RubriCate: COMINCIA ADESSO

Cover Evasione_fronteCOMINCIA ADESSO

FUGHE ED EVASIONI QUOTIDIANE

a cura di Simone Scaffidi

Eris edizioni

Quello che stringete tra le mani è un raro esemplare di galera narrativa. Una nave agile che solca il mare aperto delle inquietudini quotidiane, alla ricerca di un’onda liberatoria che restituisca il senso della fuga.

Inizia così la prefazione del curatore, Simone Scaffidi, che ha reclutato, per l’impresa, un equipaggio di narratori e illustratori strepitosi.

Raramente capita di imbattersi in un’antologia a tema i cui scrittori siano tutti caratterizzati da una potente voce autoriale e abbiano una prosa altamente professionale, incisiva, conturbante. Che siano, in altre parole, tutti così bravi, anche nel rendere una tematica tanto scabrosa e dolente, quella delle prigionie e dei tentativi di ammutinamento, fuga e liberazione, senza mai scivolare nella retorica o nel buonismo cari alla mentalità perbenista degli ipocriti.

I racconti, infatti, elogiano senza celebrazioni i fuggiaschi e le fuggiasche che iniziano la propria emancipazione, o meglio danno il primo strattone alle catene, nel momento in cui impugnano la consapevolezza di essere nei ceppi e intuiscono la possibilità di sottrarsi.

Il titolo stesso della raccolta è emblematico e anfibio: COMINCIA ADESSO. Laddove il verbo, comincia, potrebbe essere un imperativo (rivolto al prigioniero) o un presente indicativo per designare la prima scossa tellurica della rivolta.

Nessuno garantisce agli ammutinati la riuscita dell’evasione. La liberazione è incerta, e in quasi tutte le storie parrebbe irrilevante l’esito del sottrarsi alle prigionie. Quello che conta è, appunto, l’attribuzione di un senso alla fuga.

Il senso è appannaggio delle parole, così come le parole sono gli elementi costitutivi e plastici del pensiero, della riflessione, della consapevolezza, e della scrittura.

I sedici autori della raccolta, consumati affabulatori ed evidentemente avvezzi alla speleologia del senso, assidui frequentatori del dolore, hanno prodotto storie di ustionante bellezza. Molto diverse tra loro, che però si combinano nel battito aritmico di un libro che pulsa come il grande cuore di un guerriero.

E questo induce senz’altro a interrogarsi sul ruolo della letteratura e dell’arte nel rappresentare gli sconfitti e dar voce a chi, per tante ragioni, di parole ne ha poche e soggiace in una condizione di oppressione troppo spesso ignorata, perché antiestetica, improduttiva, inquietante.

Ma veniamo alle storie.

Alle prigionie raccontate.

Quelle di cui quasi mai ci curiamo, nella fretta di rotolare da un’incombenza all’altra, tutti concentrati a far fruttare il tempo, a titillarlo, ad accelerarlo con le tecnologie, nell’attesa di atterrare su un traguardo provvisorio, già pronti a balzare sul successivo.

La prigionia dei bambini tra le mani delle insegnanti che presumono di sapere cosa sia meglio per loro, ad esempio. È il tema del primo racconto, “È giusto così” di Veronica Pacini. Una dettagliata descrizione delle modalità insinuanti, manipolatorie e vagamente coercitive delle maestre sui bambini di una scuola dell’infanzia. Della vergogna inflitta come un gioco corale. E soprattutto dello spossessamento dei piccoli corpi, assoggettati agli adulti persino nella gestione dei bisogni fondamentali. Spogliati e rivestiti, nutriti, costretti a una innaturale immobilità. Una carcerazione anagrafica, questa dei bimbi, che prevede come unica via di fuga, per il momento, il desiderio di ribellione.

La prigionia tout court, quella canonica dei detenuti, è narrata in più racconti, come il secondo “L’aria fuori”, di Lorenzo Iervolino, in cui un ex carcerato tornato ad abitare la libertà si trova a confrontarsi con un passato che non gli appartiene più. Carcerato è anche Crono, il Tempo, nell’omonimo racconto di Paolo Pasi, un Tempo condannato a evasioni all’interno di se stesso e delle infinite declinazioni di cui è capace, al futuro e al passato. Detenuta più dei sorvegliati è la guardia carceraria protagonista del racconto “La pena”, di Filippo Casaccia. Un secondino che aspetta di evadere dal proprio lavoro vissuto, appunto, come una pena da scontare fino alla pensione.

Non meno costrittiva di una casa circondariale può essere la nevrosi ossessiva, con il suo cuneo affondato nel bisogno del controllo. È il caso della protagonista di “Complici” di Deborah Sannia, che inciampando in una gravidanza indesiderata inizia ad ascoltarsi e imbocca la via d’uscita rappresentata da un aborto.

L’amore tossico narrato da Slavina Perez introduce al discorso sulle dipendenze distruttive, anche sentimentali, da cui Rachele si emancipa grazie a un’amica complice.

E quelle dei complici d’evasione sono figure ricorrenti nel libro, soprattutto nelle situazioni di soverchiante prigionia, in cui i reclusi ormai vinti e privi di forza non sanno più reagire. Il caso più eclatante è quello narrato nell’incantevole racconto di Marilù Oliva, “L’ippopotamo non sospettava”, in cui una scombiccherata banda di animalisti progetta e mette a segno un colpo molto particolare: la liberazione delle malconce bestie di un circo moldavo. La scena in cui negli animali si riaccende il sopito, rallentato istinto alla fuga, ed essi provano il sapore forte e ruvido della liberazione, è una delle più commoventi del libro.

Le segrete della psicosi, forse le peggiori, sono magistralmente rese nei racconti “La falena” e “Io non son più io, son quello là”, da Clelia Bettini e da Simone Torino, autori capaci di calarsi nella frantumazione lessicale e psichica dei protagonisti, patologicamente finalizzata alla costruzione di espansioni carcerarie più sopportabili, rispetto alla cosiddetta realtà, da cui si può definitivamente fuggire solo con la morte.

Mentre la fuga materiale dei pazienti dal nosocomio, nel racconto “La clinica” di Marco Capoccetti Boccia, non può che configurarsi come un grande incendio che i ricoverati si lasciano dietro.

Preda di una follia quasi iatrogena pare essere Martino, l’erborista che sperimenta su di sé l’effetto dello stramonio, nell’omonimo racconto di Alberto Prunetti. Una follia da cui il protagonista viene ripescato dal buonsenso della compagna.

Trappole terribili sono quelle lavorative, viluppi di convenevoli e malcontento da cui uno scorato protagonista evade leggendo, nello sferzante racconto di Fabrizio Lorusso, “Un estraneo alla reception”.

Io rubo”, di Andrea Staid, è una incontrovertibile, amara analisi della condizione di un delinquente algerino, evaso dalla propria terra e in definitiva da se stesso.

Non mancano racconti, meravigliosi, in cui l’elemento fiabesco, e pertanto adatto a narrare in chiave simbolica la prigionia e la liberazione, è preponderante: “Pietra fuori e inferno dentro” di Filippo Sottile, “Serenella” di Luca Gallo, “Nel ventre della bestia, per davvero” di Claudio Morandini.

Se dunque, come si è scritto, in tutte le storie la prigionia pare un dato assodato, la liberazione è sempre incerta, mutila e talvolta inefficace. Eppure gli autori non paiono crucciarsi troppo della cosa. Probabilmente perché, evasi recidivi a loro volta, sanno che la libertà, più che un traguardo, è un assetto, una tensione necessaria a infrangere le ganasce dei soprusi, anche autoinflitti.

Nessuna delle storie narrate, dice Simone Scaffidi nella sua prefazione, si conclude con l’approdo a un ormeggio definitivo, e ci si ritrova sempre a bordo della contraddizione, quella che non permette la fuga spettacolare, ma esige quotidiani ammutinamenti individuali.

Spettacolare è invece l’antologia (lo so, un recensore non dovrebbe mai sbilanciarsi troppo ma, visto che siamo in tema di ammutinamenti e rivolte, evado un attimo dal mio ruolo), così come bellissime sono le illustrazioni.

Un grande libro che, oltre a impattare sulle coscienze incide anche, concretamente e in positivo, sulla realtà carceraria. Metà dei proventi delle vendite andranno infatti alla Biblioteca Popolare Rebeldies, che si occupa di fare arrivare i libri ai detenuti.

Recensione di Caterina Falconi

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2 risposte a RubriCate: COMINCIA ADESSO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Bello

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