Libri in viaggio – Travel books 1

steinbeckdi Elisa Della Scala

  • “Travels with Charley”, John Steinbeck – Modern Classics, Penguin.
  • “Viaggi”, Michael Crichton – Garzanti Libri.

Viaggiare non è raggiungere una destinazione, o “staccare la spina”. Viaggiare è il desiderio di conoscere la strada; di entrare in un contatto più profondo con il mondo, con le persone, e di conseguenza con se stessi. Tutti noi dovremmo essere dei viaggiatori, almeno ogni tanto. E non servono settimane o mesi, centinaia di chilometri o destinazioni esotiche per fare un viaggio. Non per forza. L’unica cosa che serve davvero è partire con l’attitudine giusta.

Prima della mia ultima partenza ho letto un paio di libri che rispecchiano perfettamente questo concetto. Il primo è “Travels with Charley”, di John Steinbeck. L’ho letto nell’edizione inglese, ristampata per bellissima collana Modern Classics della Penguin.

Il libro apre in un modo meraviglioso: descrive il desiderio di viaggiare come una febbre, quella malattia incurabile di cui l’autore soffre da tutta la vita. E potrebbe essere la storia di un vagabondo un po’ svitato che, nonostante l’età avanzata, decide di mettersi in viaggio per l’America del nord con il suo barboncino a bordo di un furgone riadattato a camper per l’occasione. Un vecchio strampalato in cerca dell’ultima avventura, insomma. Invece no, lui è un premio Nobel per la letteratura; lo stesso scrittore tr2che in “Furore” ci ha raccontato magistralmente una delle più grandi migrazioni interne degli Stati Uniti. Eppure, Steinbeck si rende conto non aver mai “sentito” davvero il suo paese, della distanza enorme che c’è tra l’esperienza diretta e quella mediata dalla radio e i giornali; e che l’unico modo per colmarla è mettersi in cammino.

Siamo a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, un altro momento storico importante per la sua terra. E questa volta l’autore vuole sentirselo raccontare dalla voce della sua gente; ed ecco che il suo diventa un viaggio attraverso le persone, oltre che nella natura meravigliosa dell’America del nord. Steinbeck macina chilometri, da New York fino al Canada, scendendo in California e poi tornando indietro passando per il Texas e la Louisiana. Lontano dalle rotte turistiche, evitando le autostrade, sostando nelle piccole cittadine o chiedendo ospitalità alle fattorie. Ritrovando quella lentezza che permette ancora di godere delle piccole cose, in un mondo che sta perdendo la sua identità a causa della globalizzazione. E ogni occasione è buona per scambiare due parole: dall’ufficiale di marina in congedo al cameriere del ristorante; oppure il vecchio contadino, i bambini che incontra per strada, e i compagni di viaggio occasionali. Lo scrittore sa che ogni persona sul suo cammino avrà qualcosa da dirgli, qualcosa che lo potrà arricchire ben più di una pagina di giornale. E, a sua volta, prende in prestito la voce di quelle persone per raccontarci in questo libro interessante, oltre che godibile, i grandi problemi dell’America del suo tempo: la guerra fredda, l’atomica, la segregazione razziale. Un libro che non risente del tempo, non solo perché scritto in modo fresco e scorrevole, ma perché i temi trattati sono sempre attuali. Primo fra tutti, l’importanza della solitudine per riscoprire la compagnia di se stessi attraverso la compagnia degli altri.

tramonto

Credo che sia questo lo spirito giusto per partire. Nella mia piccola esperienza, ho avuto modo di capire come non c’è luogo che si possa dire di aver conosciuto se non ci si è fermati a parlare con chi lo sta vivendo. Le persone sulla strada sono sempre state la mia migliore guida turistica, e il mio notiziario più interessante. E il viaggio se affrontato come ci mostra Steinbeck in “Travels with Charley” può davvero tracciare nuovi segni, nuove strade dentro se stessi, una nuova mappa interiore. A volte quello che non si conosce fa paura, invece che stimolare la curiosità e l’interesse; e forse é per questo che si cerca sempre di programmare, di fissare le tappe, di conoscere in anticipo le destinazioni intermedie. Invece Steinbeck lascia che la vita gli venga incontro, giorno per giorno; e, soprattutto, ascolta ciò che ha da dirgli. Senza paura  di perdersi, perché in un viaggio ci si può solo ritrovare.

Un altro grande autore, Michael Crichton, parla proprio di questo – del ritrovarsi – nel suo libro “Viaggi” pubblicato in Italia da Garzanti Libri. A differenza di Steinbeck, ciò che spinge Michael Crichton a viaggiare non è solo la consapevolezza di non conoscere abbastanza il mondo, ma soprattutto la sete di conoscere se stesso. Così i suoi viaggi, affrontati con apertura e curiosità così come ha affrontato la vita prima e dopo le partenze, si trasformano in un percorso introspettivo di auto-conoscenza oltre che di scoperta del mondo.

Forse è questa l’attitudine al viaggio che amo di più, quella descritta in “Viaggi”. Io non credo che viaggiare cambi una persona, casomai serve a riscoprirla. Serve a togliere strati inutili, ad arrivare all’essenziale, che troppo spesso nella vita di tutti i giorni soffochiamo sotto un bagaglio pieno di cose di cui non abbiamo realmente bisogno. Crichton ci racconta dei viaggi che ha fatto dopo aver scelto la sua strada di scrittore, abbandonando l’idea di una carriera in medicina. E oltre alle descrizioni dei luoghi che ha visitato, che sono davvero ben scritte, allo stesso tempo ci offre bellissime riflessioni sulla scoperta dei suoi stessi limiti, fisici e mentali, nelle situazioni in cui è portato all’estremo. Da grande narratore qual è, riesce a raccontare sia la bellezza dei paesaggi che quella della fragilità umana. Una bellezza complicata, ma solo perché ricca di particolari. Attraverso le pagine di “Viaggi” passiamo da esperienze fisicamente impegnative come possono essere la scalata del Kilimangiaro o le immersioni subacquee con branchi di squali, ad altre che sono invece solo il pretesto per parlare più apertamente delle nostre chiusure mentali, e delle gabbie che un viaggio può aprire. Come l’incontro con gli indigeni cacciatori di teste del Borneo, che non è altro che un esempio di quanto, troppo spesso, siamo accecati dalle nostre aspettative e perdiamo di vista la realtà, riducendola solo a quello che pensiamo di dover vedere. Ma oltre ai luoghi del mondo, l’autore esplora anche i luoghi dell’anima. Si avventura in più piani puramente spirituali, parlandoci di meditazione e delle sue esperienze con il trascendentale. E alla fine l’essenza di questo libro – un vero page-turner nonostante le sue quattrocento pagine – la dice proprio nell’introduzione, in una delle più belle riflessioni sul viaggio che abbia mai letto: “Ho spesso la sensazione di andare in qualche luogo lontano per ricordarmi chi sono veramente. Non è un mistero perché debba essere così. Spogliato di ciò che ti circonda normalmente, i tuoi amici, le tue abitudini quotidiane, il tuo cibo nel frigorifero, i tuoi vestiti nell’armadio: senza tutto questo, sei obbligato a fare un’esperienza diretta. È attraverso tale esperienza diretta che ti rendi conto inevitabilmente di chi sei tu che la stai vivendo. Non sarà comodo, ma ti rafforza sempre. Alla fine mi accorsi che l’esperienza diretta è l’esperienza di maggior valore che si possa fare. […] Gli abitanti delle nostre città moderne non possono nemmeno vedere le stelle. […] Non è sorprendente che l’uomo abbai perso l’orientamento, che abbia perso le tracce di chi sia veramente e di che cosa sia davvero la sua vita. Viaggiare, quindi, mi ha aiutato a fare esperienze dirette. E a conoscermi di più.”

Io non sono certo all’altezza di questi due giganti, Steinbeck e Crichton, ma sicuramente condivido il loro stesso pensiero in fatto di viaggi. E ho apprezzato la lettura di questi due libri soprattutto perché mi piace pensare di essere riuscita a fare un po’ come loro, quando ho avuto la meravigliosa opportunità di impacchettare le mie cose e partire. Per tutte quelle volte in cui sono stata in un posto nuovo e sono riuscita a viverlo davvero, e a vivere me stessa.

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