la nebbia, immagine di un mondo ristretto che inchioda alla profondità delle riflessioni e paradossalmente innesca il bisogno di infinito.

Nell’incipit del nuovo romanzo dello scrittore parmense, “Il commissario Soneri e la legge del Corano”, dopo una rapida zoomata narrativa sui tetti di Parma, carica di un presagio di insidie incombenti, si passa proprio al raffronto tra l’habitat marino, con il suo nitido abbaglio e la sproporzione tra il sé e l’orizzonte sterminato dell’acqua che si confonde con quello del cielo, e l’ovattato, uterino restringimento della nebbia, nella quale si è sicuri di non perdersi.

Ed ecco già delineato il ritmo binario con cui sarà scandita la narrazione, mirabilmente rappresentata da Gilberto Forlai, un anziano non vedente accerchiato da un presente disorientante. Parma muta troppo rapidamente, rinnovando e approfondendo un senso di estraneità e di fine incombente nel cieco, che si muove affidandosi all’udito, al tatto e alla memoria.

La stazione ferroviaria è la principale meta delle incursioni solitarie di Forlai, che più che passeggiate paiono peregrinazioni nel luogo delle attese e delle partenze che non potranno più riguardare un cieco scoraggiato. Eppure, in queste ricognizioni, ostacolate dai lavori di ammodernamento dei marciapiedi e dei binari, che lo confondono nonostante lo strenuo tentativo di controllo dello spazio circostante, perimetrato con il conteggio dei passi, Gilberto intercetta con benevolenza l’arrivo degli stranieri che scendono dai treni. Lo incantano quegli accenti forestieri uditi nel buio, lo inducono a una tolleranza e all’ascolto.

Differente è l’atteggiamento di molti parmigiani, disorientati dall’accelerazione impressa dalle tecnologie a un mondo corale disintegrato dall’individualismo, investito dalla crisi, imploso tra le macerie della politica e delle idealità, che si percepiscono invasi da un flusso migratorio compatto, inarrestabile e coeso, al suo interno, da una legge religiosa che lo identifica. Si percepiscono deboli e minacciati, in un contesto di dilagante illegalità, in cui persino le forze dell’ordine sono come estromesse da un incalzante istinto alla guerriglia. La città è pattugliata da ronde di civili. Cortei di fuoristrada battono le strade in sfilate per il momento solo dimostrative. Destra e sinistra si fronteggiano nella sdrucita replica di quello che furono. Qua e là, nei quartieri abitati dagli extracomunitari, come raffiche di petardi, scaramucce e azioni offensive ai danni dei negozi degli stranieri o dei loro punti di ritrovo.

In questo romanzo, forse più che nei precedenti, la stessa Parma, afasica, sconcertata, divisa in zone deputate all’accoglienza delle diverse culture e schieramenti ideologici, diventa palcoscenico animato dei conflitti che la scuotono. Risonante di idiomi sconosciuti. Brulicante di misteri. Proprio quella Parma che Franco Soneri conosceva a palmo a palmo, neanche fosse stato cieco, e che ha lentamente distorto la propria fisionomia, diventando irriconoscibile per il commissario e per quelli come lui che iniziano a incespicare nel sospetto di una inadeguatezza, nel timore di essere rigettati da un presente ad alta velocità.

Tutto inizia quando Soneri viene incaricato di investigare sull’omicidio di un giovane tunisino irregolare ospitato da Gilberto Forlai. Un’indagine che si dirama in varie direzioni, plausibili ma inconcludenti ed evanescenti come la nebbia che mai era stata così cangiante su Parma. Piano piano si profilano la pista xenofoba, quella del radicalismo religioso e politico, quella criminale della lotta per il controllo dello spaccio della droga.

Il commissario è come interdetto: notte dopo notte la città, metafora dell’Italia predata anche di un’univocità linguistica, sfiduciata nei confronti di una politica menzognera, va riconfigurandosi in un primitivismo impregnato d’odio e propenso agli atti di forza.

Ad affiancarlo e condurlo nell’inchiesta, la pm Falchieri. Donna minuta ed enigmatica, come spiaggiata su una tristezza cheta da un passato consumato altrove. Proveniente da un posto di mare e perciò in qualche modo anche lei straniera a Parma. Oscillante tra un trasognamento e un acume raro, persuade Soneri all’azzardo investigativo. Se il mistero è impenetrabile occorrerà, per aprire dei varchi, impattarvi con una picchiata obliqua da gabbiano, provocare il caso.

Un girotondo di personaggi indimenticabili emerge progressivamente dalle foschie che velano la città di color malva e i paesi limitrofi. L’ambiguo medico degli extracomunitari irregolari, Ouita. L’ideologo xenofobo della lega Pellacini, impastato di follia e lucidità. L’irresistibile maresciallo dei carabinieri Merelli, che pare affiorare da un racconto sulla resistenza. L’imperscrutabile oste Mansueto. L’anziana e accorata Girolmini, padrona del cagnolino Mezz’etto, nevrastenico e mordace. Guglielmo Mori, squadrista di notte e lezioso commerciante di scarpe di lusso di giorno. Il notaio Sandrini, dai bianchi capelli di nuvola…

Una sfilata di arrabbiati o sconfitti che Soneri interpella mosso da una curiosità che va oltre l’anelito investigativo. La sua è infatti soprattutto un’inchiesta sull’occidente che cambia, anche nell’impatto con una cultura, la islamica, quasi inassimilabile. Quel formidabile strumento di integrazione che è la lingua, abusata, distorta e mistificata dalla politica e dall’informazione addomesticata, è stato infatti fortemente compromesso. Mentre l’approccio visivo dei media, l’accecante bombardamento di immagini altamente deperibili e intercambiabili, ha adulterato e ostacola, con le sue seduzioni, l’approccio autentico all’altro, fatto di lentezze, contatto fisico, parole.

Soneri pare concludere, alla fine, sciolto il mistero e arrestati i colpevoli, che tutto è perduto e non resta che rifugiarsi negli abbracci (mai il rapporto con Angela era stato così avvolgente). Ma Valerio Varesi non dev’esserne convinto, se accenna quasi distrattamente, nel romanzo, all’unica residua possibilità di salvezza: sottrarsi alle regole di un potere anchilosato o aggressivo, e ribellarsi all’estrema imposizione.

Una lingua ricca, immaginifica, seducente, mai ostentata o compiaciuta, inconfondibile, autoriale e virile. Senza concessioni al gusto corrente, che attinge al giacimento lessicale dell’italiano per descrivere con onestà e coraggio la scomoda complessità di un presente mutevole e detritico.

Uno dei più bei libri della saga del commissario Soneri, ma anche in qualche modo una prosecuzione della veemente protesta del romanzo “Lo stato di ebbrezza”.

In questo “Il commissario Soneri e la legge del Corano” i toni sono smussati, e la ferita politica non stilla che qualche goccia di sangue. L’analisi storica e sociologica assume i toni della predittività, mentre il futuro è già tracimato nel presente, con le sue apocalittiche premesse. Angela e Soneri lo guardano abbracciati, un passo indietro.

Non mi stupirei perciò, e qui azzardo, se il prossimo libro di Varesi, di questo scrittore che non hai mai perso lo scatto del campione e l’audacia di rinnovarsi e mutare, dovesse essere uno splendido distopico.

Recensione di Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: IL COMMISSARIO SONERI

  1. patrizia debicke ha detto:

    Mi piace recensione ok

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