Dalla parte della radice di Marco Luppi

luppi

Elogio al perdente

*

Il vincitore è sempre banale.

Tutte le vittorie sono mediocri,

sono le miserie di un perdente

che nasconde le proprie sconfitte.

Fare – dell’inganno l’intrattenimento

dietro l’angolo del fallimento.

Bere. Fumare. Bestemmiare

– baciare, lettera, testamento –

come se non ci fosse domani.

*

Ché – come sempre – non c’è che un domani.

Senza sconfitta non c’è talento.

Senza talento non c’è perdono.

Un talento che non va perduto

è un talento che va perdonato.

 

«Osservazioni sociali, antropologiche che danno vita a un elenco, tristemente sofisticato di ciò che ha deragliato, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio» Pier Damiano Ori, nella sua Introduzione, sceglie queste parole per definire Dalla parte della radice (Eretica Edizioni, 2016), raccolta di poesie scritte da Marco Luppi, nato a Guastalla nel 1976 e residente a Mantova.  Si tratta di trentanove componimenti che spaziano dal verso libero a quello sperimentale all’haiku e dai quali traspare, oltre a una visone disincantata sul mondo e soprattutto sui suoi maldestri abitanti, molta passione, indignazione, ma anche dedizione.

La mediocrità del male affiora talvolta come un presentimento, talvolta come un dato scontato al quale, però, non ci si può rassegnare, mentre attorno a noi si sventaglia un universo spesso inconsistente, vacuo, dove gli oroscopi, subito dopo i necrologi, sono le cose più autorevoli riportate sui quotidiani. Un universo invertito: qui le donne intelligenti sono relegate ai margini e, come recita la prima poesia, non c’è più ragione di stupirsi, né per l’arroganza, né per le violenza o per la pochezza o per l’intraprendenza di alcuni maghi –  i cialtroni, si sa, possono annidarsi ovunque. Ma la poesia è in primis capacità di sovvertire, ribaltare, e Luppi ci sorprende con un ossimoro che non è solo espediente stilistico: se la superficialità dilaga, la profondità erompe e lo può fare nei luoghi più impensati, non solo nei sentimenti, dove – di prassi – già si manifesta:

Amare e odiare sono sentimenti alla pari,

significano riconoscere che si è della stessa pasta.

Nel primo, ci si porta dentro una ferita sempre aperta,

nel secondo, uno sgradito destino fatto passare per scelta.

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Le contrapposizioni proseguono come cifra strutturale, dal flusso risposta/domanda – la cui tensione tensione conduce al dubbio – ai giochi di scrittura espressiva (Mi piace/non mi piace), alle quartine rifinite in orditura e molto altro.

Tutto qui è soppesato con la cura oblativa propria dei veri poeti. Quelli che si danno ma senza pretendere, quelli che calibrano la parola, l’accento, l’ellissi in funzione dell’attimo che si dilata a eternità, dell’individuale che assurge a paradigma universale. Con un lavoro, alle spalle, che è soprattutto di sottrazione: «Sono per il non detto/per lo spazio in difetto».

I ricorsi formali mostrano, da parte dell’autore, un utilizzo consapevole delle diverse metafore fonetiche, di ordine e di significato, dalla paronomasia all’assonanza, dal chiasmo all’enjambement. Le rime ricorrono anche interne, soltanto quando necessarie: «Costato non allungo ma dilato». O come nella poesia Due urla di versi uguali, dove i primi versi simulano quasi un’anafora. Ma è solo un inganno acustico:

Di fame in fame infame.

Di verso in verso inverso.

Al sopra di tutto troneggia la Poesia, questa entità musicale, mistica ma urgentemente terrena, gravida e pregnante, con i suoi presupposti, il suo firmamento, le sue stalattiti, i suoi abissi. Non ci si può accostare ad essa – Luppi avverte – senza aver conosciuto gioie e dolori, vita e morte. E contraddizioni, perché il poeta deve apprendere, quasi come fosse  una rivelazione, questa discrasia: «La ricerca del vero/ una bugia».

Riflessioni di Marilù Oliva

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4 risposte a Dalla parte della radice di Marco Luppi

  1. Luca ha detto:

    Sempre bellissime le tue riflessioni Marilù. Mi sono davvero incuriosito: neanche il tempo di inviare questo commento che già l’ho comprato!

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