Rubricate: SQUILIBRI di Milvia Comastri

squilibriRecensione di Caterina Falconi

Milvia Comastri è, nel racconto, il corrispettivo di una grande acquerellista. Chi conosce la pittura sa quanto sia difficile dipingere acquerelli. Le pennellate devono serbare un assoluto nitore, non possono sovrapporsi generando antiestetiche striature. I contorni devono restare netti. Le profondità e la prospettiva sono rese con pochi essenziali accorgimenti. I particolari ricamati quasi, su carta o su tela.

E lo splendore finale è inimitabile.

È questa l’impressione che si ha leggendo le incantevoli e conturbanti storie di “Squilibri” (Antonio Tombolini Editore), laddove il titolo allude essenzialmente agli sbilanciamenti interiori e ai dirupi della psiche da cui irrompono, imprevedibili, all’esterno, gli effetti devastanti che Milvia Comastri descrive con una lingua efficace, controllata e perfetta come poche altre.

Il rimando al figurativo affiora in più racconti (in quattro di essi si parla esplicitamente di pittori e di quadri) e i colori e le luci, gli scorci e i dettagli, sono colti, e resi, da uno sguardo e con una tecnica simile a quella dei bravi artisti. Tanto che viene da chiedersi per un istante se l’autrice, oltre che scrivere, dipinga.

L’eleganza e la gradevolezza della prosa, però, non debbono trarre in inganno. Milvia Comastri riesce a infondere una terribile bellezza persino nella descrizione di un capo mozzato, o di un volto sfigurato. Un miracolo che può forse essere spiegato ammettendo che ogni scrittore degno di questo nome sia anche un po’ mago. Milvia Comastri imbastisce i pensieri dei suoi personaggi e riferisce delle loro peripezie con un coraggio che non rifugge lo scabroso, l’eccitamento, l’ira, il misfatto, l’abuso e il delitto. Sentimenti e situazioni talvolta inaccettabili, ma sezionati da una penna acuta e imparziale che ne ricostruisce le dinamiche senza schiudere nessun varco a pregiudizi.

Scriveva Giuseppe Pontiggia: «I narratori dovrebbero realizzare l’unica etica che appartiene a loro, l’etica del racconto. Potrà apparire cinica, tragica, disperata. Ma l’occhio che guarda il male è più prezioso di quello che si chiude».

E lo sguardo di Milvia (nella foto, sotto) si insinua, deciso a scoperchiare, ovunque sdruccioli la liceità. Uno sguardo permeato da un profondo senso estetico, di delicatezza, arguto, ma mai giudicante. Sarà il lettore, poi, a riflettere, a trarre le conclusioni. E in questo senso, in questa imparzialità che un po’ rammenta il naturalismo francese, “Squilibri” realizza appieno l’intento della scrittura impegnata, che è quello di andare a sbirciare dietro le facciate.

MilviaOgni racconto è mirabilmente assemblato attorno a una perplessità, a un’offesa, a un tentativo di evasione, a una perdita. E quasi tutti i personaggi sono ripresi nell’atto di ribellarsi a un destino rappreso, di sottrarsi alla frana delle proprie esistenze, a costo di ricorrere alla più estrema delle fughe, il suicidio, o al passaggio all’atto di inaccettabili fantasie. Si delineano così, senza clamore o buonismi, le due tipologie, delle vittime e dei carnefici. In mezzo, personaggi di commovente bellezza, come le bambine predate, le cui storie si leggono a fatica. La vedovanza, la follia, la coppia implosa, la vendetta, la genitorialità malriposta, l’abuso patito e inflitto, ma anche lo struggimento della separazione sono incastonati nei venticinque racconti con un polimorfismo che ha del prodigioso. Ogni storia ha una sua atmosfera, una sua connotazione cromatica, ed emoziona in modo differente. Persino la voce narrante pare mutare, sempre così adesiva ai vissuti dei personaggi, prima di tutto interiori e sottesi agli eventi. Tanto che si avrebbe difficoltà a riconoscere l’autrice, se non fosse per la sua caratteristica abilità nel descrivere le ambientazioni, paesaggi, interni, scorci urbani. Si passa così da un suicidio celebrato in un teatro, al chiuso di una toilette dove una vittima sfigurata nutre, davanti al proprio riflesso, l’odio per il carnefice. Dall’assolata spiaggia di un paese piagato dal turismo sessuale minorile a un’imbarcazione devastata dall’assalto dei pirati. Dalla riva di un lago sfavillante al cortile claustrofobico di un carcere.

Un libro che è un climax, e seduce il lettore trascinandolo in un sperdimento magnifico e irrevocabile da cui si riemerge a malincuore solo all’ultima pagina.

E se i primi racconti, adamantini, perfetti, vellicano come piccoli baci, i successivi virano e veleggiano verso i capolavori assoluti delle ultime pagine.

I miei amati figli sconosciuti”, che forse vuol essere un omaggio alla “Trilogia della città di K.”, alle atmosfere oniriche della Kristof, e si avvita attorno alla facilità con cui talvolta vengono travisati i figli.

La traversata” vibrante dello strazio del protagonista per la perdita dell’amata, brutalmente assassinata dai pirati.

Meno 48”, che è un microromanzo sulle caparbietà, gli amori preclusi, le velleità di emancipazione e gli egoismi amplificati fino alla predazione, in cui la tensione personale e i propositi dei personaggi sono bruscamente troncati da una catastrofe naturale.

Ed è questo, forse, uno dei nuclei narrativi della Comastri. La convinzione che le esistenze, così mirabilmente narrate, i progetti buoni o malvagi, e addirittura le decisioni, possano essere, da un momento all’altro, scriteriatamente, arbitrariamente investiti e interrotti dalla morte, propria o della persona a cui si è avvinti. È il caso del protagonista cinquantenne di “Quello che resta” (l’ultimo racconto dell’antologia, forse il più bello), che non potrà mai conoscere la scelta della moglie, uccisa in un incidente. Una scelta che lo avrebbe riguardato, ma soprattutto avrebbe ridefinito il senso della sua vita trascorsa.

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Una risposta a Rubricate: SQUILIBRI di Milvia Comastri

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    buono

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