ALESSANDRA MINERVINI

minerviniATTIVITA’: Lavoro come consulente editoriale, faccio corsi di scrittura, editing e poi scrivo.

SEGNI PARTICOLARI: Il segno zodiacale: lo Scorpione e l’accento barese

LA TROVATE: A Bari (dal vivo) oppure qui

Le tue origini e la tua città.

Sono nata a Bari, dove ora vivo. Anche se mi sento un po’ distante dall’immagine vivace e vacanziera della mia terra, forse perché ho vissuto molti anni fuori (Siena, Torino, Roma). Ho ereditato dai posti in cui ho vissuto il riserbo e un malinconico (post)romanticismo ma l’eredità più preziosa è pugliese: l’accento levantino che conservo e non intendo modificare.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Lo ammetto, rispondevo: la scrittrice! Almeno in questo sono stata ostinata.

E adesso cosa dici?

Ci penso spesso. Io dico ancora editor, insegnante di scrittura. (Tra l’altro quando presento il romanzo, sono lì che faccio io le domande a chi mi intervista, non ancora avvezza a riceverle.) Sono una persona che lavora con le parole. Dire sono una paroliera mi piacerebbe molto, ma in italiano si usa solo per chi scrive testi di canzoni. Scrivere è un mestiere quotidiano che con molta umiltà svolgo scrivendo le mie storie o aiutando altri autori a farlo.

 “Overlove” è da poco uscito per LiberAria Editrice, nella collana Penne. Un sottotitolo al libro.

“In amore ogni terrore è un ordine”.

La cava di bauxite con cui si apre la storia spazia a metafora di qualcosa di impalpabile, qualcosa che c’è e non c’è, che esiste ma non funziona. Sembra un lago, ma non lo è, è “un luogo inutile come solo la bellezza sa essere”. È così?

La cava di bauxite l’ho visitata anni fa, prima che “Overlove” nascesse nella mia testa. Mi colpì molto il fatto che fosse un luogo alieno, a un passo dal Salento più gettonato (la costa di Otranto) ma lontanissimo da qualsiasi caotica velleità. Per me rappresenta un luogo simbolico per raccontare Anna, la protagonista del romanzo: una donna ancora molto bella ma anche parecchio sola, una figura in qualche modo “poco utile” alla società, alla sua relazione amorosa, a se stessa.

overlove

Anna lascia Carmine, dopo tre anni di amore strano. Un amore, come poi capita spesso, incompleto, non incastrato se non in rarissimi momenti, sentito in maniera diversa. Lui è un cantautore indie che trascorre il tempo nel suo studio di registrazione, un po’ rancoroso, come capita spesso agli artisti inconclusi. Qui tu sondi l’amore nelle sue profondità meno calpestate e nei suoi epiloghi. L’amore quando gli vengono richieste dimostrazioni o quando implode nella sua stessa assenza.

La fine di una storia d’amore è una sorta di sublimazione del destino che gli stessi personaggi hanno manovrato, o si sono illusi di farlo. Mi diverte, anche se sembrerò sadica, osservare la fine delle relazioni. Non ci capisco mai niente, nemmeno all’inizio. Ma l’inizio è in qualche modo una tappa obbligatoria. Mentre la fine, ecco nessuno se la augura. E invece è proprio dalla fine di una relazione che si comprende meglio se stessi, le proprie scelte. Quante voci e quante facce ha la fine di una storia? Mi interessa indagare questo dell’animo umano: i fallimenti, le occasioni perse, i se invece dei ma. Scrivere è un esercizio mentale, aiuta a rileggere alcune storie anche personali. La stessa cosa di leggere, se non riusciamo a perdonarci almeno leggendo altri punti di vista ci salviamo. Ed è un passaggio importante anche del romanzo: salvarsi da se stessi.

Un ruolo importante, in questo romanzo, hanno anche l’incompletezza della vita e la ricerca della felicità: questa però “arriva da una mancanza. Se non ti manca mai niente, non sei mai felice”. Cosa manca a Carmine, il ragazzo di cui è innamorata la protagonista Anna?

Manca se stesso. Manca l’onestà intellettuale e morale che serve per essere, non dico felici, almeno sereni. A Carmine manca la verità e la verità risiede dentro Anna.

Altra caratteristica dell’opera è quella del gioco di attrazione-repulsione tra le forze di Anna e Carmine: lui vive con la musica, lei non gradisce la musica, soprattutto quando soffre per una mancanza o per un ricordo (mentre nel pieno della loro storia si sarebbe nutrita solo della voce e delle note di lui). Tanto lei assorbe e analizza la vita, quanto lui ne pare refrattario. Tanto lei è “sovrappopolata” quanto lui “deserto”. Gli opposti si attraggono… fino a un certo punto?

Non ne ero così consapevole come leggendo la tua domanda. In effetti, sono due pianeti opposti. Due esseri che appartengono alla stessa specie ma sono diversi per modi di attraversare le cose della vita, loro stessi. Non sono proprio due opposti, li vedo più come due lati della stessa medaglia che poi è quello che ci (mi) attrae nell’altro: un elemento noto ma che non mi appartiene.

Parallelo corre anche un discorso sull’arte e sulla creazione. “I sentimenti di un artista in crisi si riducono a un paio: dolore e rabbia”: giungere a questa acquisizione non è facile per un artista. Tu come ci sei arrivata?

Provandoli! In effetti, non sono proprio una persona che quando scrive si calma. Al contrario, vivo le storie che invento con molta inquietudine e soffro molto quando non riesco a trovare le parole esatte con cui raccontare. Mi arrabbio con le parole e sono severa con me stessa. Dolore e rabbia sono i miei moventi creativi.

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“La voce è l’ultima cosa che se ne va quando una persona sparisce, non si dimentica. Le parole diventano una lingua per­duta ma le storie che ha raccontato continuano a esistere, met­tendo alle strette chi rimane”: parto da queste tue frasi per parlare della tua voce. Profonda, originale, attuale, capace di colmare di immagini un ricordo, una sensazione, un gesto. Che tipo di lavoro porti avanti, stilisticamente parlando?

Grazie intanto, davvero. L’unico lavoro, o se preferisci l’unica tecnica, che uso per scrivere  è il tempo, l’attesa. Ho aspettato moltissimi anni prima che questa voce, la mia voce, potesse uscire così netta. Ho anche rinunciato, in passato, ai famosi treni che passano una volta sola. In effetti, non sono più passati. Ma sono felice di aver pubblicato questa storia ora (sono un po’ vintage per essere un’esordiente) con l’onestà della mia voce.

E poi c’è la Puglia, che tu inauguri con la cava rossa di bauxite, estendendo questo luogo narrato a luogo esistenziale. Perché hai scelto quest’ambientazione?

“Overlove” doveva intitolarsi “Mancanza”, probabilmente è questo che mi ha spinto a scriverlo. La mancanza delle mie radici. Ho vissuto molti anni lontano ma, per una questione storico-sociale, sono stati anche gli anni in cui la Puglia mi ha seguito ovunque andassi a studiare o lavorare, la Puglia era con me. Non solo per la presenza dei pugliesi in tutta Italia. Ma per il fatto che si sia creato un sentimento “Puglia” condiviso a livello nazionale. Questo sentimento è presente nel mio romanzo, è una forma di nostalgia reattiva, di malinconia pavesiana. Come dice Cesare Pavese ne La Luna e i falò: “Un paese ci vuole”. Con questo romanzo mi sono prima di tutto ripresa le mie origini. Cosa su cui è importante riflettere moltissimo, prima di scappare altrove.

Ci racconti un retroscena del tuo lavoro di editor?

Amo visceralmente il mio lavoro di editor. Questo forse è il retroscena più scottante che ci sia.

Cosa ti piace del mondo della scrittura?

Girare per presentare il libro, soprattutto in contesti collettivi tipo rassegne e festival dove rivedere, o conoscere, chi scrive e chi legge. Mi piace incontrare chi scrive per parlare di libri (non nostri). Persone dalle quali poi dispiace staccarsi. Come succede, appunto, con un buon libro.

Cosa invece trovi un po’ faticoso?

Trovo faticoso, a volte, dover dire la mia su qualsiasi questione editoriale o letteraria. Trovo faticoso dover essere sempre pronta, come se dovessi avere un’opinione su tutto e tutti. Spesso non ce l’ho. Trovo faticosa la tuttologia.

L’ultima certezza.

Aver chiuso questa storia, Overlove.

L’ultimo sorriso.

Ad una ragazza, mia vicina di casa, che mi ha fermato per farmi i complimenti e dirmi brava! Non ci potevo credere, ho sorriso tipo per tutto il tempo quasi senza fiatare.

L’ultimo dubbio.

Avrò scritto cose sensate in questa intervista?

A cosa stai lavorando, adesso?

Ho in mente da molto tempo un progetto: un saggio, ora si dice non-fiction. Una narrazione che prende spunto dal mio corso di scrittura “Una storia tutta per sé” e che sto immaginando come un dialogo appassionato e senza filtri tra chi scrive e la propria storia. Vorrei che ci fossero contributi di scrittrici e scrittori, persone disposte a raccontare ai lettori come e se il dato autobiografico possa essere uno spunto letterario. (Questo è un invito esplicito anche per te, Marilù.)

Salutaci con una citazione da “Overlove”

«L’amore. Se all’amore aggiungi una consonante, la t, diventa morte ma non dura per sempre. Le parole contengono dei ventagli che nascondono la verità. La t di morte è il ventaglio dell’amore. L’amorte.»

 

 

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