RubriCate: Nove strati di buio

NOVE STRATI DI BUIO

Storie nere

A cura di Laura Sestri

Echos Edizioni

In un presente editoriale italiano spesso svalutante rispetto al grande Horror, che tuttavia resiste anche se confuso negli scaffali di tante librerie con i romanzi Fantasy e Young Adult, tra le tenaci e lussureggianti fioriture di nicchia, nelle roccaforti Nerd, prodotto da un pugno di scrittori di alto profilo, un’antologia di casa editrice indipendente si impone all’attenzione degli amanti del genere per la sua indiscutibile bellezza.

È “Nove strati di buio. Storie nere”, una raccolta di racconti curata da Laura Sestri per la collana Abissi della Echos Edizioni.

nuela-horror

Tema centrale la Morte, subita o inflitta, talora autoinflitta, ma sempre intesa come un imprevisto ingombro che va a inceppare il flusso della normalità. Una morte senza redenzione, inassimilabile, mostruosa e rimossa, che torna da nemica a intrufolarsi nell’esistenza.

Una morte correlata all’Ombra e all’inganno, ma anche al rimpianto per le occasioni perdute per sempre.

In questa ottica se vogliamo canonica, basilare nella narrativa horror, riemergono potenti il malcontento e la brama di vendetta dei defunti malmorti, e solo nei racconti di Giovanni Canadè affetto e pietà ricuciono la grande lacerazione tra la vita effimera e i trapassati.

Ma procediamo con ordine.

Apre l’antologia un superlativo Luigi Musolino, con il racconto “La copia”. Forse l’unico racconto che possa definirsi integralmente horror, rispettoso dello slang, dell’impianto narrativo, delle tematiche del genere nelle sue espressioni più alte. Dalle prime righe si intuisce infatti che Musolino è uno scrittore di razza. La lingua del racconto è impeccabile, e ogni descrizione riesce pienamente a rendere realistica la sinistra irruzione del male nel quotidiano. È la storia di un mite stagista alle prese con i propri pensieri più oscuri e perversi, quelli che attraversano la mente di ogni essere umano ma che solo schizofrenici, alienati e maniaci talvolta osano mettere in pratica, catalizzati da una demoniaca fotocopiatrice che apre un varco, stampando il volto oscuro dell’anima del ragazzo, a una sequela di violenze inspiegabili ma nondimeno efferate.

Segue l’incantevole racconto di Juri Casati, “La vendetta di Tim”, una storia in bilico tra la psicosi e il soprannaturale, in cui non si capisce mai se il ritorno di un fantasma vendicativo sia reale o l’allucinazione di una mente alienata da un passato deprivato e violento. Una storia che rammenta la grande narrativa americana, perfetta, efficace, minuziosa e mai pedante. Uno spaccato suggestivo e filmico che ripercorre una vicenda di bullismo culminata con l’uccisione di un bambino. Nell’indossare la psicologia dell’omicida, così deviante, primitiva ma perversamente intrisa di lucido buonsenso, Juri Casati indaga al rovescio il peccato più grande, il tradimento omicida verso un indifeso che si fida del proprio carnefice, e le infiltrazioni tortuose del senso di colpa.

Casa di ringhiera” di Olivia Balzar è un racconto di rilucente bellezza. Il confronto e l’impatto tra due età e due solitudini femminili sul doppio filo della mostruosità della perfezione imbalsamata e dell’empatia. Una prosa magistrale. Una capacità di evocare atmosfere che ha del fatato.

Giovanni Canadè, nei suoi racconti “Nella camera ardente” e “La domenica tornano solo per il pranzo”, ci restituisce, sotto forma di storie di spettri, una visione della morte permeata di compassione. In entrambi i fantasmi dei familiari tornano per avere o portare conforto.

Scappiamo insieme” di Marco Esposito è un’agghiacciante immersione nella mente di un serial killer nel momento in cui la psicopatia esplode. Non è certo facile passare da un piano di realtà all’altro, dal quotidiano all’allucinazione, ma l’autore ci riesce con acrobatica bravura. Potenti e surreali le descrizioni del Mattatoio, che si imprimono indelebili nella fantasia del lettore.

Le cose sulle cose” di Ottavio Taranto, è una vertiginosa descrizione di un’epifania del satanico. I colori abbaglianti, le sproporzioni, il grottesco e l’ambiguità sono resi con un’efficacia che stordisce.

Con una scrittura sontuosa e immaginifica Nuela Celli osa una contaminazione, perfettamente riuscita, tra noir e horror. Il suo racconto “il pozzo”, è un micro-romanzo in cui duettano un protagonista, Aldo, reduce da una depressione clinica, e un commissario arguto che in un certo senso rappresenta tutto quello che Aldo non è. Sensitivo, torturato, noncurante, anarchico e vulnerabile il primo, controllato, livoroso, sospettoso e borghese il secondo. Da certe depressioni non si torna mai del tutto, ha detto in un’intervista radiofonica l’autrice, e Aldo trascina con sé, dalla malattia, una facilità a sintonizzarsi con il dolore che presto schiude l’uscio dell’oltretomba, permettendogli di captare le voci dei malmorti. Di coloro, in particolare, trapassati all’insaputa della comunità, che vorrebbero rendere nota la propria dipartita. Aldo ne diviene il medium, l’interprete, e asseconda il loro desiderio. Scrive perciò delle lettere anonime al commissario Palestini che, restio a credere al soprannaturale, fraintende la generosità del proprio informatore reputandolo implicato nei decessi. A questa frizione tra i protagonisti si sovrappone quella tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, che in una coazione a ripetere rimettono costantemente in scena i loro ultimi istanti.

Chiude l’incantevole raccolta il racconto di Simonetta Santamaria “Credevo di essere morto”, tutto giocato su un claustrofobico equivoco intorno alla morte, forse apparente, di un fedifrago perito in un incidente d’auto. Un racconto scritto con una maestria autoriale indiscutibile e condito con un pizzico di intelligente perfidia al femminile che farà esultare tante donne a lungo ingiustamente turlupinate.

Recensione di Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: Nove strati di buio

  1. patrizia debicke ha detto:

    ok

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