L’argine di Deborah Gambetta

arginedi Marcello Bardini

Lo aspettavo da tempo, un nuovo libro di Deborah Gambetta. Da 5 anni, per l’esattezza. Da quel “È tutto a posto” che resta (anche) uno dei migliori romanzi recenti sull’amore per gli animali. Ora, per fortuna, è arrivato “L’argine”. Un libro, quello edito da Melville, insolito per la narrativa italiana. In primis per la scrittura. Poi (anzi, prima ancora) per il genere. In molte librerie il romanzo è stato messo nello scaffale del “giallo”, anche se così giallo non è. Il pluriomicidio chiave della trama, infatti, è svelato già nelle prime righe. Qui siamo, piuttosto, dalle parti del noir. Ma non quello tipico italiano, di solito legato alla criminalità e/o alla denuncia sociale. Oppure: magari ci sono anche queste due componenti, ma qui c’è soprattutto il noir assoluto, inteso in senso originale. Il racconto di un’anima alla deriva. Il protagonista, Sandro, è un uomo qualunque che, poco a poco, dopo la separazione dalla moglie, precipita nell’ombra. Ad un certo punto, con un fucile, Sandro inizia persino a “prendere di mira” le cose e le persone che lo circondano. E le sue crepe interiori si allargano ogni giorno di più. La Gambetta, nel raccontare l’abisso in cui Sandro cade, è, come sempre, maestra. Basti pensare ai suoi romanzi precedenti: il già citato “È tutto a posto”, ma anche a “La colpa” e a “Il silenzio che viene alla fine”.

La colonna sonora del libro (serve dirlo?) va strappata al Nick Cave delle “Murder Ballads” (ma anche a quello dei due romanzi). E, perché no, ai Cure più dark, cioè quelli di “Pornography” (It doesn’t matter if we all die…). Deborah si conferma ancora una volta scrittrice violenta, nel senso di “violenza dello sguardo” (Simona Vinci) e perfetta narratrice delle “ossessioni piú profonde” (Carlo Lucarelli). In questo caso, quelle di Sandro:

Non rilegge mai quello che scrive. L’urgenza è solo quella di prendere questi pensieri che si agitano sfuggenti e duri come biglie di vetro e metterli nero su bianco. Perché se li scrive, forse, riesce a fermarli, a interromperli una volta per tutte, a liberarsene. Perché se le cose le butti fuori dopo sono fuori, appunto. Diventano altro, altro da te, qualcosa che non ti appartiene più e che puoi guardare con distacco. Questo, almeno è quello che credeva.

Già Eraldo Baldini ci aveva mostrato come il “deserto” romagnolo possa diventare lo scenario gotico perfetto per il noir italiano. La stessa Deborah vive/ ha vissuto tanti anni in provincia di Ravenna. Non è un caso che “L’argine” sia ambientato proprio in quelle pianure. Non è nemmeno un caso che, all’inizio del libro, venga citato un altro Baldini della zona (Raffaello), le cui poesie, seppur dialettali, spesso raccontano di anime nere. E il concetto di “stêr zét” ritorna più volte anche ne “L’argine”. Il personaggio dell’anziano con il cane (forse l’unico amico di Sandro) potrebbe poi essere uscito dalla penna di Raffaello. Deborah, però, se possibile, supera gli altri autori romagnoli e ci scaraventa quasi nella frontiera americana, confermandosi una delle voci più “straniere” del nostro Paese (pensando, ovviamente, agli scrittori del Sud degli Stati Uniti). La fabbrica di succhi in cui Sandro inizia a lavorare, con i suoi riti sempre uguali, è il frutteto di Cormac McCarthy, altro scrittore dalla prosa secca e diretta. Così come gli abissi mentali del protagonista ricordano i monologhi interiori di William Faulkner (altro maestro nel raccontare coni d’ombra di personaggi, a loro modo, epici nella tragedia). E il libro appare come un unico flusso di coscienza (per quanto scritto perlopiù in terza persona): l’urlo e il furore scuotono Sandro internamente e gli fanno abbracciare il lato oscuro. Restando in America, il libro di Deborah è anche tanto “cinematografico”: la sua Romagna non è poi così diversa dalla Louisiana del primo True Detective (“Touch darkness and darkness touches you back”) e dal Texas de “Le paludi della morte” di Ami Canaan Mann. Di più: Sandro è uno zombie, un walking dead, quando si muove fra gli scaffali dell’Ipercoop o quando scopa ragazze trovate chissà dove. Immobile e vuoto come le gru e i pioppi che osserva da lontano: <<un corpo stanco è una prigione>>.

A scanso di equivoci: Deborah non è però la scrittrice che vuo’ fa’ l’americana (ahimé, uno dei mali più diffusi nella nostra letteratura). Anzi, la Gambetta è italianissima, sia nelle tematiche sia, soprattutto, nella lingua. Quello de “L’argine” è un italiano pulito e diretto. E bello da leggere. E bello da leggere è pure il personaggio di Sandro, ricco di contraddizioni. Per quanto freddo, non appare mai calcolatore, mai “perfetto”. Per quanto negativo, non riusciamo mai ad odiarlo. Perché Sandro è forte ma, allo stesso tempo, fragile. “Feroce e inerme” per citare un altro “Nick Cave” quale è Andrea Chimenti. Che pure arriva da lì vicino, da Reggio Emilia (un altro caso? Certo che no). Poi potrei citare i Marlene di “111” ma meglio che, con i paragoni, mi fermi qui.

Sarà che pure io vivo da sempre vicino all’argine. Di un grande fiume, e non di un torrente, ma poco importa. Sarà che anche il mio paese, in dialetto, è “la Massa”, come la Massa Lombarda vicino alla quale è ambientato il libro. Però questo “L’argine” l’ho sentito molto “mio”. Difficile da spiegare. E, comunque, al momento, io non ho intenzione di andare in giro con un fucile.
Leggete il libro di Deborah. E poi, magari, fatevi un giro in Romagna.

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2 risposte a L’argine di Deborah Gambetta

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Super

  2. Patrizia Debicke ha detto:

    Bello

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