Silenzio di Elisa Della Scala

Gli avevano assicurato che questa volta il candidato sarebbe stato puntuale, e che il comizio elettorale sarebbe durato un’ora esatta. I politici però sono sempre in ritardo e raramente mantengono le promesse. Hernandez lo sapeva, alla sua età conosceva bene il mondo. Ma arrivò lo stesso per primo e il suo cuore ebbe una fitta quando s’avvide che era in anticipo di un quarto d’ora. Significava che sarebbe stato costretto a leggere sul giornale la fine del discorso, e la cosa non gli piaceva affatto: l’esperienza gli aveva insegnato a diffidare dei giornalisti, soprattutto in periodo elettorale. Ma si sarebbe dovuto accontentare, per questa volta. Un’ora era tutto ciò che aveva a disposizione, prima di essere costretto ad andare via. Il medico gli aveva intimato di non rimanere più a lungo senza ossigeno, il suo pueblo si trovava a 3800 metri di altezza e non c’è cosa così pericolosa come la mancanza di fiato per il cuore di una persona dell’età di Hernandez, e nelle sue condizioni. Per questo il vecchio limitava ad eventi eccezionali le sue uscite fuori di casa, come appunto quel comizio elettorale; fino al giorno in cui gli avrebbero dato qualcosa che avesse reso trasportabile la bombola d’ossigeno e tutto l’armamentario di cui era fatta la prigione d’aria dove era costretto a vivere.

elisaMa non era l’unico motivo per cui se ne stava tappato in casa, la ragione della sua clausura in quell’angolo di mondo. Hernandez non usciva mai soprattutto perché necessitava di stare da solo, e senza parlare.

Giravano molte voci su quel vecchio. C’era chi diceva che fosse fuggito da qualcosa di grave, chi sosteneva che avesse una colpa da espiare, oppure un passato da cui prendere la giusta distanza. In realtà, nessuno sapeva cosa lo avesse portato in quel piccolo pueblo sulla Cordillera al confine con la Bolivia. Ciò che era certo erano solamente tre cose: che un giorno di trent’anni prima un uomo di un metro e ottanta, solido e dai tratti europei, era arrivato da solo a piedi da Buenos Aires; che solo era rimasto; e, soprattutto, che Hernandez aveva sempre detestato il silenzio di quella valle. Per questo ascoltava la radio dalla mattina alla sera, pur di riempir di rumore l’aria di casa. E quando andava a dormire abbassava il volume al minimo piuttosto che spegnere il piccolo apparecchio portatile, così che anche le sue notti fossero tempestate da un constante brusio.
Nessuno lo capiva. A detta di tutti, era un vecchio strano.
Quel pomeriggio di dicembre nella piazza c’era solo lui. Era l’inizio dell’estate, ma faceva molto caldo. Le scarne decorazioni natalizie che pendevano sopra la sua testa da un angolo all’altro, appese da pochi giorni erano già cariche di polvere giallastra. Hernandez si aggiustò su un piede e poi sull’altro. Dritto, con la solida rigidità che tutti gli riconoscevano. Se si fosse seduto forse avrebbe risparmiato fiato, forse avrebbe potuto rosicchiare qualche minuto in più, forse il tempo sarebbe stato clemente e gli avrebbe fatto seguire il discorso del politico fino alla fine. Invece non c’erano sedie per quel breve comizio, nessuno in paese aveva pensato di metterne a disposizione. Avevano issato solo il palco con una gigantografia del politico che sorrideva un po’ sbiadito dal sole e dall’uso, subito sopra il suo nome scritto a caratteri cubitali. Non avevano nemmeno montato gli altoparlanti, inutili per un pubblico che all’ultimo censimento contava appena 356 anime. C’era solo il pulpito, dietro il quale l’uomo avrebbe snocciolato al popolo le sue promesse elettorali: quattro cassette di legno una sopra l’altra, nascoste dal drappo azzurro della statua di San Francesco – ed era anche per questo che la chiesa l’avevano chiusa, per non farlo notare, nonostante tutti conoscessero bene quella stoffa.
Alle tre e cinque Hernandez si aggiustò di nuovo da un piede all’altro, e questa volta finalmente una sedia uscì da una porta all’angolo opposto. Il vecchio ne approfittò senza schermirsi. Adesso sedeva di fronte al palco, al centro, come un monumento alla fedeltà elettorale. A parte lui la piazza era vuota, ed era ragionevole pensare che fosse destinata a rimanere tale ancora a lungo. In quell’angolo della Puna alle tre del pomeriggio il sole non ha pietà per nessuno, e il politico sapeva che certi tipi di discorsi sono migliori nel ricordo e nel passa-parola di chi non li ha mai sentiti. Ecco perché era stato scelto quell’orario per il comizio elettorale.
Eppure Hernandez era lì, pronto ad ascoltare. In quella piazza di terra, circondata da case color ocra, a fargli compagnia erano solo gli unici due alberi del pueblo. Alle sue spalle l’Almacen era chiuso, così come la questura di fronte. La chiesa poi, a parte la questione del drappo di San Francesco, aveva solo una funzione a mezzogiorno. Non é vero che la casa di Dio é sempre aperta, pensò Hernandez: se fosse schiattato in quell’attesa, nemmeno il Padre Eterno sarebbe stato presente.
Ma a lui non importava, non aveva mai familiarizzato coi preti e non pensava certo di morire quel giorno. Aspettava, imperterrito, nella piazza muta. Solo due uccellini ciarlavano tra loro, con un cinguettio fine; e poi smisero, e allora davvero rimase solamente la voce assordante del silenzio. Un silenzio che in posti come quello è capace di urlare, di riempire le orecchie e il cuore.
Viaggiando s’incontrano tutte quelle domande che a casa non hanno spazio sufficiente per le risposte, gli avevano detto. Ecco perché, trent’anni prima, Hernandez s’era messo in cammino; ma lui non ne aveva ottenuta nemmeno una, di risposta. E forse era proprio questo quello che cercava davvero.
Si crede che sia la parola a dare forma ai pensieri, e per questo Hernadez si era fermato in quel pueblo dove nessuno gli aveva mai chiesto niente. E per il medesimo motivo se ne stava muto, per evitare lui stesso di chiedersi ancora; e ascoltava la radio tutto il giorno, perché la valle era maledettamente silenziosa e lui sapeva bene come certi silenzi scavano dentro, fino a parlare con l’anima.
Come in quel pomeriggio infuocato, in cui era seduto al centro della piazza circondato da un’aria spessa e immobile. Quando gli uccellini volarono via Hernandez guardò dritto di fronte a se, fisso, riempiendosi gli occhi del palco per cercare di svuotare la mente. C’era davvero troppo silenzio. Ma per qualche strano motivo non pensò ad alzarsi, neppure quando il suo pensiero si diresse dove lui per trent’anni aveva evitato di andare.
Era il diciotto di aprile quando partì, e fu lì che lo vide: il suo vecchio se stesso, quel giovane di Buenos Aires era in piedi di fronte a lui.
Lo studiò qualche secondo, accarezzando il ricordo mentre nel
suo petto regnava una calma feroce. E poi si disse che è giusto vivere il dolore, anche se la causa viene da noi stessi. È giusto perchè le scelte e le imperfezioni fanno parte della natura umana, nella stessa misura in cui è proprio dell’anima imparare dall’errore e proseguire il proprio cammino.
Hernandez non aveva mai speso una lacrima, e in quel momento si concesse finalmente il lusso di piangere. Pianse per quell’uomo che trent’anni prima s’era messo in viaggio credendo di volere delle risposte e finendo per fuggire al silenzio che avrebbe potuto dargliele.
E poi, nell’aria vuota di quella piazza pensò di alzarsi e andare via. Ma non lo fece. Fu il giovane che gli stava di fronte ad andare, invece, finalmente leggero. E quando non ci fu più niente davanti ai suoi occhi, Hernandez pensò che non è mai troppo tardi per sorridere alla benedizione di accettare quel che é stato, di lasciare andare le cose. Anche se delle colpe di cui s’era macchiato trent’anni prima, la peggiore era stata quella di aver sprecato il suo futuro per non aver mai perdonato se stesso.
Erano le quattro quando il politico arrivò. Ci mise un po’ a sistemarsi, il tempo di farsi portare la caraffa con l’acqua e aggiustarsi al pulpito della sua predica elettorale. E nel quarto d’ora che segui, il silenzio della piazza fu rotto da tanti piccoli suoni sgraziati: una sedia scricchiolante, lo schiarirsi della gola, un peto in sordina per scacciare il nervosismo del momento.
Poi qualcuno disse che non era possibile fare un discorso davanti a una piazza vuota: l’unica persona presente, un vecchio seduto su una sedia davanti al palco, sembrava dormire. Così aggiunse che il politico capiva l’importanza della siesta, soprattutto in un pueblo come quello popolato da anziani; e che, nonostante i suoi mille impegni, avrebbe aspettato ancora un pochino ad iniziare.
Subito dopo tornò quell’aria vuota che finalmente Hernandez aveva imparato ad amare di nuovo, il silenzio pieno che lo aveva accompagnato alla fine del suo viaggio, prima che il politico facesse la sua breve apparizione.
Erano le quattro e un quarto adesso, e lui era immobile, con il mento appoggiato sul petto e il cappello a falde larghe che gli nascondeva gli occhi. E sì, sembrava proprio che dormisse nella canicola di quel pomeriggio.
Nessuno pensò di provare a svegliarlo per dirgli che aveva perso il suo tempo ad aspettare: il politico era andato via e si sapeva che non sarebbe più tornato, il discorso lo avrebbero riportato nel giornale del giorno dopo. Così nessuno si accorse che Hernandez non lo avrebbe mai letto, il giornale, perché erano almeno quindici minuti che non respirava più.
Eppure aveva le labbra piegate in un sorriso, ecco perché aveva ingannato tutti. E un’altra cosa strana: mai nessuno prima di allora avrebbe potuto credere di vederlo sorridere nel silenzio.

 

elisaElisa Della Scala ha pubblicato nel 2003 la raccolta di racconti e poesie “Destino Cane” per la casa editrice Il Calamaio.  Negli anni successivi ha lavorato tra Roma e Milano per alcune produzioni televisive come redattrice/collaboratore testi.
Nel 2009 ha co-fondato la indie label Menostorie.com per la produzione di audio-books.
Tra il 2014 e il 2015 ha pubblicato alcuni racconti con la casa editrice Ensemble edizioni nelle loro antologie e sulla rivista Patria Letteratura, oltre a pubblicare il romanzo “La Regina dei Cupcakes” con Createspace.
Oltre all’attività di scrittrice ha partecipato a due festival di street art con le sue poesie, in collaborazione con gli artisti Fabio Petani (Upfest, Bristol 2015) e Marco Ugoni (UrbanArt, Ostia – Roma 2016).
In Italia ha studiato scrittura cinematografica presso la Scuola di Cinema e nuovi media a Milano, oltre ad alcuni corsi di scrittura creativa.
A Londra – dove si è trasferita cinque anni fa – ha frequentato alcuni corsi brevi presso la UAL e la Raindance, oltre al corso in “Novel writing” della London School of Journalism.
Attualmente sta lavorando al suo secondo romanzo.
Qui la sua pagina Facebook

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4 risposte a Silenzio di Elisa Della Scala

  1. patrizia debicke ha detto:

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