Sicilia terra bruciata di Vincenzo Maimone (Fratelli Frilli)

sicilia-terra-bruciataRecensione di Claudio Guerra

Fratelli Frilli è una piccola casa editrice genovese che si è assunta il compito di selezionare e pubblicare romanzi di genere giallo o noir di autori italiani, spesso marcati dalla loro qualità e dalla forte connotazione locale. Quasi la gestrice di una catena “slow-crime”.

Almeno questo è quanto è risultato dal bell’evento che ha essa stessa curato nella raccolta trasferta in un piccolo teatro nel centro di Bologna l’anno scorso. In quella occasione ha radunato a parlare del genere e dei loro libri autori della sua scuderia provenienti da varie regioni italiane, autori di scuderia a chilometro zero, autori ed esperti locali. Fra le pieghe dell’evento ne è anche scaturita una  piccola presentazione di sé e delle proprie opere per ciascuno degli intervenuti.

Questa dell’autopromozione, come purtroppo è noto, uno dei pochi canali pubblicitari per un autore poco noto prima che l’onda di marea della superfetazione editoriale lo rimandi nell’asfittico scolo verso l’uscita di catalogo. Con Frilli questo non succede, i suoi libri non ballano una sola estate, ma senza qualche evento eccezionale è difficile che un suo autore siciliano arrivi sulle sponde del Reno a parlare di quello che scrive e ad incuriosire il possibile lettore. Con tutti i commissari siciliani che ci sono già in giro poi, chi mai andrebbe di propria iniziativa a cercare di stupirsi sorbendosene uno nuovo ?

Questi sono gli eventi che mi hanno portato a conoscere, fra gli altri, anche i personaggi di Vincenzo Maimone e a rimanerne piacevolmente sorpreso. Nel primo romanzo, “La variabile Costante”, si presentava un’indagine parzialmente non convenzionale fra Milano e Sicilia del commissario Giacomo Costante, altrimenti stanziale ad Acireale (CT), coadiuvato dal suo fraterno amico Tancredi Serravalle, insegnante di liceo. Due archetipi già comparsi in qualche modo in altri libri di altri autori, ma qui tratteggiati ed egregiamente resi di carne nella loro concreta normalità.

In questo nuovo romanzo, uscito a distanza di un paio di anni dall’altro, l’autore fa un passo ulteriore.

Tancredi Serravalle questa volta non è il volenteroso comprimario che dà una mano all’indagatore legittimato, questa volta è la vittima. Dirlo non è spoiler: è il prologo che ce ne informa, in una di quelle rappresentazioni stereotipate del poveraccio segregato in attesa che sulla luce della porta compaia l’orrida silhouette del carnefice. Lui non sa il perché sia lì e lo scoprirà solo a 250 pagine da questo punto. Noi lo avremo intuito un bel po’ prima ma, lungo la strada, focalizzando questa informazione, avremo perso di vista il fatto che lui è l’ultimo della lista del serial killer e il suo turno è arrivato.

La cosa più terrorizzante del libro è però la normale ottusità, protagonista occulta, che un po’ si maschera da sonnolenta inerzia, ma giusto per passare inosservata e farla franca. Il lettore percepisce con durezza quei particolari che dal suo privilegiato punto di vista potrebbero far scattare l’epigono di Sherlock Holmes e sventare tutto lo smottamento della storia verso il suo epilogo. Invece no: diviene spettatore inglobato e allibito dello squagliarsi di tante piccole normalità di fronte al procedere dell’aberrante banalità del male. Con la metafora di un terrore molto contemporaneo che vede la vittima Tancredi esserlo divenuto per un contesto, non per una reale “colpevolezza” nel fattore scatenante della vendetta dell’assassino.

La prima vittima la uccide poi l’ottusità del conducente di un furgoncino delle consegne. Guida ondivago, si distrae dalla strada e non vede l’anziano preside che sta attraversando la strada indossando una tuta vistosa, per quanto inguardabile, che si impiglia in uno spigolo dello specchietto già provato da innumerevoli altri contatti. Quello viene trascinato, la tuta si strappa, l’anziano cade e lì rimane. Il conducente non si ferma: scappa e tace, confidando che la sua buona condotta nei giorni successivi e la sua arguzia gli consentiranno di scampare le conseguenze dell’incidente.

Le conseguenze dell’incidente però non si sono messe in cammino solo per lui. Al funerale si presenterà anche la morte a fare l’appello delle sue future vittime. Anche Serravalle, come il soldato della canzone, si troverà dove non sapeva di dover essere, dove non voleva essere perché del luogo e dell’ora delle esequie era stato informato, ma dove per inerzia nell’indirizzare i suoi passi si era invece ritrovato. Per essere riconosciuto, chiamato a gran voce da un collega, ed indicato nella lista del carnefice.

Da qui parte la lista di efferati delitti sui quali l’amico commissario, Giacomo Costante, che fra l’altro si sta riprendendo dai postumi fisici de finale del romanzo precedente, si troverà a dover indagare. Normale fondale di scena, classico colore da teatrino siciliano, la sonnolenta routine di intimidazioni mafiose e maneggi politici.

A chiusura, con un blando spoiler che non è tale se parti consapevole che questo romanzo appartiene a una serie con due protagonisti dichiarati, non mi resta che stare a vedere cosa combinerà il prof. Maimone ai suoi poveri “figli” nel terzo episodio. Io non vedo l’ora.

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Una risposta a Sicilia terra bruciata di Vincenzo Maimone (Fratelli Frilli)

  1. pdebicke ha detto:

    grazie

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