INTERVISTA: MARINO BUZZI

marino

ATTIVITA’: Libraio

SEGNI PARTICOLARI: più che segni ho sogni particolari…

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Cronache dalla libreria

A 40 cambio vita

Le tue origini e la formazione

Nasco come cuoco, ho frequentato l’istituto alberghiero e ho lavorato nei ristoranti per 14 anni. Poi mi sono iscritto all’università e ho cominciato a lavorare in libreria (era il mio sogno da bambino, quello e andare nello spazio ma soffro di vertigini…). L’amore per la letteratura è iniziato da ragazzino, sin dalle medie, ho sempre letto molto spaziando fra i generi.

Cosa rispondevi, da piccolo, quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare?

Mi sa che ho anticipato la risposta, comunque da bambino volevo fare un sacco di cose: l’attore, lo scrittore, il libraio, l’astronauta, la principessa…

E adesso cosa rispondi?

Niente. Vorrei avere un sacco di tempo libero a disposizione, vorrei passare le mie giornate a fare le coccole alla mia gatta, andare a correre o in piscina. E mi piacerebbe poter leggere molti più libri di quelli che riesco a leggere ora. Ecco. Voglio la pensione. Adesso!

È da poco uscito per Mursia “L’uomo che cade”. Un sottotitolo al libro.

E fa un gran botto.

Hai dichiarato che “L’uomo che cade” è un romanzo che non vorresti aver scritto. Come mai?

È un romanzo doloroso sulla perdita e sul tradimento, argomenti spinosi e difficili da trattare. Anche per chi lo ha scritto.

C’è una forte connessione tra caduta, ferita, reazione e rinascita?

Sì, uno dei due personaggi cade per non rialzarsi più. L’altro cade, attraversa momenti difficili, e poi è costretto ad alzarsi e a ricominciare a vivere.

Prima di questo, hai pubblicato con Baldini&Castoldi  “L’ultima volta che ho avuto sedici anni”, una storia di bullismo che racconta cosa ci sta dietro, ma anche quali sono le conseguenze. Perché hai voluto affrontare un tema così drammaticamente attuale?

Lo dovevo a quel ragazzino che sono stato, quello che tutti chiamavano frocio, quello che quando andava in gita con la scuola nessuno voleva dividere la stanza con lui. E lo devo alle tante ragazze e ai tanti ragazzi che ancora oggi vivono situazioni del genere.

Ne “L’ultima volta che ho avuto sedici anni” aleggia anche un forte senso di solitudine – provato dalla voce narrante, Giovanni, che è solo, isolato dalla comunità sia nei flashback sia nel presente della storia con cui comincia la vicenda. Il libro inizia con un funerale e lui lo guarda da spettatore esterno. Questa solitudine è sottolineata ancora di più dalla coralità della macchina paesana che ha contribuito alla sua emarginazione. E un po’ alla volta si scoprono le solitudini anche dei suoi carnefici, dei suoi genitori, degli spettatori. Sei d’accordo?

Sì, sono mondi che non comunicano, solitudini che non entrano in contatto. Il contrario di ciò che accade ne L’uomo che cade, dove la solitudine di Marco incontra quella di Sara.

Mi ha molto intenerito la figura del padre di Giovanni, quando va alla spasmodica ricerca del figlio scomparso, tirando fuori la sua parte genitoriale migliore solo con l’assenza. Pensi che la presenza solida di una famiglia sia fondamentale per scansare il disagio nei giovani?

Vorrei poterti dire di sì ma non è così semplice purtroppo, ci sono moltissimi fattori, certo l’unità è il dialogo servono ma non sempre bastano.

Ci parli dell’elemento autobiografico nei tuoi romanzi?

Racconterei una bugia se dicessi che non c’è un elemento biografico nei miei romanzi. Racconto cose che conosco, sentimenti e sensazioni che mi appartengono.

Hai portato questo libro nelle scuole. Che risposta hai avuto dai ragazzi?

L’ultima volta che ho avuto sedici anni non è un libro che la ragazza o il ragazzo comprano spontaneamente in libreria. Oggi i ragazzi preferiscono altri generi. È un romanzo che arriva ai ragazzi e alle ragazze tramite il lavoro delle e degli insegnanti. Una volta letto e approfondito il tema la risposta da parte del lettore è sempre molto forte, a volte il libro fa anche arrabbiare.

Ti sembra che il bullismo sia tuttora una piaga? È cambiato qualcosa rispetto al passato, nella sua modalità di manifestarsi?

Sì il bullismo è una piaga, oggi fortunatamente c’è una maggior sensibilità sul tema ma esistono anche nuove forme di bullismo, come il cyberbullismo, forme insidiose e violente.

Una cosa che ti piace molto del tuo lavoro di libraio.

Mi piace scoprire nuove autrici e nuovi autori, vedere un libro e pensare: “devo assolutamente leggerlo!”.

Se tu potessi fare una legge per migliorare la situazione dell’editoria (e delle librerie), cosa proporresti?

Temo che la situazione, pessima, del mondo culturale italiano non si possa risolvere con una legge. Occorre leggere ai bambini i libri, invogliarli con il gioco alla lettura, stimolare il loro interesse. Bisogna creare nuove lettrici e nuovi lettori. Spesso però è più semplice comprare loro un iPod.

Una cosa che invece trovi faticosa (dello stesso lavoro).

È l’intero mondo del lavoro, oggi, ad essere faticoso, ci sentiamo tutti molto precari e poco gratificati, qualsiasi sia il lavoro svolto. Una cosa che non mi piace del mio settore è il marketing, a volte anche aggressivo, che spaccia qualsiasi romanzo per il libro del secolo.

E della scrittura, cosa ti dà la carica?

Scrivere per me è un momento intimo, spesso piango, oppure scoppio a ridere. Sembro un po’ scemo in effetti.

Cosa invece ti abbatte?

Il mercato del libro, le dinamiche editoriali, il fatto che se non vai in TV il tuo lavoro non viene riconosciuto, le stramaledette fascette…

L’ultima volta che ti sei arrabbiato: raccontaci perché.

Mi arrabbio spesso e non dovrei, mi arrabbio davanti alle ingiustizie, alla volgarità, alle bugie.

L’ultima risata di gusto

Leggendo questa domanda.

A cosa stai lavorando ora?

Per il momento a niente, sto leggendo molto.

Salutaci con una citazione da “L’ultima volta che ho avuto sedici anni”.

“Andrà tutto bene.”

 

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Una risposta a INTERVISTA: MARINO BUZZI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    buono

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