RubriCate: L’UOMO DI CASA di Romano De Marco

uomo-1Nel nuovo romanzo, “L’uomo di casa”, Piemme Edizioni, Romano De Marco tocca un vertice della propria metamorfosi autoriale. Intanto il libro è il primo thriller, ma è soprattutto il grande romanzo in cui, con una pacatezza inedita, e al contempo salda e per nulla retorica, lo scrittore abruzzese rigira la penna nei temi ricorrenti delle sue storie. Le disfatte familiari, la genitorialità come catena e risorsa, le maschere, il mistero del male. Ma anche la solitudine femminile che, sfiorata nei libri precedenti, diviene in quest’ultimo il fulcro narrativo. Tutto orbita infatti attorno all’accorata figura di Sandra Morrison, moglie, madre, professionista appagata e in un certo senso appesa alla propria felicità coniugale, che improvvisamente viene investita dall’uccisione del marito Alan Sandford in circostanze che gettano ombre deturpanti su tutte le sue certezze.

Chi era in realtà questo coniuge impeccabile, ingegnere affermato, tenero e complice amante, padre affettuoso, che a un certo punto viene ritrovato con i pantaloni abbassati e la gola tagliata, probabilmente da una prostituta, in un quartiere malfamato?

Nulla, nella convivenza pregressa alla brutale uccisione, avrebbe fatto pensare che in quell’uomo perbene, dai limpidi occhi chiari, allignasse un lato sordido e inconfessabile. Che Alan fosse addirittura (Sandra lo scoprirà casualmente) ossessionato da un infanticidio plurimo risalente a tanto tempo prima, al punto da investire, all’insaputa della moglie, tempo e denaro per procacciarsi documenti e foto del caso, custoditi in un garage segreto.

È la stranezza di questo comportamento il vero cruccio di Sandra Morrison, più che l’idea che Alan frequentasse delle prostitute perché insoddisfatto dell’intimità coniugale. L’essere stata estromessa per anni dalla pervasiva monomania del marito. L’idea che l’amore che li univa non fosse esclusivo confligge con i ricordi ancora palpitanti di una felicità coniugale perfetta e inespugnabile.

Foto di Claudio Guerra

Foto di Claudio Guerra

Il romanzo si apre con un incipit ad alto impatto emotivo, che è una zoomata su una casa degli orrori in Virginia, al momento del rinvenimento, nel 1979, di sei corpicini di neonati rapiti, uccisi e sepolti sotto il patio dalla fantomatica Lilith di Richmond, e di un ragazzino legato al termosifone e ammutolito dallo shock. Prosegue poi, dopo un balzo temporale, con la rapida ma efficace descrizione dello stato dissociativo di Sandra Morrison che, sorretta da amorevoli mani, rientra in casa propria. Il marito, quello sconosciuto, è stato appena ammazzato, e tutto il mondo ha subito una sorta di distorsione.

In entrambi i capitoli il delitto è già stato consumato e non resta che scavare alla ricerca di una ragione plausibile, di una verità che possa a spiegare l’accaduto.

Un accostamento tutt’altro che arbitrario, perché la strage dei neonati e la morte di Alan Sanford sono collegati e il lettore, continuando a saltabeccare dal passato al presente nell’apparente asincronia del romanzo, ricostruisce a poco a poco la fisionomia di un orrore perdurante divampato altrove molto tempo prima.

Un cast di personaggi indimenticabili si muove sulla scena dell’antico crimine e nel presente interdetto di Sandra Morrison. Nessuno di loro è come appare, e in questo Romano De Marco si ricolloca nella scia della sua convinzione, fil rouge della precedente produzione, che tutti si fingano diversi da come sono realmente e il tradimento o la sorpresa siano sempre in agguato. Tuttavia, in questo girotondo di finzioni, Sandra Morrison spicca per la sua autenticità. Non indossa maschere ed è mossa da una smania di verità che è anche un’urgenza identitaria.

“… non sono più sicura di nulla. Non riesco a credere di trovarmi in questa situazione assurda. Non so più chi era mio marito, non so di chi fidarmi e non so più nemmeno chi sono io” confida al nuovo vicino di casa, il misterioso John Kelly.

Frugare tra le macerie di una disillusione alla ricerca dei propri pezzi è un’impresa che richiede una forza sovrumana, che Sandra attinge dal bisogno di proteggere la figlia Devon.

E a leggere attentamente in tutto il romanzo è presente un rimando alla genitorialità, nella duplice accezione di maternità nutrice e maternità disfunzionale. Il materno accuditivo confligge con il materno esiziale (non a caso l’inafferrabile assassina dei neonati è soprannominata Lilith, come il demone sumero sterminatore di bambini e antitetico a Eva).

Una dicotomia quasi archetipica questa, sottesa a grandi capolavori della letteratura e del cinema.

E di filmico “L’uomo di casa” ha tanto.

L’impianto narrativo potente, emozionante. La prosa visiva, ad impatto. La capacità di contestualizzare le situazioni con una sorta di macchina da presa che dalla descrizione del quartiere restringe progressivamente l’inquadratura alle case e al personaggio che si muove in una stanza. Solo a quel punto le parole nette, efficaci, si fanno rarefatte e delicate, per raccontare i moti del cuore.

E magistralmente sono rese le oscillazioni umorali della protagonista, le cadute depressive, le raffiche dell’ansia, i tentativi di risollevarsi. Così come magistralmente, un tassello alla volta, viene ricostruita la personalità della Lilith di Richmond, ricercata per la strage dei neonati.

E se le atmosfere ovattate dell’alta borghesia statunitense fanno da contorno all’annaspare della vedova, altri scorci, miserabili e feroci, inseriti ad arte tra le pagine, costituiscono la premessa di inevitabili orrori futuri.

Giacché il male germoglia prevalentemente nella deprivazione e nella violenza, ma ramifica ovunque e senza una vera ragione.

Una prosa nitida, diretta, ipnotica. Personaggi indimenticabili. Una capacità di penetrare nel variegato mondo femminile rara e ammirevole. E uno sguardo disincantato e talora brusco, ma sempre pervaso di toccante umanità, come nella scena della ragazza che siede sotto un lampione, col cuore pieno di paura, in attesa del primo cliente. Queste le caratteristiche del nuovo grande romanzo di Romano De Marco, che innervano un intreccio che è un infallibile congegno a orologeria, irto di agguati e di colpi di scena e si conclude con un finale dentro a un finale. Con un segreto dentro la soluzione conclamata. Come a suggerire, forse, che la verità non è mai totalizzante, ma circoscritta e relativa.

Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: L’UOMO DI CASA di Romano De Marco

  1. patrizia debicke ha detto:

    Bravo Romano

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