VAN GOGH VERSUS DONALD TRUMP

la-vedova-van-gogh_webdi Marilù Oliva

La vedova Van Gogh di Camil Sánchez

La vittoria di Donald Trump ci ha fatto cominciare male la giornata. Mentre il web si divide tra rassegnati e indignati, tra chi elenca la sconfitta di Hillary tra le azioni di protesta e chi ne prende semplicemente atto, io vi propongo un antidoto allo spaesamento e all’oscurità in cui queste elezioni ci hanno gettati: colori.

Tanti colori.

Correte a leggere La vedova Van Gogh di Camilo Sanchez, giornalista e poeta che vive a Buenos Aires, pubblicato da marcos y marcos per la collana Gli Alianti e rifatevi subito gli occhi con la sua copertina verde. Poi sfogliate il libro, immaginate centinaia di tele, quelle lasciate dal pittore dopo la morte e raccolte per volontà della cognata Johanna van Gogh-Bonger  – depositaria dei suoi quadri e delle sue lettere – perché confluissero in mostre e nella locanda in Olanda dove lei era tornata col figlioletto per cercare un po’ di pace. Immaginate quindi frutteti in fiore, girasoli, cieli pastosi di nubi, mangiatori di patate, paesaggi di Arles e la notte stellata che sovrasta il Rodano. Uno sfavillare di pennellate e luci.

Poi buttatevi nella storia, che vi riconduce al 1890, quando l’artista si sparò. Viveva a Parigi, allora, una città fervida di arte e ritrovo di grandi personaggi nonché artisti come van2aGaugin e Toulouse Lautrec. Qui si era trasferito anche il fratello Theo Van Gogh.

Il romanzo è narrato in terza persona, ma racconta le vicende col punto di vista di Johanna van Gogh-Bonger con un procedimento anche metaletterario, attraverso citazioni molto belle selezionate dai suoi diari. Ne emerge il ritratto di una donna forte, acuta interprete delle vicende umane, sensibile, piena di idee, dotata di diversi talenti, non ultimo quello di una scrittura molto intensa.

La storia prende avvio a Montmartre, dove – al quarto piano del numero 8 di Cité Pigalle – i van Gogh hanno residenza: Johanna, Theo e il loro piccolo di pochi mesi, chiamato Vincent in onore dello zio. I due fratelli sono legatissimi, Theo ha una vera e propria ossessione per Vincent, fatta di rincorse, liti, distacchi, sensi di colpa, spirito protettivo. Johanna, pagina dopo pagina, si rende conto che ha sposato un uomo votato al proprio fratello attraverso un legame indissolubile, tanto che non può sopravvivere al dolore per il suicidio di Vincent.

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Theo si ammala e si lascia così consumare aspettando che la morte lo porti via. Scrive infatti Johanna:

Accompagno l’agonia di Theo.

Ma nessuno mi chieda di trovar piacere mentre imbocco un uomo che, poco più di un anno fa, davanti a uno specchio, mi portava in braccio fin sulla riva della notte più umida.

Faccio quel che devo, come una sposa sollecita e riconoscente.

Com’è possibile spiegare un legame così totalizzante? Theo si era sempre occupato del fratello artista, anche sovvenzionandolo economicamente con un fisso di centocinquanta franchi al mese. Eppure aleggiava un senso del possesso inspiegabile, tra i due, se è vero che Vincent, quando scoprì che il fratello si sarebbe sposato, si tagliò un orecchio, come sostengono i recenti studi portati avanti dallo scrittore e giornalista britannico Martin Bailey. Johanna, come tutte le donne dotate di senso pratico e di acutezza, se ne rende conto:

È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh. Né io né mio figlio siamo riusciti e cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

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2 risposte a VAN GOGH VERSUS DONALD TRUMP

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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