CESARE CIONI

cesare1ATTIVITA’:  Studioso, scrittore, in cerca di collaborazioni

SEGNI PARTICOLARI:  Ha sempre almeno un libro con sé.

LO TROVATE SU: http://www.cioni.eu

Le tue origini e la formazione

Sono nato a Bologna, dove oggi vivo; ma il lavoro di mio padre ci ha fatto più volte cambiare città, e abbiamo girato parecchio per l’Italia. Ho abbandonato l’Università per girare il mondo, e poi lavorare e metter su famiglia; mi sono laureato in Lettere solo molto più tardi, dopo i quarant’anni, e poi di nuovo in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale l’anno scorso. Adoro ogni forma di narrazione, ma soprattutto ho sempre letto e guardato di tutto, qualunque cosa mi capitasse sotto mano: sono onnivoro ed ecumenico.

Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Da bambino avrei voluto fare l’astronauta (erano gli anni delle missioni Apollo, dello sbarco sulla Luna); poi, quando da adolescente mi sono innamorato del cinema, annunciai al mondo che avrei fatto il regista. La vita mi ha portato in direzioni diverse, ma alla fine con il libro su Star Trek sono riuscito a occuparmi di spazio e di narrazione per immagini, e soddisfare un po’ ambedue queste ambizioni.

E adesso cosa rispondi?

Bella domanda. Dopo oltre trent’anni di lavoro nelle vendite internazionali e logistica, tre anni fa ho lasciato un impiego sicuro ma nel quale non mi sentivo più a mio agio, probabilmente sopravvalutando le possibilità di trovarne un altro nel contesto attuale: da allora sono sul mercato. Ma non sono affatto pentito, già dal 2000 collaboravo occasionalmente con riviste e festival, e adesso non dipendo da nessuno, in ogni caso io non mi fermo.

E’ da poco uscito per Ultra il tuo libro “Data astrale 2016.09” sottotitolo “Cinquant’anni di Star Trek”: cinque serie televisive (di cui una a cartoni!), tredici film e un peso, nell’immaginario collettivo, che continua a renderlo grande riferimento della fantascienza. Perché è stata un’avventura cinematografica così fondante e indelebile nel tempo?

Tutta la migliore fantascienza, oltre a immaginare mondi futuri o lontani e spesso meravigliosi,  raccontando storie ambientate “altrove” in realtà parla di noi stessi, delle nostre aspirazioni e dei nostri timori, e di quello che potrebbe accadere o essere accaduto nella nostra società. In particolare, poi, oltre a rappresentare l’esplorazione dello spazio “dove nessuno è mai stato prima”, Star Trek da cinquant’anni continua ad affermare che il progresso – sociale ed etico, non solo tecnologico – è possibile e raggiungibile, se insieme alziamo lo sguardo alle stelle, invece di guardarci i piedi e di spintonarci l’un l’altro. Non tanto nascosta dietro all’iconografia delle astronavi e gli alieni e il teletrasporto, in Star Trek c’è una mitologia ideale che non guarda al passato, ma a un futuro che ha imparato a superare i conflitti, a riconoscere il valore dell’individuo nell’interesse della collettività. E questa mitologia è popolata di storie avvincenti e personaggi umani che affrontano scelte talvolta difficili, sbagliano e imparano dagli errori, non di semidei invincibili che non ci assomigliano.

cesare2Il libro è composto da quasi 200 pagine dotate di una succulenta iconografia che procedono con andamento saggistico e sviscerano i diversi aspetti della diffusione del fenomeno Star Trek – dalla serie classica al mito – ma anche gli elementi che la compongono. Tra questi ci parli del caso Babylon 5?

“Babylon 5” di Joseph Michael Straczynsky,  grande autore di TV ma anche uno dei più bravi sceneggiatori viventi di fumetti,  è a mio giudizio l’unica serie che regga il confronto con Star Trek. Ne parlo perché è ambientata su una stazione spaziale come la serie contemporanea “Star Trek: Deep Space Nine”, e ha molti altri punti in comune con essa, il che fece scambiare accuse di plagio tra gli autori delle due serie. Io mi sono fatto una mia idea, ma in realtà che importa? Sono due serie bellissime, effettivamente simili in alcuni aspetti ma diversissime per altri, esempi fantastici di narrazione seriale di ampio respiro, veri “romanzi” televisivi.

A pagina 146 ci racconti alcuni episodi memorabili dell’ “Enterprise”: ce ne riporti uno?

Cito “Similitudini”, del 2003, in cui dopo un incidente a uno dei protagonisti ne viene creato un clone, che avrà vita breve ma il cui materiale genetico gli salverà la vita. Come nella migliore tradizione di Star Trek, c’è una storia avvincente e toccante, che permette allo spettatore di identificarsi in tutti i punti di vista: così il dilemma etico sulla legittimità della procedura non viene presentato in modo ideologico, non vengono fornite risposte preconfezionate, e l’episodio costringe a riflettere su un tema attuale e rilevante.

Un personaggio che ami particolarmente.

Il Dottore Olografico di “Voyager”. In ogni serie di Star Trek c’è almeno un “outsider”, a cominciare dal vulcaniano Signor Spock della serie classica degli anni Sessanta: un personaggio parzialmente “alieno” che osserva le emozioni e i comportamenti umani senza comprenderli pienamente, talvolta criticandone le contraddizioni e l’illogicità ma restandone comunque affascinato; in fondo un po’ invidioso della capacità di empatia, di affetto e di solidarietà che si crea tra di essi, ma alla fine accettato e amato dagli altri nonostante la sua goffaggine emotiva. Di questi, il Dottore Olografico è quello che secondo me ha il percorso più articolato e soddisfacente. Non ha un nome, perché all’inizio è una simulazione, un’intelligenza artificiale programmata per intervenire in brevi situazioni di emergenza: ma costretto dalle circostanze a rivestire in permanenza il ruolo di medico di bordo, impara a interagire con il resto dell’equipaggio, e superando i limiti della propria programmazione evolve e sviluppa emozioni con le quali impara a confrontarsi.  Grazie anche alla bravura dell’interprete, l’attore Robert Picardo, diventa un personaggio veramente tridimensionale, sul quale sono incentrati alcuni dei migliori episodi della serie.

Se lo incontrassi cosa gli diresti?

Probabilmente gli chiederei di aiutarmi a migliorare un po’ anche la mia, di programmazione; come molti spettatori della prima ora di Star Trek, quando la fantascienza intelligente era snobbata dagli intellettuali e poco compresa dalla massa del pubblico, anch’io mi sono sempre sentito un “outsider”, e forse è uno dei motivi per cui mi sono rifugiato nella pagina scritta e nello schermo. Con il tempo ho scoperto che eravamo in tanti, grazie anche allo STIC, il club italiano che raccoglie i fan della serie, e che non siamo solo “nerd” ma soprattutto sognatori, come il John Lennon di “Imagine”, che in fondo descrive un futuro non tanto dissimile da quello Trek.

star-trek-50-anni-e-non-sentirli-speciale-2

Un regista, tra quelli citati, che hai molto apprezzato (e perché).

Nelle serie televisive il regista in realtà conta relativamente poco, perché cambia da un episodio all’altro, e la continuità “autoriale” – in un’opera comunque collettiva – è data dal produttore esecutivo che fa lo showrunner, una figura a metà strada tra il produttore e l’autore, tra il manager e il creativo, a cui fanno capo tutte le decisioni. In cinquant’anni di Star Trek anche questi sono cambiati, ma i principali restano Gene Roddenberry, che creò il concetto e supervisionò le prime serie, e il suo erede e successore Rick Berman, al quale si devono le scelte che portarono al successo di “Star Trek: “La nuova Generazione” e “Star Trek: Deep Space Nine”, ma anche poi all’insuccesso e alla sospensione di “Enterprise”. Al cinema, invece, il regista ha un peso maggiore e può dare la sua impronta anche in una produzione seriale; a mio giudizio i migliori registi di film Trek sono stati Nicholas Meyer, scrittore e regista del secondo e del sesto film con l’equipaggio “classico”, e Jonathan Frakes, che dopo aver fatto parte del cast nei panni del primo ufficiale William Riker è passato dietro alla macchina da presa per dirigere “Primo Contatto” e “Insurrezione”, i due film migliori della “nuova generazione”

Un regista a cui avresti dato qualche suggerimento

Stuart Baird, che – dirigendo il film “Star Trek – La nemesi” del 2002 senza aver voluto conoscere nulla della tradizione di cui il film faceva parte – ha sacrificato lo sviluppo e l’interazione dei personaggi in favore di scene d’azione che non avevano ragion d’essere, scegliendo oltretutto un attore a mio giudizio palesemente inadatto al ruolo dell’antagonista. Forse con un casting diverso e una maggiore adesione alla sceneggiatura iniziale (che rispettava maggiormente i personaggi, come si vede da alcune scene tagliate presenti nel DVD) il film sarebbe più riuscito e non sarebbe stato il fallimento critico e di pubblico che portò al primo risultato in perdita per un film Trek e a un lungo iato cinematografico fino al reboot di JJ Abrams del 2009.

Due tuoi pregi e due difetti

Credo che un pregio sia la curiosità: non c’è un argomento che davvero non possa interessarmi (con la possibile eccezione del gioco del calcio), se compero qualcosa la smonto per vedere come funziona… e credo che sia positivo anche il desiderio di cambiamento: non mi piace fare sempre le stesse cose nello stesso modo.
Tra i difetti, sicuramente il fatto che parlo troppo e troppo presto, e solo dopo mi rendo conto che avrei fatto meglio a riflettere un po’ di più. E sono un bastian contrario: se mi si impone di fare una cosa in un certo modo, la mia reazione immediata è il rifiuto, e poi magari ci penso e mi rendo conto che si può fare.

L’ultimo film visto. Ti è piaciuto?

Casualmente un altro film di fantascienza: “Arrival” di Denis Villeneuve, dal romanzo breve di Ted Chiang che adesso mi riprometto di leggere. Mi è piaciuto molto: non è un film perfetto, troppo cerebrale e un po’ sfilacciato nella sceneggiatura e nel finale, ma una piacevole eccezione perché privo di quell’azione caotica e fragorosa che sembra ormai di rigore in ogni film di fantascienza o di supereroi, vera SF “hard”, di quella che chiede allo spettatore di entrare nella storia, accettarne il ritmo più disteso e soprattutto pensare, invece di aggredirlo e intontirlo con suono e furia.

Cosa non sopporti in generale?

L’ignoranza. Quella incolpevole di chi non ha la possibilità o la capacità di studiare o informarsi la considero una piaga che dovrebbe essere eliminata, tutti dovrebbero avere il diritto di imparare e di dare il proprio meglio. Ma quelli che non sopporto sono coloro che questa possibilità l’hanno avuta, saprebbero e potrebbero usare il proprio cervello e invece scelgono di spegnerlo, di ragionare per appartenenza o paura o luoghi comuni, senza dubbi e senza esercitare pensiero critico. Quelli che sono convinti di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, per sé e per gli altri, senza rendersi conto che in realtà siamo tutti ignoranti in qualcosa, e che non si smette mai di imparare.

Cosa invece ti piace molto?

Chi dedica il suo tempo ad aiutare gli altri. Prima di tutto chi fa volontariato, ma anche chi esercita con coscienza un’attività che migliora la vita altrui: medici, infermieri, insegnanti, forze dell’ordine, educatori, ma in realtà chiunque lavori al servizio del pubblico, anche la più piccola rotellina del più piccolo ufficio, se lo fa con spirito di servizio, se non dimentica mai che in ultima analisi ha a sempre che fare con persone. Ci sono tantissime persone così, per fortuna, anche se non fanno notizia quanto i loro colleghi meno responsabili.

L’ultimo divieto autoimposto

Non devo passare tutta la giornata seduto a leggere, davanti alla TV o al computer, devo alzarmi e uscire, camminare… Con la bella stagione è facile, ma in queste giornate gelate, la tentazione di restare rintanato in casa è molto forte.

Chi “maneggia la cultura” ha dei compiti o deve solo rispondere della propria arte?

All’artista  credo che non sia possibile né giusto imporre dei compiti: la creazione è una vocazione, una forma di espressione di cui non può fare a meno, come mangiare o respirare, e al massimo si può cercare di incanalarlo in un metodo, delle regole (ma se è davvero una artista, troverà il modo di superarle, magari rispettandole formalmente). L’unica cosa che mi aspetto è che non utilizzi il proprio talento per fomentare odio o violenza.

Per quanto riguarda la maggior parte dei professionisti della cultura, coloro che trattano opere altrui – il che non è cosa meno importante, solo diversa – ritengo che abbiano il compito di preservare la diversità delle voci e delle idee, anche quelle che non amano o non condividono, mettendole a confronto. E questo vale anche per gli educatori, che devono insegnare ai ragazzi che esistono vari punti di vista e varie strade, e che dovranno trovare quella più giusta per loro (e questo è uno dei motivi per cui preferisco la scuola pubblica a quella privata, che troppo spesso è esclusiva se non confessionale). Anche in questo caso, però, prendendo sempre posizione chiara contro ciò che odora di odio o divisione, violenza o razzismo.

Sei uno studioso del cinema. Ci dici qualcosa che ancora non immaginiamo di quel mondo?

Una cosa che ho scoperto di recente seguendo la lezione di un amico studioso è che persino il primo film della cinema delle origini, “L’uscita dalle officine Lumière” la pellicola dei fratelli Lumière che venne proiettata nel 1895, non è una rappresentazione oggettiva della realtà. Se lo analizzi, ti accorgi che quella che sembra una ripresa “casuale” di un momento di vita è una messa in scena: le operaie indossano il vestito della festa, il personale si divide in gruppi omogenei e nessuno va verso la cinepresa, alcune azioni avvengono in modo programmato e ripetitivo… Anche quando sembra voler documentare la realtà, il cinema “costruisce” sempre qualcosa da un preciso punto di vista e qualcosa racconta; a volte anche al di là delle intenzioni degli stessi autori, e questo lo rende ancora più affascinante.

Progetti?

Mi piacerebbe trasformare in un libro la mia ultima tesi di laurea su Richard Matheson, grandissimo scrittore e sceneggiatore: pochi ne ricordano il nome, ma tutti conosciamo le sue storie, dato che è l’autore di “Io sono leggenda”, “Duel”, “Tre millimetri al giorno”, “The Box”, “Al di là dei sogni”, e le sue opere continuano a essere ristampate e periodicamente riadattate per il grande e il piccolo schermo. E magari mettere in cantiere un volume su un altro personaggio o tema che sia transitato dalla pagina scritta alla televisione e al cinema; ho un paio di spunti su cui lavorare.

Salutaci con una citazione da “Data astrale 2016.09”

Il miglior saluto è l’augurio vulcaniano con cui chiudo anche il libro, introdotto probabilmente dallo scrittore Theodore Sturgeon, e  che ho scoperto avere radici bibliche e shakespeariane: “Lunga vita e prosperità”.

 

 

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in interviste, Uncategorized, z. cinema e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a CESARE CIONI

  1. Cesare Cioni ha detto:

    Nel ringraziare chi leggerà l’intervista e magari sarà tentato di leggere anche il libro, svelo un piccolo segreto: per un errore di impaginazione manca un’intera pagina, che però trovate a http://www.tinyurl.com/pagina126 !

  2. patrizia debicke ha detto:

    Grazie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...