RubriCate: LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini

Se in “Mangiacuore”, il primo romanzo di Francesca Bonafini (nella foto sotto), una ragazza del nord è sospinta, anzi trascinata a Roma dall’amore per il bell’Alfredo, e in “Casa di carne”, secondo, dolente e appassionato romanzo, la protagonista Angela si muove costeggiando o attraversando distese d’acqua per raggiungere il suo amante, in questo gioioso ultimo romanzo, “La cattiva reputazione” (Avagliano Editore), le amiche Nina e Pillo sono unite da una sorellanza complice in un vagabondaggio amoroso per l’Italia settentrionale, al seguito dei due musicisti di cui sono innamorate.

L’amore, tema pervasivo nelle storie della Bonafini, è ancora una volta motore e traino.

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Un amore che la scrittrice non sa definire, né spiegare, e neppure etichettare, ma di cui mirabilmente descrive gli effetti. Del pervadere, e dello strappare via. Del risvegliare la gioia in esistenze che avevano smesso di pulsare, quella gioia attingibile solo nella fossa in cui si cade quando, appunto, si inciampa nell’amore.

Giacché l’amore accade, e in esso si precipita. Ha del miracoloso l’amore, e va atteso quasi distrattamente. E quando divampa è per la carne che passa, non può presciderne. Non può prescindere dagli abbracci e dai baci. Un amore esclusivo, che indossa il corpo e prende il nome dell’amante.

Con devozione monoteista Francesca Bonafini e le sue protagoniste innamorate, in preda a quello che giocosamente l’autrice chiama il “morbino”, ribadiscono la necessità della sincerità nelle unioni. L’amore infatti arde nella carne, ma ha bisogno di nutrimento, della cura, della condivisione delle piccole cose. E lo scambio ininterrotto, quasi fusionale di parole e abbracci non deve mai deragliare nella doppiezza e nella menzogna. Laddove questo accade, per paura, insicurezza, tornaconto, smette di essere amore e diviene qualcos’altro. Da qui la distinzione tra la reputazione intesa come giudizio sociale standardizzato e la limpida adesione ai propri sentimenti. Tra il rimanere al proprio posto, fingendosi come vogliono gli altri, e la coraggiosa scelta di evadere dalle unioni imposte.

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L’amore è troppo prezioso per sottostare alle limitazioni dei pavidi, spesso venate di ipocrisia. E’ un tripudio di sensualità e d’allegria che non disdegna le parole esplicite che raccontano il sesso, mai sporche, ma allegre, entusiaste e pure. Sporche sono, semmai, le bocche degli ipocriti.

Al pari delle sue ragazze innamorate, Francesca Bonafini non censura la propria prosa, a tratti così esplicita da lasciare interdetti i bacchettoni, ma mai volgare, o sordida, in certe divertite descrizioni.

Tutta una gamma di registri linguistici modula infatti il variegato sentimento d’amore e il suo impatto nelle viscere e nei cuori. E in questo romanzo, più che negli altri, la perizia linguistica è soffusa di un’ariosa levità, di una gentile ironia.

La trama, semplice, è l’impalcatura che sorregge una prosa controllata e sapida. Ricamata su rimandi simbolici più o meno inconsci.

Pillo e Nina, coprotagoniste di una mini-odissea che le vede in un tour circolare appresso alla band in cui suonano i rispettivi amati, Pierluca e Luigi, agiscono infatti, nel viaggio, quell’essere tratte fuori da sé tipico dell’amore che pervade.

Poiché l’amore, in tutte le storie della Bonafini, prima divampa e poi si fa inseguire. I momenti di incontro fusionale sono rari, e punteggiano allontanamenti e ritorni.

Rappresentative in questo senso le scombiccherate amanti del libro umoristico “Non avremmo mai dovuto”, che si sciroppano ore ed ore di treno per consumare un breve amplesso, e poi ripartire.

Un tipo di vita, centrifuga e scomoda, che non tutte sono in grado di sostenere a lungo. Inseguire e raggiungere l’amore infatti, esporsi, cadervi in mezzo a costo di procacciarsi lo stigma indelebile di una cattiva reputazione non è da tutte, e comporta sempre il rischio dell’abbandono e della solitudine.

E’ davanti a questa evidenza che Pillo e Nina imboccheranno alla fine strade differenti.

Un romanzo giocoso, luminoso, ironico e nitido. Una lingua rotonda, ritmata, armoniosa e perfetta, quasi inventata su un pentagramma, anziché digitata su word. Non è certo una novità che la prosa di Francesca Bonafini prediliga le sonorità, e questo romanzo talvolta pare cantato. Dopotutto l’autrice è stata musicista e ha scritto di musica. E certamente non è un caso che i suoi personaggi dalla pessima reputazione vortichino attorno a una band musicale, attirate dai concerti.

Recensione di Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: LA CATTIVA REPUTAZIONE di Francesca Bonafini

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

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