RubriCate: Il nuovo romanzo di Giuseppe Aloe

Ieri ha chiamato Claire Moren di Giuseppe Aloe

Recensione di Caterina Falconi

aloe1Inizia con un’immagine fortemente colorata, seguita dalla descrizione poetica di un esilio, l’incantevole ultimo romanzo di Giuseppe Aloe (romanzo edito da Giulio Perrone Editore), questo straordinario scrittore che ha l’audacia di aprire la narrazione con un sogno ricorrente. A dirla tutta nel libro v’è un incessante entrare e uscire dai sogni, uno sgusciare dalle visioni oniriche alla realtà, un saltabeccare dal presente al passato passando costantemente attraverso il diaframma delle intuizioni e delle metafore che affiorano e si sciolgono in una sorta di assopimento. L’incipit dunque squaderna agli occhi del lettore una distesa di arance. Il protagonista si percepisce come un importatore di agrumi che osserva sotto di sé il progressivo colorarsi della pianura. La vita, forse, che nostro malgrado si riempie e talora irradia una bellezza che ci lascia attoniti. La seconda immagine è quella di Enea in fuga che trasporta Anchise sulle spalle per un immane tragitto. Di un fuggiasco che, dopo aver tanto vagato con il padre sulle clavicole, finisce per avere due teste, una giovane e una vecchia. Due età e, in mezzo, uno spossante esodo da se stesso. Una marcia che si conclude, inaspettatamente, nel momento in cui l’Enea onirico depone il proprio fardello, con l’escissione e la morte di una parte di sé.

Un incipit che rimanda alla vicenda narrata. Il protagonista, infatti, ha scontato, innocente, una condanna di diciotto anni per l’omicidio della propria amante e si ritrova rigettato nella mezza età e in un mondo insopportabilmente luminoso. Amareggiato dal non trovare la distensione sperata nella penombra della vecchia casa di città, imbocca casualmente la via del mare, sale su un battello e scende su un’isoletta che eleggerà a nuova dimora. L’intento è dimenticarsi di sé, sperdersi come un involucro senza destinatario tra i vividi colori che imbevono le persiane, le tegole, gli indumenti, accerchiato dalla turchina distesa del mare che si insinua in mobili lingue sulla spiaggia.

Come l’Enea del sogno ha due teste.

Due anime. La prima, in qualche modo, rattrappita nelle ossessioni alimentate durante la carcerazione. La seconda che oscilla tra una volontà di uscire di scena, rinunciataria, arresa e suicidaria e l’aiuto insperato di un anziano cacciatore di nazisti che le instilla una sete di giustizia.

E due età, una giovane e una matura, intervallate dall’immobilità della prigionia.

Questo scarto tra le parti di sé e gli eventi del prima e dopo la cella rendono lo sguardo del protagonista e le sue congetture simili a una puntina che salta su un disco rigato. La percezione del tempo e della realtà corre sui lembi di una irreparabile fenditura, ma proprio per questo, paradossalmente, alimenta l’urgenza di un recupero di senso, di una riattribuzione di significato alle parole che la detenzione, carceraria ed emotiva, ha svuotato. Ha reso astrazioni.

Non è un caso, forse, che la soluzione del giallo, la scoperta del vero assassino, passino per la decifrazione del diario della vittima. Della bellissima Anni (il cui nome certamente allude agli anni perduti) che, sopraffatta dalla propria vitalità, aveva stilato una sorta di registro degli incontri sessuali e giocato con le parole coniando dei rebus.

Presto l’intera vicenda prende l’andamento di una duplice caccia. Quella di Gagliardi a Marigold (efferato criminale nazista) e quella al vero assassino di Anni. Una duplice inchiesta condotta fuori dalle mura della questura, ma che si configura come una scacchiera in cui il maschile paterno incarnato dal generoso Gagliardi, dall’anziano commissario animato da una volontà di riparazione e dal capofamiglia Rosenthal, osteggiano il maschile infanticida e omicida, inafferrabile, tirannico e fantomatico.

aloe2Un romanzo, dunque, sul maschile sezionato, sull’ambivalenza della paternità, sulla pregnanza delle parole, sulla necessità di decifrare i nessi tra le cose e gli eventi, ma anche un romanzo sulla distanza tra il presente confuso e i fatti contundenti del passato.

Quella distanza che è la dimensione caratteristica in cui la narrazione è dipanata.

La distanza di Enea dalla distesa di arance.

Della spiaggia che separa il protagonista dal mare azzurro come il costume di Anni. Quel mare che si insinua in mobili ma imbelli lingue nella sabbia e sulla cui riva sfilano delle comparse che paiono la rappresentazione delle occasioni perdute: una coppia di attempati innamorati, le famiglie, i giovani dai corpi intatti.

La distanza accorciata dal binocolo del protagonista, puntato sui ragazzi che amoreggiano.

Quest’ultimo occhieggiare è rappresentativo del desiderio, straziato, straziante, trascinato e non ancora appagato, che attraversa tutte le pagine. Di una brama del corpo femminile – la segretaria inaccessibile del fratello, il ricordo di Anni che risboccia nei sogni, le notevoli ragazze incontrate qua e là – interdetta dalla necessità prioritaria di comprendere le ragioni di un arresto e identificarne il vero responsabile.

Una vicenda bucata al centro, che può ricomporsi soltanto nella grazia mitigatrice e quasi assolutoria di una narrazione.

Di un romanzo, appunto, nel romanzo.

Numerosi sono infatti gli elementi metaletterari e le citazioni, mai ostentate, ma profondamente, vitalmente, innestate alla trama.

Una prosa meravigliosa, inconfondibile, autoriale, pulsante.

Una facilità a scivolare nelle metafore e nelle similitudini. Nello scovare assonanze, nessi, rimandi.

Una ricchezza lessicale rara.

Mirabili le descrizioni dei colori, contrapposti all’ombra depressiva delle prigionie. Tanto che mi scappano di penna le definizioni di scrittura cromatica, di scrittura lucente.

Anche le sonorità sono rese bene: l’eco di una riunione captata al telefono. Le voci sulla spiaggia.

Quelle parole emesse con il fiato che certamente non hanno il nitore delle scritte e delle ripensate. Un romanzo strepitoso, questo “Ieri ha chiamato Claire Moren” (di uno scrittore che rifugge il clamore, perché certamente non ne ha bisogno) che si conclude con un piccolo spasmo di commozione. Con un finale che rimanda al finale di un altro indimenticabile libro di Aloe, “Non è successo niente”.

Non posso, ovviamente, dire perché.

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Una risposta a RubriCate: Il nuovo romanzo di Giuseppe Aloe

  1. patrizia debicke ha detto:

    bello

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