Storie di Natale Aa. Vv. (Sellerio)

sellerioRecensione di Claudio Guerra

Non sono fra quelli che si lamentano perché la Sellerio ha allentato i vincoli con la tematica “gialla” nelle antologie stagionali che raggruppano gli autori di scuderia. In primo luogo perché, negli ultimi tempi, in questa scia non proprio precipua di questa casa editrice ci si stavano mettendo proprio anche tutte le altre. In secondo perché il giallo è un genere con regole fondanti piuttosto strette e spesso ci si trovava davanti a risultati non sempre brillantissimi e anche fuori tema. Non tutti avevano la fortuna di poter attingere ad antefatti non raccontati della loro serie principale, come Manzini, o di avere la verve per tirar fuori una storia gustosa anche senza farci scappare il morto, come Malvaldi. Non è un caso che poi quei racconti, raccolti insieme, abbiano sostituito quest’anno un paio delle canoniche stagioni.

Oltretutto quella del Natale è una favola apparentemente semplice ma che, dal momento che siamo in tanti a raccontarcela e da tanto di quel tempo, è divenuta talmente complessa che può continuare a essere la base di innumerevoli altre storie. Questo libro ne è un valido esempio.

Sette storie diversissime dove gli autori di punta della Sellerio abbandonano i loro personaggi seriali per portare il lettore lungo strade che arrivano, partono o sfiorano la grande festa della cristianità.

Che Camilleri se la cavi egregiamente non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo. Sforna una fiaba classica e moderna insieme, con il suo peculiare linguaggio,  dove il miracolo più grande non è uno dei quattro che occorrono al protagonista in quattro diversi Natali, bensì il riuscire a finire l’ultima pagina senza che una lacrimuccia abbia cercato di affacciarsi al ciglio del lettore.

Quello di Calaciura è invece il lato amaro del Natale, festa della famiglia, dove una coppia di fratelli adolescenti, il maggiore affetto da grave handicap mentale, vivono l’approssimarsi della festa. Con il più giovane che si è distaccato dall’ultimo filo di complicità infantile con il più grande e comincia a vivere le sue prime egocentriche consapevolezze e tormenti esistenziali. Ai genitori si è invece prospettata ben altra consapevolezza e il “miracolo” sarà infatti quanto di più amaro potesse essere concepito.

Manzini, con il suo Rocco Schiavone probabilmente già trasferito ad Aosta, si cimenta nel raccontare le imprese di un figurante di Cinecittà disoccupato e disperato che si improvvisa ladro indossando i panni di Babbo Natale. Storia dal finale un po’ telefonato ma che, per come sa porgerla l’autore, risulta sempre gustosissima.

Stranamente quello di Stassi è l’unico che si soffermi sulla vicenda che si celebra ogni 25 Dicembre, ma lo fa con prospettive non canoniche e in circostanze inusuali. Racconta infatti le riflessioni di un condannato al confino nel Ventennio la notte in cui viene trasferito, con altri, verso una delle isole riservate ai detenuti politici. La notte in cui forse morirà perché il traghetto sta per affondare a causa dei marosi, il suo presente si mischia con il suo passato e quello di Maria e Giuseppe nei giorni del censimento in Galilea.

Cataluccio invece inscena la fuga psichedelica dell’impiegato di un’agenzia al quale è stato dato l’incarico di trovare un locale per il pranzo aziendale della Vigilia, ma troppo a ridosso delle Feste. Con questa pressione alle spalle entrerà in extremis in un locale greco di Milano per trovarsi invece catapultato su un’isola della Grecia dove accadono cose strane, se non incredibili, e dove il tempo scorre in modo differente.

Spendo qualche parola in più per l’apporto di Recami a questo libro. Non sono un estimatore delle vicende della sua “casa di ringhiera” ma questa volta ho veramente apprezzato il suo modo di tratteggiare la grottesca normalità di personaggi e situazioni. Il suo solito cast non c’è, forse sono rimasti a Milano, e qui abbiamo una comitiva eterogenea che vorrebbe partire con un volo low-cost da Bologna  per Palermo, in tempo per il Pranzo del giorno dopo. Causa maltempo il volo viene annullato e vengono allestiti due pullman per portare i viaggiatori a Firenze. Quando il primo sta per imboccare l’autostrada l’autista viene informato che è prevista neve forte sul tratto appenninico e vorrebbe tornare indietro. Viene però dirottato dai passeggeri e tutti insieme si imbarcano in una epopea eroicomica di sbandati nella tormenta.

Chiude il volume la Giménez-Bartlett con il pietroso Natale senza famiglia di un divorziato che avrebbe dovuto avere la figlia al pranzo e invece, per questa volta, dovrà passarlo da solo. Anzi, finisce per invitare a tavola una giovane testimone di Geova che lo aveva seguito attratta dalla sua solitudine come uno squalo dal sangue.

Sono convinto che ci siano storie di Natale che abbiano ragione di essere lette o rilette solo nel Giorno di scadenza, quando il cuore e la mente si fanno un po’ più molli. Altre, come queste, possono essere motivo di riflessione o di divertimento in qualsiasi momento dell’anno. Del resto con i ritmi attuali rischiamo spesso di vivere un po’ fuori sincrono e di trovarci di fronte a fantasmi di Natali passati, presenti o futuri fuori stagione.

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