IO SONO VIVO, VOI SIETE MORTI

vivo di Marilù Oliva

Il nome di Emmanuel Carrère, nato a Parigi nel 1957, è legato a opere come Limonov, biografia di un dissidente russo, o L’avversario, la storia di  Jean-Claude Romand, un criminale francese che ha sterminato la famiglia poco prima che venisse a galla la verità, dopo aver fatto credere a tutti, per diciotto anni, di essere uno stimato medico. Con questi testi, Carrère (nella foto sotto) non solo ha posto sotto i riflettori il genere biografico come viatico per analizzare la realtà, anche quella più imperscrutabile, ma soprattutto ne ha rivoluzionato i canoni, introducendo se stesso come voce narrante extra-narrativa ma intra-testuale.

Oltre a ciò, qualcuno ricorda il racconto erotico Facciamo un gioco, apparso su Le Monde e dedicato alla compagna, qualcun altro forse ha apprezzato il suo lavoro in ambito cinematografico sia come critico che come sceneggiatore (ha collaborato alla sceneggiatura di molte puntate di Les Revenants, ad esempio). Il suo ultimo libro – uscito in Francia nel 1993 e quest’anno in Italia per Adelphi con una traduzione di Federica e Lorenza Di Lella (ma già pubblicato in passato da Theoria e da Hobby & Work) – è Io sono vivo, voi siete morti, la vita del geniale e prolifico autore di fantascienza Philip Dick.

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Biografia non romanzata, per essere precisi, infatti l’autore ha proceduto col metodo scientifico già rodato nei libri precedenti – basandosi su una fitta rete di documenti, testimonianze orali, etc – cercando di non dispensare giudizi personali, ma intrufolandosi molto di rado o con riflessioni dirette o con qualche chiusura ironica, a fine capitolo, pur lasciando in sovraimpressione, ben chiara, la sua voce narrante. Un volume di 350 pagine da cui esce un ritratto indimenticabile di Dick, libero da ulteriori interpretazioni, autentico.

Dalla nascita (avvenuta il 16 dicembre 1928 a Chicago) fino alla morte, nel 1982, l’esistenza individuale viene consegnata al lettore nella sua interezza: le numerose mogli, le infinite donne corteggiate, i colpi di genio e i colpi bassi, l’immaginifico repertorio di fantasia, le manchevolezze, i baratri, le droghe, le manie di persecuzione, l’acutezza, i dubbi, gli amici, le fissazioni.

Ciò che resta impresso al lettore è il principio di stravolgimento della realtà che troviamo anche nei romanzi di Dick che, sicuramente, risente del clima di caccia alle streghe in cui lo stesso è cresciuto. Niente è come sembra, tutto potrebbe essere ribaltato per il romanziere nato a Chicago e cresciuto a Berkeley: sia nel mondo della narrativa che in quello reale. dickAdorava esporre minuziosamente l’argomentazione del tizio che ha capito la verità a cui nessuno crede, ed è consapevole che lui, per primo, sentendo un discorso del genere, non crederebbe a una sola parola. Si divertiva a mettere in difficoltà medici, pensatori e psichiatri che lo curavano e spesso riusciva a prendersi gioco di loro. Che fosse blasonato o meno, Dick (nella foto a fianco) metteva spesso in castagna il suo
interlocutore con ragionamenti astrusi e irreprensibili: che la sua fosse una fantasia delirante o una psicosi o una sindrome regressiva, l’autore della biografia non ce lo dice, perché non è il giudizio o l’interpretazione che gli sta a cuore. Piuttosto il percorso diacronico, attraverso gli anni, le abitazioni, le donne, i ricoveri in ospedali psichiatrici, le convinzioni e i libri, di cui Carrère, da adolescente, è stato un fervido lettore e che ci restituisce con precisione, sondandone origine e significato in maniera scorrevole.

Tutti. Da La svastica del sole al meno conosciuto Noi marziani, da Confessioni di un artista di merda fino a Ubik e a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è stato ripreso il celebre film Blade Runner e la cui stesura è debitrice dei dibattiti scientifici in voga allora, che vertevano attorno alle possibilità delle macchine e che potrebbero riassumersi nel seguente quesito: ma i robot possono raggiungere un livello di coscienza pari a quella umana? Abituato a dubitare di tutto, paranoico matricolato, incapace di godersi i momenti di solitudine, Dick non rinunciò nemmeno ai traguardi di lucidità che, però, non gli diedero molta soddisfazione e lo scrittore parigino ci spiega perché, prendendo a prestito l’esempio da Miguel de Cervantes:

L’ultimo capitolo del Don Chisciotte mostra il cavaliere dalla triste figura guarito dalla follia, ma moribondo per via della guarigione stessa.  Durante l’agonia fa discorsi commoventi quanto assennati, esalta il buonsenso di Sancio Panza e maledice i romanzi cavallereschi. È uno dei capitoli più tristi della storia della letteratura.

 

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Una risposta a IO SONO VIVO, VOI SIETE MORTI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Ok

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