Rubricate: INTERRUZIONI di Camilla Ghedini

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INTERRUZIONI

di Camilla Ghedini

(Giraldi Editore)

Camilla Ghedini (nella foto qui a detra) in “Interruzioni” trascina il lettore con garbo e fermezza in un universo al femminile incentrato sulle tematiche bifide della genitorialità e dell’essere figlia, dell’autenticità e del compromesso talvolta necessario e, in ultima istanza, dell’amore e del disamore.

E lo fa mettendosi coraggiosamente a nudo e in gioco.

Pochi sono gli scrittori italiani capaci di tanto, di frapporre se stessi, tra la vita filtrata da una potente interiorità e le sue interpretazioni sulla pagina, come accorati interlocutori e intelligenti provocatori.

E un’autrice del calibro di Camilla Ghedini, che precipiti nel proprio libro per interagire con chiunque accetti l’invito a scoperchiare i luoghi comuni e a guardare le verità che vi brulicano sotto, non è autoreferenziale, è semplicemente ammirevole.

Interruzioni è un libro perfettamente bilanciato, nella struttura e nella prosa, e soprattutto nei temi indagati e rivoltati senza indugio in tutti i risvolti, a costo di addentrarsi nei territori più scabrosi, oscuri e respingenti del femminile, come l’infanticidio, e risalire poi per le volute dello struggente desiderio della maternità intesa quasi come una propensione intima a farsi germogliare una bambina dentro.

I quattro racconti (un dialogo, l’intervista a un’infanticida dalla prospettiva di quest’ultima, il commiato di una figlia morente alla madre inadeguata, e il monologo di una giovane mancata mamma rivolto alla figlioletta desiderata) sono accomunati da una interrscrittura omogenea che del sussurro ha le profondità e penetra nei grovigli della psiche e dell’istinto restituendoli intatti e nitidi al lettore. Marilù Oliva ha rimarcato, nell’appassionata prefazione, il fatto che la prosa di Camilla Ghedini è sempre protesa al confronto, tra le parti dell’autrice nei monologhi, tra l’autrice e i
personaggi, tra i personaggi e con i lettori
. Il pronome tu, vocativo ed evocatore, tanto spesso ripetuto nelle pagine, è un’esplicita esortazione al lettore a dire la propria su questioni in parte ancestrali come la femminilità e la maternità, le relazioni amorose che si incuneano nella procreazione, lo scarico della cura dei figli addosso alla madre troppo spesso divelta da se stessa, dal proprio corpo, dal desiderio e dal piacere.

Interrogativi inevitabili, se a porli è una scrittrice la cui smania di autenticità e l’anelito investigativo alla verità sono palpabili. Questa propensione è la matrice di uno stile privo di retorica e autocompiacimento, terso, implacabile ed elegante. Non una prosa
fine a se stessa, ma quasi giornalistica, nel senso più nobile del termine, laddove il giornalista si fa indagatore del proprio tempo e scruta, dietro la deflagrazione dei fatti di cronaca, la complessa eziologia del male.

Il femminile correlato alla maternità, per la Ghedini, e mi pare un approccio condivisibile, andrebbe enucleato dai luoghi comuni. Ridimensionato. Ricollocato in una prospettiva di corresponsabilità con il maschile paterno. Complementare alla coppia, all’amore sentimentale, al desiderio e a una sessualità.

Nel primo racconto, il dialogo tra una figlia e una madre sul diritto di disquisire sulla maternità, che pare quasi un monologo, un confronto tra le parti dell’autrice, è asserita una verità ambivalente che farebbe storcere il naso a molte benpensanti: che i figli non sempre riempiono la vita, e se lo si ammette si è ree.

Eppure è così.

Nessun sentimento umano è infatti tanto incrostato di superstiziosi pregiudizi, da una pretesa di soverchiante totalità e abnegazione sacrificale, come l’amore materno. E forse è arrivato il momento di approcciarlo con la limpida umiltà di chi sa voler bene ed è consapevole dei limiti che accerchiano ogni affetto. Camilla Ghedini lo lascia intendere, dipingendo le sue madri mancate e le sue figlie ricusate.

Altra interessante intuizione del libro infatti è che la filialità, concetto troppo spesso correlato (se le cose vanno male) all’indegnità della figura materna, sboccia a una vita piena e autonoma quando la madre risistema armoniosamente le parti di sé e riconosce alla propria creatura il diritto di esistere e differenziarsi.

E’ un po’ il corrispettivo, trattandosi di un libro e del punto di vista di una scrittrice, dell’ok si stampi.

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Ok, si nasca!

Nessuno può prevedere il percorso dei libri e dei figli, abbinamento scandaloso e azzardato per i non scrittori. Eppure senza quell’approvazione al distacco, all’immissione nel mondo, un figlio vedrà preclusa non dico la felicità, ma la motivazione alla vita. Pare essere questo, in fondo, il pensiero della quarantenne che rifiuta le cure e si lascia morire di tumore nel terzo, straziante e superlativo capitolo. Una figlia le cui emozioni restano impigliate nell’antico rimpallo di rabbia con una madre che risucchia e annienta.

Insomma un libro, “Interruzioni”, che scuote e commuove. Ogni racconto, diverso dagli altri e orbitante attorno ai temi citati, è segnato, appunto, da un’interruzione. Nel secondo la vita di un bambino pugnalato a morte dalla madre è interrotta, così come recisa è la piega che la vita dell’infanticida aveva preso. Nel terzo è troncata di netto la possibilità della guarigione. Nel quarto addirittura è una possibilità, quella del concepimento, ad essere recisa.

Ma a ben guardare si individua, a monte delle mutilazioni irrevocabili nelle storie, un incepparsi, un’interruzione del rapporto con l’uomo che della fecondazione è causa efficiente.

Camilla Ghedini pare infatti correlare l’amore sentimentale e la maternità conseguente. All’infanticida del secondo racconto è stato imposto di rinunciare alla femminilità dal momento in cui il corpo ha preso a deformarsi per la gravidanza e il compagno ha abdicato al proprio ruolo indirizzando pulsioni e cura altrove. La figlia morente ha cessato di esistere agli occhi della madre quando quest’ultima s’è sottratta alla relazione d’amore con il marito. La protagonista del quarto racconto, costantemente assorta nel dialogo interiore con la figlia desiderata, ha rinunciato alla possibilità del concepimento dopo avere scoperto il tradimento di un impostore.

Come a dire, e qui azzardo un salto analogico interpretativo, che la femminilità appagata su tutti i suoi complessi e variegati fronti, è l’unica che possa schiudersi a una genitorialità feconda e rispettosa.

Sono spunti di riflessione imprescindibili, in questo presente sdrucciolevole da un lato e primitivo dall’altro. Inchiodato a stereotipi e pregiudizi, ma superficiale e incostante nelle sue manifestazioni.

E formidabile è la Ghedini, nel descrivere i flop dei sogni realizzati sovrappensiero, le relazioni equivocate. Ma anche immagini come quella dell’uomo che legge lentamente, coricato, l’espressione intenta di un bambino, rappresentazione dell’amore nella sua umile ma insostituibile autenticità.

Recensione di Caterina Falconi

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Una risposta a Rubricate: INTERRUZIONI di Camilla Ghedini

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Notevole

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