Hollywood crea i sogni e poi li distrugge

La spalla polemica di Elena Araldi

Quello che è successo alla scorsa edizione degli Oscar lo sapete tutti. Warren Beatty e Faye Dunaway, al momento della proclamazione del vincitore come miglior film, hanno annunciato La La Land (nella foto sotto), ma il premio è andato poi a Moonlight.

Al di là del fatto che, come sostengono i complottisti, l’errore sia stato commesso volontariamente o meno, quello che è accaduto va ad accumularsi a quell’ammasso di derive deviate che, pezzettino su pezzettino, proiettano un’immagine viziosa di quella che dovrebbe invece essere una fotografia, anzi, un fotogramma virtuoso del nostro presente.

In un mondo che corre, scappa, a meno di 24 fotogrammi al secondo, la cerimonia degli Oscar – che qua in Italia va in onda dalla sera fino all’alba – rappresenta una tradizione che è un pilastro, una certezza, una parentesi da sogno, appunto, che rallenta la nostra routine.

Ecco perché ciò che è accaduto mi ha suscitato interrogativi e perplessità:

  • Vogliamo batterci per i diritti dei neri e delle minoranze in generale? Giusto e sacrosanto far sentire la voce. Ma dico io: quando annunci un vincitore (in qualunque competizione) e poi rettifichi, a livello viscerale, istintivo, quelli che patteggiavano per il primo non empatizzeranno moltissimo con il vero vincitore. Lo so che l’errore è di chi lo fa e non di chi lo subisce, ma questo non cambia nulla. Il sentimento viscerale è il sentimento viscerale.

  • Vogliamo (sì che vogliamo) sostenere un’integrazione reale, concreta, pragmatica con le minoranze? Benissimo. Fare più film di neri, con attori neri, per i neri, non mi sembra una grande via per l’integrazione. Mi sembra piuttosto un sottolineare che loro sono, appunto, neri. Mi rendo conto del fatto che viviamo in un mondo in cui sono stati fatti alcuni passi avanti per i diritti delle minoranze, ma ancora tanto c’è da fare. Solo che continuare a sottolineare, insistentemente, ad ogni costo, il fatto in sé può portare a sviluppare sentimenti di compassione (se non di pena) verso una categoria in particolare. Perchè invece non agire in un senso pratico, concreto, reale a riguardo? Perché, piuttosto, non sviluppare film con Jennifer Lawrence e Viola Davis, possibilmente con ruoli non abbiamo come presupposto l’etnia di appartenenza. Se ci fosse un film diretto da Barry Jenkins (il regista di Moonlight) con protagonista Ryan Gosling forse si parlerebbe meno del problema delle minoranze nel cinema, ma sarebbe un  gesto concreto di integrazione razziale, meno invasivo più naturale.

Certo, realizzare una cosa del genere è più complesso rispetto a una proclamazione in pailettes di una notte.

Ora, ho provato a mettermi per un attimo nei panni di un giovane e talentuoso regista classe 1985: Damien Chazelle  (il regista di La La Land) cosa avrà pensato in quei momenti in cui gli è stato tolto un premio che gli era stato appena consegnato? Con quale referenza e rispetto avrà guardato Hollywood, la fabbrica dei sogni? La fabbrica che ha realizzato i suoi sogni, che lui stesso ha poi contribuito a creare e che così, nel giro di un attimo, l’ha catapultato, proprio sul palco che ogni regista sogna, in un incubo imbarazzante e totalmente reale.

Infine, mi sono chiesta quale consapevolezza abbia la Hollywood che si batte a gran voce contro il neo eletto presidente Trump di autorevolezza e senso del rispetto se non riesce nemmeno a fare tutto giusto in una serata (una serata!) di intrattenimento. Certo, errare è umano. 

Ma infrangere i sogni è più che diabolico. È stupido. E deludente.

È che così allora vale tutto. Il che equivale a dire che tutto ha lo stesso valore. E se tutto ha lo stesso valore significa che non vale nulla.

City of stars,

you never shined so brightly.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una risposta a Hollywood crea i sogni e poi li distrugge

  1. patrizia debicke ha detto:

    Le false luci della ribalta

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