VALERIO EVANGELISTI racconta MANZONI

valerioPrima che pessimi insegnamenti ginnasiali mi inducessero a ripudiare, quasi contro la mia volontà, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, i miei rapporti con questo autore furono precoci e fervidi. Una copia rilegata del romanzo, stampata a grandi caratteri su carta velina, figurava nella biblioteca di mio padre. Era direttore di scuole elementari e di libri ne aveva tanti. Fra tutti, I promessi sposi (assieme a Il romanzo di un maestro di De Amicis e alla Divina Commedia, tanto affascinante quanto ostica), diventarono presto il mio libro preferito.

Avrò avuto otto o nove anni, Il corsaro nero doveva ancora arrivare a rubare la scena. Cominciai a leggere I promessi sposi e, come mi accadeva allora, a rileggerlo di continuo. Era la mia consolazione quando ero costretto a letto con l’influenza. Il livre de chevet a tavola. Accadde una piccola tragedia. Stavo leggendo Manzoni mentre cenavo e scoppiò la pentola a pressione. Acqua bollente ovunque. Riuscii a fuggire senza ustionarmi, ma il libro no. Le sue pagine troppo sottili rimasero sfigurate per sempre. Le illustrazioni si appannarono. Ma che importava? Morta l’edizione, rimaneva lo scrittore adorato.

Cosa trovavo in Manzoni di tanto seducente? Riusciva a farmi piangere e a farmi ridere. Trovavo comici i brani in cui Renzo, agli inizi della peste di Milano, è accolto sulla carretta dei monatti. Uno dei miei passi preferiti. E “terribilmente” belli altri. I dubbi di Don Abbondio. La selvatica perversione di Don Rodrigo. La sottigliezza dell’Innominato. La descrizione dei bravi appostati a difesa del suo nido d’aquila. Potrei continuare, se non
ilibricheticambianolavitafosse il momento di soffermarmi sulla lingua. Nitida, efficace, perfetta. Quale altro scrittore italiano è mai arrivato a quel livello? Magari ce ne sono (non posso leggere tutto), ma finora non ne ho scoperti. So solo, grazie a Carducci, che è esistito un “manzonismo degli stenterelli”. Gli credo, però non ne ho avuto esperienza.

Poi venne il ginnasio, e il crollo di un nume. Manzoni intoccabile, intangibile, perfetto. Per me era stato anzitutto un amico. Non era tale per la mia professoressa di lettere. Ci fece imparare a memoria brani interi (come quello che inizia con le parole “Il cielo era tutto sereno”; più tardi ritrovato, molto simile, in un capitolo de L’ebreo errante, di Eugène Sue). Manzoni a memoria! Cavolo, ciò che lo distingueva era il continuo serpeggiare narrativo! Per non parlare del messaggio morale di impronta cattolica, valorizzato dalla insegnante. Forse era nelle intenzioni di Manzoni stesso. Io, che cattolico osservante non lo sono mai stato, neanche da piccolo, trovavo ben altro nel Maestro. Una stupenda felicità narrativa; per cui le idee che porgeva, condivise o meno, si perdevano nella ricchezza infinita del racconto.

Fui costretto, mio malgrado, a diventare anti-manzionano. Scrissi, a beneficio dei compagni di classe, prima I prolissi sposi, poi I promessi noiosi. Su piccolissimi libretti fatti di pagine di quaderno a quadretti piegate in due. Non so cosa vi fosse esposto (è molto se ormai mi ricordo il mio numero di telefono), però erano menzogne. Ribellarsi alle costrizioni ginnasiali è un conto. Amare il Manzoni vero, non accademico, è un altro. E’ stato l’artefice della mia scrittura, buona o cattiva che sia. Se non vi piace, prendetevela con Lui.

Valerio Evangelisti

Brano già pubblicato nell’antologia “I libri ti cambiano la vita”, a cura di Romano Montroni, ed. Longanesi, 2012.

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