GIORGIA LEPORE

lepore1ATTIVITA’: insegno storia dell’arte al liceo, ma sono stata archeologa fino a qualche tempo fa.

SEGNI PARTICOLARI:  capelli fuori controllo

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Le tue origini e la formazione

Sono pugliese di nascita e di residenza, ho vissuto a Martina Franca – dove vivo tutt’ora – quasi sempre, a parte una parentesi abbastanza lunga di 12 anni a Roma. Ho una laurea in Lettere con indirizzo archeologico (ora si chiamerebbe Beni Culturali), un dottorato in Archeologia Postclassica e mi sono sempre occupata di archeologia tardo-antica e medievale. Ho scavato in giro per l’Italia, ho lavorato in ambito universitario, dove ho anche avuto incarichi di insegnamento di Storia dell’Arte Medievale. Ora insegno Storia dell’arte al liceo.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare?

Un sacco di cose. Mi ricordo benissimo un tema in cui scrissi una lista bella lunga, tra cui vincere una decina di medaglie d’oro alle Olimpiadi. Volevo fare qualcosa a metà tra l’esploratrice (non so bene di cosa) e l’astrofisica. Ma volevo fare anche la poliziotta, l’attrice, l’ufficiale di Marina. Poi mi sono assestata su archeologa verso le scuole medie.

E adesso cosa rispondi?

Non lo so. Certo, l’archeologia è il mio primo grande amore, e quindi non si scorda mai. Adesso scrivere sicuramente, ma anche insegnare. Poi, chissà, mi verrà in mente qualcos’altro.

lepore3È uscito per edizioni e/o, nello specifico per la preziosa collana sabot/age, “Angelo che sei il mio custode”. Un sottotitolo al libro.

Quis ut deus. Chi è come Dio? È la traduzione in latino dell’ebraico Michael, da cui deriva il nome dell’arcangelo Michele.

Nel romanzo le indagini vengono portate avanti da Gerri Esposito, un uomo con un’infanzia complessa e un’incapacità di contraccambiare l’amore delle donne che forse è anche retaggio dell’abbandono subito da piccolo. Quanto si porta dietro, del suo passato, e quanto se ne affranca, in questo romanzo?

Gerri si porta dietro tutto del suo passato. Quello che sa, ma soprattutto quello che non sa. Le zone d’ombra, i vuoti, i buchi neri del passato di ognuno di noi credo siano pesantissimi, e abbiano molta più energia nascosta – e quindi incontrollabile – dei ricordi coscienti. Mi piace pensare a un percorso di presa di coscienza e di messa a fuoco di tutto ciò che lo incatena al suo passato attraverso le indagini in cui si trova coinvolto. E l’attrazione che esercitano su di lui alcuni casi non è casuale: sono casi che in qualche modo gli “servono”. In quest’ultimo libro mette a posto alcuni pezzi importanti, pagando un prezzo molto alto. I suoi rapporti con le donne sono l’altro mezzo attraverso il quale cerca di arrivare alle soluzioni, ma poi più che altro si rivelano un modo per complicarsi ancora di più la vita…

Le indagini prendono avvio a partire dallo scheletro di un bambino. Chi lavora con la narrazione sa che è sempre molto difficile “trattare” questi temi che coinvolgono i bambini. Tu come ti sei posta? 

Il tema non è stato scelto in modo programmatico, non ho deciso “ok, facciamo una storia sulla scomparsa dei minori”. Certo, poi mi sono resa conto scrivendo, e soprattutto dopo averlo scritto, quanto questo tema mi coinvolga emotivamente, come tutto ciò che riguarda i bambini. Non so se accada a tutti, ma dopo avere avuto figli tutto quello che riguarda i bambini mi tocca in modo profondo, diverso da come potevo percepirlo prima.

In questa storia ci sono tutti i bambini a cui abbiamo imparato a voler bene attraverso i media, negli anni: i bambini di Gravina, Denise, Angela Celentano, quelli scomparsi e mai più ritrovati, e quelli invece purtroppo ritrovati come non avremmo voluto.

I limiti non me li sono posta, sono venuti da soli. Sempre per quel meccanismo a cui facevo riferimento prima, quello della maternità che ti cambia il modo di vedere, sentire, e quindi anche raccontare. Non potrei mai, credo, raccontare una storia del genere in modo morboso, non ce la farei io a raccontarla a me stessa.

Un altro aspetto che mi aiuta in questo è avere avuto a che fare con “morti” nel mio lavoro di archeologa. Può sembrare banale, ma è così: ci sono abituata, e ti assicuro che le prime volte che scavi una tomba l’emozione è forte. Poi si fa l’abitudine, ma quando ci fai caso e ti vedi dall’esterno è forte sempre. Puoi immaginare quando ti capita di scavare la tomba di un bambino.

Nel tuo romanzo mi è parso di riscontrare una forte connessione tra ferita e rinascita: sei d’accordo?

Sì, assolutamente. La ferita originaria, che poi è diversa ma allo stesso tempo simile per ognuno di noi. La ferita della perdita, della mancanza, dell’abbandono o almeno della paura dell’abbandono. Che poi è anche la crescita, una sorta di rito di passaggio, l’iniziazione all’età adulta. Per alcuni arriva prima, per altri dopo. È su quella ferita che si gioca tutto: chi sei, chi sarai, come gestirai le tue relazioni, le tue scelte, come sarai capace di cicatrizzare e di rimetterti in piedi. Se sopravvivi, e come, o se soccombi. E quando sei sopravvissuto capisci che ce la puoi fare, e che quella cicatrice ti serve. Perché da quella misuri le forze che ti servono per rinascere.

Le intromissioni dialettali nella tua scrittura sciolta e limpida avvengono sempre con molta destrezza e creano uno stile assolutamente originale. Che tipo di lavoro porti avanti in questo senso?

Quello a cui sono abituata nella vita. Ho una madre salentina, un padre abruzzese, vivo a Martina Franca, ho vissuto a Roma, ho lavorato a Bari… sono vissuta in una mescolanza linguistica da quando sono nata. Qui è normale passare dal dialetto all’italiano, e da un dialetto all’altro, perché a pochi chilometri si parla in modo diverso. È una cosa che mi piace moltissimo, vorrei impararli tutti, e mi viene assolutamente naturale imitarli o almeno provarci. E questa cosa cerco di trasferirla nei miei romanzi, perché trovo che abbia delle potenzialità espressive molto belle.

lepore2Una cosa che ti piace molto del mondo della scrittura.

Le relazioni con le persone e l’entusiasmo dei lettori.

Una cosa che invece trovi faticosa.

I rapporti diplomatici. E conciliare gli spostamenti per la promozione del libro con lavoro e famiglia, considerato che non si possono prendere ferie durante l’anno scolastico.

E in generale, cosa ti dà la carica?

Scrivere, la cioccolata fondente e il tè verde.

Cosa invece ti abbatte?

La cattiveria.

L’ultimo dubbio.

Uno al minuto. Quindi se devo cambiare la risposta precedente.

L’ultima volta che ti sei arrabbiata: raccontaci perché.

Quando le persone a cui tengo molto non capiscono e sminuiscono le cose che per me sono importanti.

L’ultima risata di gusto

A scuola stamattina. Ma per fortuna è cosa che capita spesso.

 

A cosa stai lavorando ora?

A un nuovo romanzo con Gerri Esposito, che spero di finire presto. Poi vorrei dedicarmi a una cosa ad ambientazione storica a cui tengo molto e che aspetta da tempo. E poi a una serie di progetti che ho in testa. Anche troppi, direi.

Salutaci con una citazione da “Angelo che sei il mio custode”  .

“Per fortuna Niccolò dormiva, di quel sonno dei bambini che non cede di fronte a nulla. Lo strinse più forte e restò in silenzio a sentirlo respirare, un respiro che non aveva mai sentito, leggero e veloce. Non aveva mai tenuto stretto un bambino, non ne aveva mai preso in braccio uno, mai avuto a che fare con gente al di sotto dei dieci anni da quando era stato un bambino lui stesso. Si accorse che gli piaceva. Non aveva mai nemmeno abbracciato nessuno in quel modo, né grande, né piccolo, non era mai rimasto a guardare dormire qualcuno, a sentirlo respirare, a preoccuparsi se aveva freddo o fame. Il massimo delle attenzioni che era stato in grado di dare erano le cene che preparava ad Annalisa, i libri che comprava a Sara, i film che faceva guardare a Miriam. Ma si trattava sempre di cose da fare, vedere, comprare, dire. Una cosa così, silenziosa, immobile, non l’aveva mai provata.”

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3 risposte a GIORGIA LEPORE

  1. patrizia debicke ha detto:

    viva Giorgia

  2. Annalisa Penzo ha detto:

    Ho trovato interessante ciò che ha raccontato e mi incuriosisce il libro,, non solo per il tema,non solo perché sono insegnate, ma trovare il nome Annalisa, in un romanzo fa la differenza!
    Per cui credo proprio che lo leggerò
    Complimenti
    Annalisa

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