RubriCate: LA CASA DELLE PAROLE

parole-coulonLA CASA DELLE PAROLE

di Cécile Coulon (Keller editore)

“La casa delle parole” è un romanzo distopico che ha la leggerezza e il nitore di una fiaba. Una storia apparentemente semplice che si snoda attorno ai temi ricorrenti in questo tipo di narrazione, ma niente affatto scontati. Al contrario, più che mai attuali. La relazione del potere con la cultura e l’impatto della parola scritta sulle emozioni delle masse. La produzione di libri privi di connotazioni letterarie e la letteratura. L’imprescindibilità di quest’ultima. Vere protagoniste le parole, stampate, spettacolarizzate, abreative.

In un mondo alternativo, svuotato della bellezza e della facoltà di esprimersi, il Potere, strutturato in una rigida gerarchia piramidale, si trova a dover gestire il popolo manipolandone le emozioni. Lo strumento deputato sono i libri. Non la letteratura, ma libri scritti da anonimi Scrivani nelle cosiddette Case delle Parole, contrassegnati sulla copertina dalla categoria emozionale di appartenenza. Libri Brivido, Libri Tristezza, Libri Risate a Crepapelle, Libri Tenerezza vengono declamati da un Lettore professionista nel corso di Manifestazioni, spesso ad alto rischio, a cittadini affamati di emozioni. Costoro, accalcati negli stadi, hanno reazioni abnormi e in qualche modo convogliano in queste esplosioni di emotività ogni velleità eversiva. Degli Agenti rigorosamente analfabeti, provenienti dalle campagne, duramente addestrati e identificati da un numero, sono incaricati di gestire e contenere le orge emozionali suscitate dalla lettura. Tra essi il migliore, il più discreto e silenzioso è l’Agente 1075, che pare incarnare la perfetta riuscita del Progetto. Efficiente, ligio, sospinto da una inestinguibile quanto rabbiosa aspirazione al riscatto sociale. Eppure proprio quest’uomo refrattario e volitivo, nel corso di un ricovero ospedaliero, imbattendosi in una giovane donna che insegna a scrivere ai piccoli malati, viene contaminato da un insopprimibile desiderio di imparare a leggere.

E’ significativo che in molti romanzi degli ultimi anni, soprattutto distopici, venga evidenziata la correlazione tra le parole strumentali, contundenti, e la spettacolarizzazione delle emozioni al fine di frastornare le masse per meglio gestirle. Mi viene in mente la superlativa saga degli “Hunger Games”, che narra di un futuro pervaso da una sorta di voyeurismo mediatico, in cui le guerre, giustificate da un apparato normativo capzioso e perverso, sono combattute in un mortale reality. Mi viene in mente il romanzo “Lo stato di ebbrezza” di Valerio Varesi, che distopico non è (distopica semmai è la realtà squadernata), e racconta le recenti metamorfosi dell’informazione, dal giornale alla televisione, in cui la parola già abusata si sfalda per cedere il posto alle immagini e a nuove tipologie di comunicazione pilotata, teletrasmesse e virtuali, che vanno deliberatamente a impattare con l’emotività. Non è certo una novità che nei distopici vengano dipinti scenari caratterizzati dall’opprimente controllo del potere sulla collettività e sulle singole esistenze. Un controllo sempre congiunto con l’attacco alla libertà di pensiero, all’autonomia del giudizio. Roghi di libri divampano in innumerevoli storie di questo tipo, basti pensare allo strepitoso “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Però mi pare che ultimamente, e in particolare in questo romanzo, si insista molto sullo svuotamento semantico e sull’uso scorretto e inadeguato delle parole. Le Case delle Parole, infatti, dopo la distruzione dei classici della letteratura, producono testi anonimi che serbano la facoltà di liberare le emozioni, ma non salvano. Molto forte anche il rimando alla psicologia, forse alla psicanalisi, nella seconda metà del libro, quando la dottoressa Nox spiega a 1075 il motivo per cui non prova nulla leggendo. E il motivo è che la lettura amplifica e fa sgorgare le emozioni, ammesso che siano presenti nei lettori, e 1075 è interiormente vuoto. E qui viene lambito un altro tema cruciale della mutazione antropologica in corso, a cui il romanzo incessantemente allude. In una società frantumata dall’individualismo, contrassegnata da un’incapacità comunicativa e di interpretazione, e spaventosamente alessitimica, il discorso della gestione delle emozioni diventa prioritario. E se è vero quanto è asserito da una certa psicanalisi, che i sentimenti si formano anche grazie alla fruizione della letteratura, i libri tornano ad essere un bene di prima necessità. Adulterare quel bene, surrogarlo, svilirlo, clonarlo equivale ad alimentare delle aberrazioni. Insomma una storia, questa narrata da Cècile Coulon, densa di spunti di riflessione. Mai cruenta, mai spietata. Raccontata con una trasognata fluidità, con un garbo raro. Pochissimi i dialoghi, predominante il discorso indiretto, tipico delle cronache e dei monologhi interiori. Molto belle le descrizioni del mondo contadino, quasi affioranti rispetto a un tessuto narrativo limpido come un mare piatto. Di questo mondo popolato da gente pacifica e scabra, che diffida del Potere senza avversarlo, e compensa la mancanza di istruzione con l’ancestrale appartenenza alla terra.

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Una risposta a RubriCate: LA CASA DELLE PAROLE

  1. Patrizia Debicke ha detto:

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