Io sono Kurt di Paolo Restuccia

kurt1di Marilù Oliva

Insomma, le canzoni non sono proprio roba da buttare via, e il Diavolo Biondo non avrebbe dovuto vendere la loro anima così, anche se in fondo lui, nel 1996, non era altro che una fogliolina verde trasportata dal vento della storia che ci stava trasformando in quello che siamo ora: il festival del niente incorniciato.

Io sono Kurt di Paolo Restuccia (Fazi, collana Darkside, 2016, pag. 270, euro 16,00) è uno dei romanzi più imprevedibili letti negli ultimi mesi. Dopo un inizio spettacolare giocato sui flashback e sulla forza del ricordo, scopriamo che Andrea Brighi, protagonista e voce narrante, vuole essere Kurt. Prima che a se stesso deve dimostrarlo a quell’Andrea Zanchi – alias Diavolo Biondo – che tiene in pugno le persone che si imbattono sul suo cammino. Grande manipolatore, predatore di fanciulle così pieno di carisma nero da invadere anche gli spazi in cui è assente, Diavolo Biondo è connotato fin da subito come il re dell’ happy hour, «lo chef dell’alba chimica, insomma l’uomo che ha tenuto in pungo Kurt come un pupazzo» quando questi lavorava a Radio Punto Nord. Perché Kurt faceva appunto il dj, a vent’anni, ma solo quando ne ha compiuti quaranta ha capito di averne avuti venti solo per ricordarli quando sarebbero raddoppiati.

Nel tempo della storia, invece, Andrea Brighi non è più un dj, ma sta andando a Lugano per un trasporto illegale di valuta, il guadagno del locale che ufficialmente gli appartiene e che il cognato Tiziano ha rimodernato per lui, in complicità con Rita, la moglie di Kurt. Però durante il tragitto è sicuro di vedere Diavolo Biondo in una Mercedes blu e allora scatta la caccia per riavere i soldi che costui gli ha rubato ai tempi del loro sodalizio: una deviazione verso Trieste catapulterà la storia in una pensione che diventerà varco spazio temporale tra un presente giocato su un colpo di scena – la sparizione dei soldi – e un passato che, un po’, alla volta, dispiegherà tante cose. Ad esempio il rapporto triangolare tra la conturbante, evanescente studentessa di matematica Anna e l’innamorato Kurt, tra Anna e uno sfuggente Diavolo Biondo, ancora tra Anna e i suoi spettri, il suo bisogno di essere dominata, il suo anelito verso un infinito cui si sente sfiorata quando viene depredata.

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Alcuni personaggi trovano in altri lo sdoppiamento di se stessi o, meglio, della loro proiezione più alta, magnificata da slanci di onnipotenza: Andrea vuole essere Kurt, quindi una versione di se stesso meno edulcorata, più ganza, più cool. La teen Nadia pare la formula matematica ridotta di Anna, figura potentissima e per questo destinata a primeggiare su tutti gli altri ritratti femminili del romanzo. Diavolo Biondo – come anticipa l’ossimoro del suo stesso nome – è il dannato, l’antieroe assoluto, cui Tiziano assomiglia per totale mancanza di scrupoli.

Se motore del tempo attuale è la concitata ricerca per recuperare se non il mal tolto, almeno l’equivalente, motore dei vent’anni che s’intrufolano costantemente è l’amore. L’amore per i proprio desideri, l’amore per la musica, l’amore inspiegabile per una fanciulla, immagine indelebile anche quando lei non c’è più:

Chiudo gli occhi appena se ne va e subito mi torna in mente il viso di Anna. Un amore finito è una città fantasma, ci sono grandi palazzi vuoti e il vento solleva la polvere tra i vicoli, ci sono foglie di giornale che volano, ma non riesci a leggere cosa c’è scritto. Tanto lo so, cosa c’è scritto: siamo andati via tutti, stupido.

Sfogliando questo libro riascolterete volentieri un repertorio di canzoni soprattutto degli anni ’90, ma non solo. Ryuichi Sakamoto, Otis Redding, Cure, Nirvana,  Juff Burkley,  Rolling Stones, Jamiroquai, Keith Jarrett, Alvaro Solez e molti altri: la musica contribuisce a scandire le pagine con le sue cadenze ad hoc per ogni situazione, rendendo paradigmatica la storia del singolo e percuotendola con il sottofondo di un ritmo totale. Ritmo richiamato dalla scrittura: scattante, essenziale, mai scontata, con chiusure ad effetto.

Un libro senza dubbio diverso, opera di un autore che ha un lungo sodalizio con la musica, ma anche con la scrittura: è infatti fondatore della scuola di scrittura Omero. Regista (Il ruggito del coniglio) ma anche conduttore radiofonico, Paolo Restuccia ci pone di fronte al dramma di un romanzo di formazione dalle atmosfere noir attraverso uno scarto costante tra passato e presente, un bildungsroman cosparso di battesimi del fuoco e le prove che non sono state superate a vent’anni… si ripresenteranno poi. Perché siamo morti tante volte e altrettante risorti, ma ciò che conta è quanto che abbiamo dato più di quanto abbiamo ricevuto. Nel bene e soprattutto nel male:

Adesso so che non sono le cicatrici che ci ritroviamo sul corpo a contare, ma quelle che infliggiamo agli altri. Nel verbale dei vigili urbani che ci fermeranno per l’ultima breve volta, saranno elencate una per una con accanto una breve descrizione e per ognuna la sanzione corrispondente. L’unico comandamento dovrebbe essere quello di non ferire mai nessuno con pensieri, parole, opere e omissioni.

 

 

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Una risposta a Io sono Kurt di Paolo Restuccia

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    sapeva cantare

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