Rubricate: GILGI, UNA DI NOI

gilgi1Recensione di Caterina Falconi

GILGI, UNA DI NOI

di Irmgard Keun (nella foto sotto)

(L’orma editore)

Se al posto della macchina da scrivere avesse avuto un portatile, se invece delle lettere avesse spedito dei messaggi su Whats App, la protagonista di “Gilgi, una di noi” sarebbe parsa una ragazza dei giorni nostri. E invece il romanzo fu pubblicato in Germania nel 1931, ottenendo un buon successo, prima di finire nella lista della “Letteratura inopportuna e nociva” compilata dal partito nazional- socialista. Successivamente tradotto in italiano, venne pubblicato con il titolo “Una di noi” dalla Mondadori, previa deturpante censura.

La contemporaneità apparente è dovuta all’universalità di certe dinamiche caratteristiche degli amori fusionali, all’urgenza dell’indipendenza e dell’autonomia al femminile avvertita da Gilgi e da un’inquietante somiglianza della crisi economica raccontata nel romanzo con l’attuale.

In questo senso, davvero, la piccola Gisela è tuttora altamente rappresentativa di una tipologia di giovane volitiva e intraprendente, che tenti di farsi strada accerchiata da un presente eroso dall’incalzare della crisi e dalla diminuzione epidemica dei posti di lavoro. Attraverso un malcontento in cui alla progettualità del desiderio si vanno sostituendo bisogni primordiali e confusi. La tensione palpabile, enfatizzata dalla stampa e alla radio, tra orientamenti politici opposti che verso la fine del romanzo collideranno con brutalità, così come la deriva economica, sono però avvertite confusamente da Gilgi, concentrata com’è dapprima sulla propria autoaffermazione e in seguito sul rapporto amoroso con il fascinoso Martin Bruck, scrittore talentuoso ma dispersivo, simili a un’eco, a una pulsazione ovattata.

La narrazione si apre con il risveglio della piccola Gilgi, poco più che ventenne, nella sua cameretta di signorina borghese. La madre e il padre, placidamente ingrassati in un matrimonio torpido e rassicurante, vengono descritti nei rituali mattutini delle abluzioni, della colazione e della lettura del quotidiano. Con una lingua scarna e quasi sincopata, da ragazzina poco pretenziosa appunto, sono resi dettagli quali il profumo della saponetta, del dentifricio, del sapone da bucato. Dal primo momento è chiaro che la ragazza è pervasa da un ossessivo e ottimista desiderio di controllo, del proprio corpo, del presente e del futuro. Appena desta fa i piegamenti ai piedi del letto. Studia le lingue straniere. Lavora con assoluta efficienza come stenotipista, anche a domicilio. Registra meticolosamente entrate e uscite e mette dei marchi da parte per acquistare una casa. Si reca ogni pomeriggio in una mansardina dove traduce, si esercita alla macchina da scrivere, studia le lingue straniere, legge e riflette. Il suo progetto è mettere a frutto il talento da sarta, aprendo un domani un atelier. La sua forza conoscere i propri limiti e non ambire a traguardi che li oltrepassino. Più che bella è curata e sana. Il suo rapporto con il tempo è vagamente ansiogeno e ogni azione che non sia finalizzata a un pieno utilizzo della giornata è vissuta come uno sperpero. Ma nonostante sia pervicacemente concentrata su di sé, Gilgi non è impermeabile alla compassione e all’empatia e capta come dietro a un velo, di spavento forse, le disfatte degli altri. A ogni incontro con persone che non ce l’hanno fatta si chiede in cosa abbiano fallito, cosa abbiano trascurato, restia com’è ad accettare che l’ineluttabile possa irrompere e soffocare i destini. In questa condizione di oliata efficienza le viene rivelato di non essere la vera figlia dell’amorevole coppia borghese e inizia senza troppi strappi a cercare la madre natura.

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Tutto ciò dura fino al momento in cui la ragazza non incontra Martin Bruck, scrittore talentuoso e lassista, e sente divampare per lui un amore fusionale che la permea progressivamente scindendola in due. Da un lato resiste la ragazza fattiva e organizzata, dall’altro Gilgi viene pervasa da una smania di appartenenza che la spersonalizza lentamente facendo di lei una creatura dell’amato, dipendente dall’amato. C’è una scena molto significativa, verso la metà del libro, in cui, guardandosi allo specchio, la ragazza è assalita da un vivo senso di estraneità. Si trova bellissima, ma nulla più del corpo smagrito, elegantemente vestito e truccato, le appartiene, se non gli indici delle mani che la macchina da scrivere ha reso callosi. È l’esito della dipendenza amorosa, su cui oggi si producono tanti libri, articoli e pagine divulgative, ma reso nel romanzo con impareggiabile efficacia nella descrizione del riflesso. Dietro quel riflesso l’erosione (stavolta non più l’esterna, quell’incalzare della precarietà lavorativa) ma tutta interiore. L’ebbra volontà di consegnarsi, compiacere, aderire e confondersi alla persona amata. Dal suo canto Martin ricambia la passione come sa e come può, con ardore.

Il nemico non è il partner. Gilgi lo identifica in se stessa. Avverte il pericolo della perdita dei confini di sé, che aumenta in seguito al licenziamento da cui è stata colpita non appena ha abbassato la guardia. Il suo corpo, dapprima sotto stretta sorveglianza, si ammutina in una imprevista gravidanza. La percezione della propria scissione diventa all’improvviso la certezza di una frantumazione, ma in questo sbriciolamento finalmente Gisela coglie il suo essere come le altre donne. Gilgi, una di noi. Forte e debole, buona ed egoista, luminosa e oscura. La rigida tripartizione cromatica in cui aveva tranciato il mondo (bianco, grigio e nero), nella sua prima giovinezza che ora pare irrecuperabile, si mescola e consente un’esplosione di colori.

Ma se abbandonarsi all’amore significa accettare la propria umanità, vuol dire pure essere vulnerabili ed esposti. Nel momento in cui ci si preoccupa per altri si viene sopraffatti da una sorte avversa e spesso esiziale.

Queste le convinzioni dell’ultima Gigli, che vedono la loro tragica conferma nel suicidio dell’amico Hans.

Colpisce, nel romanzo, la progressiva evoluzione della lingua, che da sincopata, involuta, infantile e netta si fa via via, di pari passo con la maturazione della protagonista, cogitabonda, articolata, e raggiunge vertici di alta poesia e abbaglianti intuizioni.

Un libro attuale dunque, questo “Gilgi, una di noi”, in cui l’emancipazione femminile non è, come in altre storie, una meta, ma il punto di partenza. L’esigenza di autonomia pare connaturata in Gilgi. Le sue spregiudicate, libere e oneste considerazioni sull’amore, la famiglia e la maternità, decisamente controcorrente rispetto alla mentalità dell’epoca (lo sarebbero tuttora in molti contesti) sono un dato assodato.

Il processo semmai è inverso. Quello di Gisela è un cammino a ritroso verso la fragilità. Ma una fragilità che sposta il fuoco dell’attenzione da sé agli altri.

Resta appena accennato il contesto storico. E proprio per questo, forse, lo spettro del totalitarismo imminente aleggia spaventoso in tutte le pagine.

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Una risposta a Rubricate: GILGI, UNA DI NOI

  1. patrizia debicke ha detto:

    interessante

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