ELEONORA MAZZONI

foto-eleonora-mazzoniATTIVITA’: attrice e scrittrice
SEGNI PARTICOLARI:  nessuno. “Intensamente normale”, come l’ha una volta definita un regista.
LA TROVATE: www.ledifettose.it ; www.gliipocriti.it ; Twitter ; Facebook

Le tue origini e la formazione
Nasco romagnola e campagnola. Nel mio paese a 10 chilometri da Forlì, dove ho vissuto fino ai 13 anni, ho sperimentato presto la dinamica tra finito e infinito che descrive meravigliosamente Leopardi. La “siepe” è stata il confine rassicurante ma anche lo sprone per  immaginare e desiderare l’oltre. Ho poi frequentato il liceo classico a Forlì, Lettere moderne e la scuola di teatro a Bologna. Per lavorare come attrice mi sono trasferita a Roma, dove ancora vivo. Ho spostato un po’ più avanti il limite, ma la spinta verso l’oltre è rimasta.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare?
Non avevo un’idea precisa. All’inizio all’università mi sono iscritta a Medicina, senza che mi piacesse, solo per il fatto che volevo fare la missionaria, ma un mese prima di cominciare cambiai passando a Lettere (pensai che sarei potuta partire in missione anche come insegnante, studiando prima ciò che mi piaceva). In realtà ho sempre percepito di non voler entrare nella dinamica inevitabilmente routinaria e meccanica del “lavoro”, cosa strana, visto che nella mia famiglia hanno sempre tutti campato in questo modo. Avevo bisogno di un mestiere che mi scavasse dentro, mi mettesse in difficoltà e nello stesso tempo mi facesse fiorire. Ai tempi già scrivevo. Ma no, in quel momento cercavo un mestiere più dinamico e materico, che mi permettesse di scoprire la corporeità, il contatto fisico. Credo che questo sia il motivo principale per cui ho scelto di recitare.

E adesso?
Vorrei continuare a scrivere. In futuro potrei anche pensare di girare un film. E’ un pensiero antico, nato almeno 15 anni fa, ad oggi non realizzato, non è ancora arrivato il momento, forse.

giov1È uscito per edizioni San Paolo il tuo libro “La testa sul petto”. Sottotitolo: “Sulle tracce di San Giovanni”. Com’è nato questo progetto?
È stata la San Paolo edizioni a contattare gli scrittori e a proporre i personaggi, da raccontare con assoluta libertà e secondo la cifra di ciascuno. Dunque non abbiamo scelto noi. Per me è stato subito eccitante far parte di un progetto originale e comunitario, che univa autori affermati ad altri meno noti, autori cristiani ad altri che non lo sono, in più la figura di San Giovanni (e lo si capisce anche dalle pagine del romanzo) in me risuona da tempo, per cui mi incuriosiva potermi occupare, da laica quale sono, di un santo.

Come ti sei documentata? E in che vesti? 
Direi, appunto, da curiosa. Non essendo né cristiana né una studiosa, ho dovuto recuperare quella parte importante della mia esistenza che ho dedicato alla ricerca spirituale. Ho indagato fin da giovanissima il tema delle religioni e continuo a pormi quelle domande semplici ma essenziali di significato, del tipo “ perché la vita? Perché il mondo? Perché le cose vanno così? Cosa ci attende? E cosa c’era prima?” Sono partita da questo. E ho studiato (o meglio ristudiato) i vangeli e il Nuovo Testamento, qualche buon libro di storia antica, e poi tutto quello che si conosce di San Giovanni.

C’è qualcosa di san Giovanni che non avresti mai immaginato?
Non avrei immaginato che, dopo la morte di Cristo, si sapesse così poco di lui, pur essendo il discepolo più longevo (morto all’incirca nel 104 d. C.). Dunque non avrei immaginato di dover immaginare tanto!

E qualcosa che ti porterai dietro per sempre?
L’affascinante, geniale, misterioso incipit del Vangelo di Giovanni. Pensa che anche uno dei miei film preferiti, Il Sacrificio di Tarkowskij, termina con quelle parole, quando il bambino senza nome e senza parola al quale l’autore russo affida la possibile salvezza dell’umanità, innaffiando nell’inquadratura finale un albero secco, quell’albero su cui un giorno rispunteranno le gemme, pronuncia le uniche sue parole di tutto il film: “In principio era il Verbo: perché papà ?”. Strepitoso.

A un certo punto tu sottolinei quanto il mondo pagano si sia trovato spiazzato di fronte al cristianesimo. Approfondiamo questo passaggio, che il lettore troverà ben spiegato nel libro.
Sì. Il cristianesimo rappresenta una frattura, più che una continuità. Noi ormai ci siamo abituati ma quella strana, ruvida, ostica religione, unica, paradossale e un po’ folle, come la definisco nel libro, ha parecchie novità,  che prima hanno scandalizzato il mondo pagano, poi lo hanno sedotto. Per il mondo antico non era scontato immaginare un Dio creatore del cielo e della terra, e sicuramente un Dio unico. Ma un Dio che si fa uomo era ancora più sconvolgente. Perché, si domandavano, avrebbe aspettato tanto? E perché tutto questo sarebbe accaduto in un popolo così miserabile, secondo loro, come quello giudaico? E poi il fatto più eclatante era la resurrezione, un Dio che dopo essere morto (per i nostri peccati) risorgeva, promettendo anche a noi la resurrezione. Il mondo antico credeva invece in dèi capricciosi come bambini, che non si occupavano delle faccende del mondo, e non lo salvavano. L’uomo classico si salvava da solo, la salvezza era frutto dei suoi sforzi, della sua volontà.  Di conseguenza non conosceva la speranza di fronte alla morte. Per questo rimase perplesso ma anche toccato da un Dio che instaurava un rapporto intimo e personale con i suoi seguaci, di figliolanza, e che prometteva loro una vita eterna “in carne ed ossa”, non solo in spirito. E così il messaggio pieno di vita eterna dei primi cristiani modificò il sentimento del tempo, facendo perdere l’idolatria del presente che avevano greci e romani, e dando positività al futuro, in quanto salvato, in attesa del regno di Dio (i greci e i romani  invece ammonivano: “Protinus vive!”, ovvero vivi immediatamente, come suggerisce Seneca proprio a Carla, la protagonista de “Le difettose”).

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La figura di Maria viene delineata nella sua umanità ma anche nell’eccezionalità dell’esperienza attraversata. Cosa ci puoi anticipare di lei?
Maria è diventata con il passare dei secoli una figura sempre più scialba e “perbene”, una specie di santino bidimensionale. Io me la sono immaginata umana e vera, come quella che ritrae da morta Caravaggio (non è un caso che si dicesse che, come modello, avesse utilizzato una prostituta trovata annegata nel Tevere). Maria è più scorretta, più coraggiosa e anticonvenzionale di quanto normalmente si pensi. In fondo ha accettato di portare avanti una gravidanza fuori dal matrimonio. Perché se è vero che era già sposata a Giuseppe, abitava ancora a casa dei genitori (era infatti richiesto un anno tra lo sposalizio e l’entrata nella casa dello sposo). Giuseppe all’inizio fu perplesso. Così saranno stati sia i genitori di Maria che i suoceri. Lei invece affronta tutto e tutti grazie alla sua forza e la sua fede.

Le voci narranti sono due, ben differenziate: da un lato la tua (e l’autore coincide col narratore), dall’altro la voce di San Giovanni. Perché?
Non mi andava di fare un romanzo storico “finito”, a tutto tondo, quando tra l’altro si sa così poco di Giovanni. Mi piaceva l’idea di utilizzare un pasticcio di generi, dal romanzo storico, appunto, al saggio al memoir e all’autobiografia. Mettere la mia voce serviva come collante, per poter produrre ipotesi mentre seguivo, tramite Giovanni, lo sviluppo e la diffusione del cristianesimo del I secolo. E mi permetteva di costruire un legame confidenziale con il lettore. Nello stesso tempo tempo, però, non volevo essere completamente misura di tutte le cose. Volevo che ci fosse anche lui, Giovanni, con la sua, di voce. Pur avendo una forte spinta verso la spiritualità e la ricerca religiosa, sono scettica e mi sembrava ingiusto contaminare Giovanni con i miei dubbi. Dunque ci sono io, appassionata e curiosa ma fondamentalmente incredula. E Giovanni che crede, non in maniera cieca, certo, e infatti attraversa il silenzio di Dio, la fatidica notte di cui parlano pure i mistici. Ma poi la fede si illumina e si fortifica e dà lo stimolo per andare e portare il Vangelo nel mondo. E questo c’è, nel mio romanzo, tramite il suo personaggio.

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Cosa ti dà la carica?
Premesso che ho ereditato da mia madre una bella e insensata carica naturale, il mantra buddista che recito ogni giorno mi dà una mano, tenendomi desta, fiduciosa, vivace e nello stesso tempo calma.

Cosa ti abbatte?
Le incomprensioni o i tradimenti di chi amo.

Dal momento che sei anche attrice, ci racconti com’è lavorare nel mondo dello spettacolo?
L’ambiente è simile a qualsiasi altro: tanta competizione e ambizione, poca meritocrazia, frustrazioni e irrequietezza alle stelle sono all’ordine del giorno. È uno di quei lavori in cui bisogna essere disposti a viaggiare, a spostarsi continuamente. E a cambiare colleghi di lavoro. Si parla spesso della precarietà come il minimo comune denominatore ormai di tutti i mestieri. Beh. La precarietà altrui a noi attori ci fa un baffo! L’attore è abituato a cambiare datore di lavoro e colleghi ogni due mesi (se gli va bene!). Cioè ogni due mesi (se gli va bene, ripeto) deve trovarsi un altro lavoro, e poi un altro. E così via. Con tutele quasi inesistenti in caso di malattia, maternità o pensionistiche. Il consiglio che do sempre ai giovani è di fare gli attori solo se strettamente necessario!

Raccontaci un successo.
Il mio primo provino televisivo vinto. Inaspettato. Ero da poco andata a vivere a Roma, non conoscevo nessuno – veramente nessuno nessuno nessuno. Avevo soltanto un’ottima agente, la più brava, che è già una gran cosa ma può non bastare. Faccio il provino per uno dei ruoli importanti di una miniserie di tre puntate. Per il ruolo ero giusta, mi preparai come una pazza per due settimane, ma che chance avevo? Infatti quel giorno vidi parecchie attrici più note di me, più conosciute, più belle. Invece vengo scelta io! Ricordo che da una cabina telefonica (ancora i cellulari erano degli armadi portatili) telefonai a mia madre in lacrime. Potrei descrivere il giorno, l’ora, la strada, la cabina, le parole, le sensazioni, tutto quanto, per come mi si sono rimasti impressi tutti i dettagli nella mente.

E ora una delusione
Dopo quella prima fortuna dell’esordiente ho perso parecchie parti che sentivo già mie, tanti provini superati, e poi alla fine: “no, sei troppo grassa. No, sei troppo vecchia. No, sei troppo giovane”. Insomma, c’era sempre qualcosa che era troppo (o troppo poco). L’attore deve saper gestire i no. E sono la maggior parte. Un mio professore di accademia ci diceva: “Se siete molto ma molto bravi, vincerete uno, due provini su dieci”. Questo vuol dire che otto, nove volte su dieci devi essere capace di elaborate un rifiuto. Grande scuola di vita.

Un desiderio
Riuscire ad essere felice per quello che sono e che ho.

L’ultimo sorriso
Per i miei figli. Sempre.

Un progetto in cantiere.
Il mio prossimo romanzo e le sceneggiature tratte dai primi due.

Salutaci rispondendo a una domanda sul tuo libro “Gli ipocriti” (Chiarelettere, 2015): chi sono gli ipocriti?
Quelli che quotidianamente si ingannano, profondamente convinti di essere diversi (e in genere migliori) rispetto a ciò che in realtà sono. Convinti di credere in cose in cui non credono. Di poter fare a meno di cose che invece sono loro necessarie. Quelli che mentono a se stessi, prima che agli altri. Infedeli a se stessi. Estranei. Amedeo, il padre di Manu, alla fine riconosce: “A lungo sono stato per me stesso la cosa più lontana.”

E adesso salutaci con una citazione dal “Le difettose”, tuo primo romanzo (Einaudi, 2012), poi divenuto spettacolo teatrale.
Visto che ne ho parlato prima, cito queste frasi di Carla: “Te lo dico io, Lucio Anneo Seneca, qual è il dono che oggi mi porti: «Vivi senza indugio». Sí. La mia determinazione a diventare madre non ha funzionato. Non hanno funzionato le strategie. I medici, la scienza, le punture, i transfer. Però ha funzionato la vita. Mi sono partorita.”

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