Il mio re di Sara Bilotti

SaraSono fatta di terra e aria. Non so come sia possibile. Essere ancorata alla terra eppure sentirsi così evanescente. Godere di ogni istante e allo stesso tempo sentire che le cose sfuggono. Avevo in mano una sfera del futuro, ora è rotolata sotto un mobile, non la trovo più, eppure era così luminosa. La sua luce aveva sconfitto i danni che ho subito per anni, quando ero bambina. Era un miracolo. Eppure, è rotolata via così, come se fosse leggera, è scomparsa come se fosse stata un’illusione, un sogno.

Lo conosco a Roma. Ci sono andata per fare uno dei miei soliti provini, lui è un attore famoso, ma questa volta è tra i produttori di un film impegnato, la storia di una famiglia di profughi. Tento da anni di recitare in un ruolo drammatico, un ruolo che preveda capelli scompigliati, voce roca e rughe sulla faccia. Invece mi chiedono di fare solo i ruoli da oca, quelli adeguati alle mie tette, alla mia faccia aggressiva.

Daniele, invece, i ruoli li può scegliere. E’ brutto e affascinante, ma soprattutto è un uomo, ed è spietato. Quando sei spietato, tra le opzioni per il successo ti compare questa scritta al neon: scelta. Solo che io non lo so ancora.

Mi invita a cena. Non lo riconoscono, al ristorante. La cosa lo infastidisce, si tira indietro i capelli in un codino e guarda il cameriere con aria truce, ma neanche quello riesce a farlo apparire ridicolo. La sua prima domanda è: -Come mai sei senza radici? Che ti è successo da bambina?

Ecco, doveva saperlo ancor prima di conoscermi che sono una vittima perfetta.

– Ho subito violenze.

Che cosa bizzarra, gliel’ho detto dopo pochi minuti che ci siamo seduti al tavolo, mentre per dirlo alla mia migliore amica ci ho messo anni.

Mangiamo appena. Abbiamo voglia l’uno dell’altra.

– E’ il caso che andiamo via. – dice, tra il primo, quasi intatto, e il secondo.

Io mi alzo, obbediente. Ha parlato lui per quasi tutto il tempo: dei suoi film, delle sue amicizie, del suo successo, di quegli incapaci dei suoi colleghi, di come le donne lo lascino con estrema facilità. Sono intontita.

Prendiamo una macchina in affitto, una delle Smart utilizzate dal servizio car to go.

– Ti va di bere qualcosa?

– Sì. – rispondo subito. Farei qualsiasi cosa, anche mangiare un insetto. Lui mi ammalia.

– Possiamo andare da qualche parte, o da me se vuoi. Però ho solo vodka.

– Mi piace la vodka.

Gli dico di sì in quel modo banale. Mi pare di non avere troppa scelta. Non c’è sbavatura nei suoi gesti, niente su cui attaccare le mie perplessità. Guida il mio treno, e io mi rilasso sul sedile.

Daniele lascia la macchina in mezzo alla strada, non accanto al marciapiede, storta magari, proprio in mezzo alla strada.

L’appartamento è piccolo, ma si trova in una zona esclusiva. Non è la sua residenza, è una seconda casa, lui abita a Firenze. Corro subito dietro l’unica porta che affaccia nel salone, curiosa. Così faccio io, mi butto a capofitto nelle cose, non ho pazienza. Lì c’è un letto e alle pareti le locandine dei suoi film. Niente in quella casa assomiglia a qualcun altro. Solo Io, Io, Io ovunque. Che cosa incredibile. Io in tutte le salse, in tutte le lingue del mondo. Perché Daniele non è un attore squattrinato di casa nostra, no. Lui recita in Francia, recita in America, quando era giovanissimo ha avuto persino un ruolo in un film coreano in cui faceva il playboy italiano. Non ha le physique du rôle del playboy, eppure in quella fiction era totalmente credibile. Una magia.

Torno in salotto, entusiasta. Daniele si toglie la giacca elegante e mi porge un bicchiere pieno di vodka, ce n’è talmente tanta che faccio un movimento brusco e qualche goccia cade sul parquet. Mi sfilo il foulard e pulisco per terra mentre lui sgrana gli occhi.

– No, no, che fai.

– Pulisco… è un parquet costoso.

Daniele è allibito, non mi lascia fare. Lo bacio di slancio, mentre si meraviglia della mia sollecitudine nel non lasciare tracce del mio passaggio.

Mi è sempre piaciuto. Lo guardavo recitare e pensavo: lui è fatto apposta per me, ha le radici nell’aria, è tormentato e libero e pieno di segreti.

– Andiamo di là. – dice.

Più avanti, mi dirà che non voleva restare sul divano perché le persiane erano aperte e qualcuno avrebbe potuto vedermi nuda.

Facciamo l’amore in fretta, senza precauzioni. Io vengo subito. La natura, oltre a darmi grossi pesi da sostenere, mi ha donato un orgasmo facile. Ma con lui la natura c’entra poco. Lo desidero come non ho mai desiderato nessuno.

– Sei venuta prima di me? – mi chiede, stranito.

– Eh, sì.

– Ma che stronza.

Mi fa ridere quell’espressione. Mi porta su di sé, Fammi venire, mi dice, e io lo accontento, non credo di desiderare altro.

Dopo, nuda e ancora libera, mi avvicino ai suoi manifesti, ai dvd dei film con sopra i titoli in tutte quelle lingue strane. Rido ancora, lui si accorge della mia ammirazione, gli piace.

Me ne vado di notte, dormo da un’amica. Sarei rimasta volentieri con lui. Di solito non mi succede. Dopo aver fatto l’amore per la prima volta con un uomo, tendo a scappare. Dormire prevede un’intimità più grande del sesso, almeno per me.

Sei proprio come ti ho sognato, gli scrivo dal taxi.

Lui mi risponde subito:

– Sei tu, il sogno.

– Portami via. Di tanto in tanto, quando cerchi Bellezza.

– Sei la mia fuga, Michela. Il mio posto segreto.

– E tu il mio.

– E’ stato bello respirare il tuo respiro.

– Io lo respiro ancora, il tuo.

– Come faccio a dormire, adesso?

– Se troverai un modo, dimmelo.

Ci scriviamo molto, quando siamo lontani. Gli racconto che sono anni che rimando la separazione da mio marito, perché ho una figlia piccolina e perché lui mi ricatta. Vuole mantenere la facciata, ed è un uomo potente, ha i mezzi per distruggermi se gliela sporco. Gli dico che, se non faccio le cose con calma, io e mia figlia potremmo subire cose brutte. Dovevo farlo, dovevo dirglielo. Ma lui cambia subito argomento. Non so se mi ha ascoltata, oppure se le cose che ho detto non gli sono piaciute, e quindi le ha cancellate. Forse è fatto così. Forse vuole che il mondo sia come lo costruisce lui.

Ho deciso, ti sarò fedele, mi scrive un giorno. Ciò equivale a: Devi essermi fedele.

E poi: Ti ho assegnato un nuovo nome.

Scrive proprio così: assegnato.

– Quale?

– MIA.

Sento un brivido vero. Dopo quello che ho subito da bambina, non voglio appartenere a nessuno. Eppure quella volontà non è uno schiaffo. Per la prima volta nella mia vita, e dopo così poco tempo, MIA è una carezza. Sono spaventata.

– Tu sei MIA.

– Non dovrei dirtelo, perché è una cosa strana.. Non ho mai detto a nessuno: sono tua. Mai. Eppure a te… A distanza… Dico sono tua. Non voglio più nessuno da quando ti ho assaggiato. Solo uno spuntino ho fatto.

– Uno spuntino con chi?

– Con te!

– Ah, ecco. Sei MIA.

– Mia non tradisce il suo re. E’ fottuta, ormai.

– Tu sei la dannazione e la salvezza.

– Non c’è più nessuno. Solo tu. Tu, la malattia e la cura.

– Solo noi.In fondo lo sapevo. Che c’era qualcosa di profondamente simile tra noi. Nascosto, ma vivo. Altrimenti questo richiamo non sarebbe così forte. Almeno per me è così, Daniele.

– Tradiscimi e ti mangio il cuore. Io sono un vampiro.

Succede che la lontananza non deteriora niente. Anzi. Non vediamo l’ora di essere insieme.

Abita a Firenze, ma in questi giorni è impegnato su un set in Calabria, per un film d’amore. Odio immaginarlo a letto con una donna, anche se si tratta della scena di un film. Che cosa assurda. Non sono mai stata gelosa.

Mi viene a prendere a Salerno, prima però vedo la mia migliore amica, le racconto cosa facciamo io e Daniele, cosa mi dice. Quando le faccio leggere i suoi messaggi ride, Standing Ovulation! strilla poi, mentre io mi guardo attorno, imbarazzata. Simona è felice se io sono felice.

Daniele mi preleva, prende il pacchetto col fiocco delle feste e con me dentro e lo porta con sé. Salgo in macchina, durante il tragitto mi libero del reggiseno, è come se fossi già a casa sua. Mi sento ubriaca. Mi sento scomparire, e forse è proprio così, vicino a Daniele divento un’altra, divento quella che vuole lui, Michela non c’è più, ha strappato via chel dal mio nome, c’è solo Mia.

Quando mi dice che mi ama, dopo aver fatto l’amore, non penso quello che dovrei pensare. Non penso che è assurdo, che è solo la seconda volta che ci vediamo, che neanche ascolta quello che dico, neanche mi conosce, come potrebbe amarmi. Penso che lo amo anche io. Lo amo anche io, maledizione.

Lo accarezzo mentre dorme. Lo amo di un amore struggente e insensato. Mi fa sentire che non esiste un destino, che anche quelle che, come me, sono state danneggiate troppo presto hanno un posto nel mondo, o almeno nel cuore di qualcuno. Sono abituata alle attenzioni degli uomini, ai complimenti, al desiderio senza dolcezza, ma non alla dedizione, la sua mi commuove.

Il giorno dopo mi porta in giro con lui, ha sempre tanto da fare. Usciamo dal taxi mano nella mano mentre un regista importante ci aspetta in Piazza del Popolo.

– Ma che sorpresa- dice il regista. –Voi due insieme siete una bomba. Mi sta venendo un’idea.

Sarebbe bello, sì. Beh, anche per la mia carriera. Un ruolo in un film con Daniele mi darebbe una spinta di quelle supersoniche. E allora perché non me ne frega un cazzo? Perché tutto quello che voglio è stringermi a lui la notte?

– Dammi un figlio.- mi dice, quando torniamo a casa.

Lo guardo senza parlare per qualche secondo. Mi ha davvero chiesto quello che ho sentito?

– Un figlio?

– Sì. Una bambina. Una bambina che mi adora.

– Ci conosciamo da un mese e mezzo… e questa è la seconda volta che ci vediamo.

– Non dirmi di no. Per favore. Entro l’estate compro casa a Salerno, porti tua figlia lì e facciamo una bambina nostra. Liberati, intanto. A che stai col divorzio?

Non mi ha ascoltata. Non ha sentito che se chiedessi adesso il divorzio avrei problemi enormi. E allora io, che faccio io? Non gli dico che dobbiamo aspettare. Gli dico di sì, e mi rovino la vita col sorriso sulle labbra.

Riesco a trovare una casa vecchia, in affitto all’unico prezzo che posso permettermi, in una settimana mi trasferisco. Cade a pezzi, non è solo vecchia. Siamo a marzo, ma dentro fa freddo.

Mia figlia non può dormire qui. Mi dico che è momentaneo, che quest’estate avrò una bella casa sul lungomare. Ma intanto ho pochi soldi per sistemarmi al meglio, mentre il padre nella sua villa costruisce un intero parco giochi.

– Sto con papà oggi- dice mia figlia. –Mi ha comprato la playstation nuova con tre giochi!

E’ così felice. Oggi diventa domani e anche dopodomani. Non posso strapparla da Disneyland per portarla in una casa fatiscente, e allora invento scuse, mi dico che non avevo scelta, che non potevo continuare a stare con mio marito. Non con Daniele che mi faceva dieci telefonate al giorno. Ogni volta che mi chiudevo in una stanza per parlare con lui mi sentivo sporca. Sporca nel vivere l’amore più bello della mia vita. Non era giusto. Dovevo solo accelerare un processo irreversibile.

Che mi succede? Chiedo all’amica mia.

La vita, ti succede la vita, dice Simona.

Ma non è così. E’ difficile spiegarlo. Non è vero che mi succede la vita e basta, mi succede che un demone si è preso la mia testa, vi ha infilato le mani e con poche mosse ha scombinato tutto, mi ha lobotomizzata.

– E’ maligno. – dice il dottore. –Ma è piccolo, piccolissimo. E non ci sono metastasi. Sarà un intervento semplice, per niente invasivo, poi farai due cicli di terapia precauzionale.

Lo dice così, con un accento marcato e un tono da cabaret, togliendosi gli occhiali e sorridendo come se tutto il mondo non si fosse accartocciato su se stesso senza neanche avvisare.

A Daniele non lo posso dire. A questo penso, mica mi chiedo se mi salvo, se sopravvivo, se il sorriso del dottore è finto, se mia figlia diventerà orfana, se sta arrivando la fine del mondo, no, l’unica cosa che penso è: se lo dico a Daniele, Daniele soffre.

Torno a casa e faccio una doccia, mi strofino a lungo. Quando esco scopro che ho ricevuto decine di messaggi su facebook. Questo mi fa ricordare che è il mio compleanno.

Uno dei messaggi però mi fa sedere sul letto anche se ho tanto da fare, anche se devo preparare il trolley perché andrò con Daniele a Parigi, per un provino importante.

L’utente è chiaramente un fake, si chiama Allig Ator.

Non fidarti. E’ malato. Ti farà a fettine.

Non so perché do tanta importanza a questo messaggio. Ne ricevo molti, pure più assurdi. Ho un piccolo riflettore addosso, e da quando ho recitato in una fiction molto popolare mi scrive un sacco di gente che non conosco. Molti non sono proprio a posto con la testa. La popolarità attira i pazzi, anche se il riflettore è piccolo.

Però a quel messaggio penso e ripenso, fino a che vedo il viso sorridente di Daniele in stazione e tutto perde importanza: tumore, messaggio, me.

A Parigi vivo una favola. Non c’è modo meno banale per dirlo, io sono Cenerentola e lui è il mio principe azzurro. Daniele urla il suo amore sulla torre Eiffel come nel più ridicolo dei cinepanettoni. Mi passa il regalo di compleanno sul tavolo di un ristorante raffinato, mentre il cameriere ci versa vino rosso, poi mi dà pure un taccuino nero, con sopra un teschio di brillanti. Lo sfoglio, dentro ha annotato tutti i luoghi che visiteremo insieme. La mappa del nostro futuro.

Ho i tacchi alti, quando sono ubriaca le altezze mi fanno vacillare. Fuori dal ristorante inciampo due volte. Lui mi prende in giro. A me viene da piangere, ma non per questo. Mi viene da piangere perché il cuore mi scoppia in petto. Fa un rumore enorme, assordante. Guardo l’anello che mi ha regalato, ingoio una lacrima grossa, pesante. La felicità mi fa tremare.

Inizia a piovere e io mi fermo al centro esatto della strada, guardo in alto il coperchio di nuvole nere che si appoggia sui palazzi, vorrei gridare e non so ancora perché.

Non gli dico né della malattia né del messaggio.

Scompare pochi giorni dopo il nostro ultimo incontro. Prima si diradano i messaggi, poi il telefono non squilla più.

Intanto arrivano altri messaggi strani. Fotografie di lui con altre donne. Particolari scabrosi della sua vita. Una lista di farmaci.

Non temo per me in quel momento. Temo per lui, temo che questa donna, perché sono sicura che sia una donna, voglia rovinarlo. Ma non posso parlargliene al telefono. Sospetto che qualcuno legga i miei messaggi, senta le mie telefonate, trovo da giorni mail aperte e strane spunte di lettura su whatsapp. Parlargli di questa cosa al telefono significherebbe esporlo. Non voglio creargli problemi. Io sono il suo nido di Bellezza. Io sono la felicità arrivata in un momento terribile della sua vita. Così mi ha detto lui, e io gli credo.

Però non mi chiama più. Insisto, gli scrivo messaggi di supplica. Finalmente il telefono squilla, io scoppio subito a piangere. Perché lo so, l’ho sempre saputo cosa stava accadendo. Lo so da quando, al secondo appuntamento, mi disse che mi amava.

– No, così è peggio, Michela, fidati. – mi dice, quando si accorge che sto piangendo.

– Mi manchi.

– Anche tu. Anche tu. Ora chiudi il telefono. Smetti di piangere, poi mi richiami. Sono stufo delle donne che piangono per me e poi mi fottono.

Obbedisco. Mi fottono. Perché dovrei fotterlo. Io lo amo. Io per lui ho fatto cose enormi. Io per lui farei di tutto, io per lui morirei.

Lo richiamo.

– Ora non piango. – mento. –Che succede, perché non ci sei più? Non mi chiami, non mi scrivi…

– Per una volta nella vita voglio fare le cose con calma, frena, per favore.

– Frena? Ma se mi hai chiesto un figlio dopo un mese! Non sono io che ho corso. Io non ti ho chiesto nulla, sei tu che hai chiesto a me.

– E’ un periodo complicato… E tu sei lontana.

– Ma posso raggiungerti quando vuoi! Mi chiamavi dieci volte al giorno. Dicevi che non riuscivi a dormire senza sentire la mia voce.

-E’ un momento difficile, per me. E mi meraviglio della tua reazione. Pensavo fossimo una squadra.

Ha davvero detto quell’ingiustizia? Non mi pare vero. Ho mandato a puttane la mia vita per lui. Gli ho taciuto una malattia perché so che è un brutto momento. Gli ho giurato amore e gli ho promesso un figlio.

– Lo siamo. – rispondo, balbetto. Sono patetica e mi prenderei a schiaffi. –Perché dici questo? Lo siamo.

– Passerà questo momento. Non so quando. Ma passerà.

E invece non passa.

Continuo a scrivergli, dalla mia casa che cade a pezzi. Lo supplico di parlare con me, di guardarmi negli occhi. Sono troppe le cose che devo dirgli. Cose delicate. Non posso farlo al telefono.

Mi opero, comincio le terapie. Intanto mi arrivano altri messaggi da profili facebook temporanei. Link a siti che descrivono la manipolazione, il narcisismo perverso.

Ho sempre più paura per lui. Per lui, non per me. Gli scrivo decine di messaggi a cui non risponde, supplicandolo di incontrarci, di lasciarmi raccontare cosa accade. Non capisce che la mia paranoia è dovuta alla paura che qualcuno voglia rovinargli la carriera, che la mia fretta di vederlo ha a che fare solo in parte con la mancanza che mi mangia a morsi. Io voglio difenderlo.

E così, quando lui mi blocca su whatsapp, faccio la valigia e vado a Firenze. Non so dove abita, ci siamo visti sempre a Roma. Gli ho chiesto l’indirizzo, sì, tante volte, volevo mandargli un regalo a casa, ma lui niente, ha sempre glissato, cambiato argomento. E’ bravo a cambiare argomento.

Insomma sono lì senza un recapito, sul treno per Firenze, la nausea delle terapie che a distanza di giorni ancora mi stringe la gola con due mani enormi, e il cuore che batte perché nella mia follia credo di avere una possibilità di aiutarlo.

Gli mando un sms.

Sarò a Firenze alle 16:00. Non so dove abiti. Ti aspetto in stazione. Ti devo dire una cosa importantissima, dedicami cinque minuti. Non lasciarmi ad aspettare qui. Mi sono operata e ho fatto le chemio, sono debole e non so neanche dove dormire. Volevo dirtelo prima, ma tu non mi hai più chiamata… e ora te lo dico perché spero che almeno questa notizia ti convinca dell’importanza del nostro incontro.

Quando arriva il trillo del suo messaggio mi metto una mano davanti alla bocca per non farne uscire singhiozzi inopportuni. La donna anziana seduta accanto a me è già a disagio perché mi vede piangere da un’ora.

Sapevo che mi avrebbe risposto. Lui diceva sempre di essere un uomo di cuore. Un uomo che per un amico malato si butterebbe nel fuoco. E tutti mi hanno sempre confermato il suo animo gentile: amici, conoscenti, colleghi.

Lasciami in pace!, è la sua risposta.

Il sedile mi ingoia. Chissà perché, in quel momento di disperazione perfetta, penso a uno dei suoi bellissimi messaggi d’amore. Me lo scrisse in un momento in cui era arrabbiato perché eravamo lontani.

Non capisci che sono incazzato?

Perché io vorrei davvero portarti via. Da tuo marito, dalla gente che ti fa del male, dai ladri di giocattoli, dall’intera umanità di merda. Ma non su una barca. Su un altro pianeta.

Mi alzo, vado in bagno. L’immagine allo specchio è tutta storta. Le lacrime scorrono al contrario. Un artiglio mi prende i vestiti, me li strappa da dosso, poi mi strappa la pelle.

Scendo a Firenze col trolley che si incastra negli scalini, nei tombini, nella ridicola linea delle mattonelle.

-Mamma, come va il lavoro? – chiede mia figlia al telefono, mentre mi siedo su una panchina della stazione.

Faccio finta che le lacrime siano miele. –Tutto bene, amore. E tu? Che stai facendo?

-Papà mi porta al cinema.

Sorrido, poi resto lì, in attesa, per ore, forse Daniele arriva.

Il risveglio è il momento più difficile. In quel momento dolce, tra il sonno e la veglia, le cose sono rimaste a prima dell’infelicità. Daniele si gira nel letto e mi abbraccia, si schiaccia contro la mia schiena.

Poi apro gli occhi e nel letto non c’è nessuno, nella casa intera non c’è nessuno, solo io e questo dolore ingombrante che mi prende a pugni le spalle.

E’ un dolore che non puoi raccontare. Doppiamente ingiusto perché non prevede comprensione. Perché, se lo raccontassi, chi non ha mai conosciuto un uomo come Daniele ti risponderebbe: beh, cretina, ti sei innamorata e lui ti ha presa per il culo. Benvenuta nel club, quante storie.

Il fatto è che Daniele non mi ha presa per il culo. Quando diceva di amarmi, di volere un figlio, ci credeva sul serio. E il mio dolore non è per lo strappo di un amore finito. Soffro perché l’uomo che amo non esiste, non è mai esistito.

I profili facebook da cui arrivavano i messaggi anonimi sono tutti scomparsi. Ne resta solo uno: Mama Kay. E’ a lei che scrivo.

– Sei stata con Daniele, vero? – le domando.

Lei legge la sera stessa, ma mi risponde il giorno dopo.

– Sì.

– Tanto tempo?

– Abbastanza.

– Perché è finita?

– Per lo stesso motivo per cui è finita tra voi.

– Soffri ancora?

– Molto. Anche tu soffrirai a lungo.

– Lo so. E’ sempre stato così, immagino.

– Sempre. Lui non ama nessuno. Ti guarda negli occhi e vede se stesso. Qualsiasi cosa tu dica non ha importanza: lui ha già il suo copione, sente ciò che ha deciso di sentire. E se non corrispondi all’immagine che si è fatto di te, ti cancella e ne cerca un’altra più consona. Un’offerta speciale, magari.

– Perché mi racconti tutto questo.

– Perché lo odio. Perché sto male. Tu non lo faresti?

– No.

– Dovresti. Se lo facessimo tutte, le persone come Daniele non potrebbero più fare danni. Ti auguro di uscirne presto.

Il fatto di essere solo una delle vittime dovrebbe aiutare, ma non lo fa. Niente aiuta, niente attenua.

La casa intanto è diventata calda, mia figlia gioca con le sue barbie nella stanza che ho dipinto di azzurro, sogna i suoi sogni di bambina. Prima dell’inverno sistemerò ogni cosa rotta, magari potrà portare qualcuno dei giochi che le ha comprato il padre, così ci sarà un pezzetto di Disneyland anche qui.

Un giorno andrà meglio, magari riuscirò anche a non soffrire più.

Simona mi chiede ogni giorno come sto. Sputa parole di rabbia contro Daniele e sgrana gli occhi sulla mia clamorosa assenza di odio.

– Voglio che muoia. – dice, raccogliendo quello che rimane di me in un abbraccio, mentre per strada vacillo, perdo l’orientamento. Ho perso cinque chili in poco tempo, tutto mi strema. –E dovresti volerlo anche tu.

– E’ già morto – dico, mentre lei sbuffa contro il sorriso che mi spunta sulla bocca, che le fa più tenerezza delle mie lacrime. –Lo amo, lo vorrei qui.

Amo il mio re, anche ora che so che non esiste, ancora di più ora che so che è un fantasma.

 

***************************

Sara Bilotti nasce a Napoli nel 1971. Diplomata in danza classica, si dedica a studi linguistici e all’insegnamento. Nel 2012 pubblica la raccolta di racconti Nella Carne e nel 2015, per Einaudi Stile Libero, i romanzi L’oltraggio, La colpa e Il perdono.

 

 

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Una risposta a Il mio re di Sara Bilotti

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

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