“L’addio” di Moresco e le macerie del romanzo italiano

addiodi Marilù Oliva

recensione uscita su Huffington Post

Il mondo dei morti è un topos letterario che risale alla notte dei tempi e, vista l’inaccessibilità del luogo per noi comuni mortali (almeno finché siamo in vita), l’evocazione dell’Ade risulta sempre molto efficace. Dal mito di Orfeo alla discesa di Ulisse nell’oltretomba, dal viaggio di Dante fino alla recentissima trilogia di Glenn Cooper (uscita per Nord Editrice) – che ipotizza varchi spazio-temporali creati da acceleratori di particelle – l’idea del passaggio dall’aldilà all’aldiquà (e viceversa) continuerà ad essere proposta da scrittori più o meno fantasiosi. Nel romanzo L’addio (Giunti, 2016) la storia parte appunto dal mondo dei morti, quando un certo Lazlo si presenta allo sbirro morto D’Arco, assegnandogli un incarico: deve capire perché si sentono voci di bambini che cantano. Quando l’avrà capito, avrà anche inteso in cosa consiste il resto della missione.

Questo romanzo non mi è piaciuto e lo dico con amarezza, perché so cosa c’è dietro al progetto di un libro serio, come immagino questo dovesse essere nelle intenzioni dell’autore e dell’editore, Giunti, di cui ho apprezzato negli ultimi mesi le uscite interessanti e coraggiose (penso alle bravissime Grazia Verasani, Carmen Pellegrino, Clara Sereni o anche Massimo Onofri, per fare qualche nome), ma, alla fine della lettura, che non ho interrotto alle prime 20 pagine solo perché speravo di salvare qualcosa proseguendo, mi sono ritrovata parecchio irritata e ora vi spiego perché punto per punto.

  • Nell’interno di copertina si legge che “Moresco irrompe nel genere poliziesco per terremotarlo”. Ora, qui di genere poliziesco c’è ben poco. Viene messo in scena uno sbirro (la parola è ripetuta allo sfinimento e mi chiedo: non si poteva ricorrere ogni tanto a qualche banale sinonimo, tipo “poliziotto”?), ma mancano totalmente le indagini. Il romanzo poliziesco prevede degli snodi disposti su uno schema ben preciso (omicidio, ritrovamento, indizi, indagini, depistaggio, scioglimento) e rivoluzionare questo schema è molto arduo, ma non impossibile (ci sono riusciti in pochi, cito ad esempio Friedrich Dürrenmatt ne La promessa o Gabriel García Márquez in Cronaca di una morte annunciata). Ne L’addio di Moresco manca il momento della detection e la trama è semplicissima: il protagonista dal regno dei morti arriva nel regno dei vivi e un bambino, che lo ha accompagnato nella traversata, gli indica i malvagi che devono essere eliminati. Comincia così la kermesse dell’eccidio, seguendo un impianto narrativo molto elementare, dove fabula e intreccio sostanzialmente coincidono. Moresco non ha terremotato il poliziesco: non l’ha proprio contemplato. A meno che con quel verbo si intende che in questo romanzo si trovano solo le macerie del poliziesco.
  • Parliamo del bambino che accompagna D’Arco, lo sbirro protagonista. Un’accoppiata sfruttatissima – adulto consumato/bimbo che ha sofferto – da The Road di Cormac McCarthy fino a The Sixth Sense di Night Shyamalan, con la sola differenza che qui i personaggi sono assolutamente bidimensionali, non vengono plasmati, non vivono se non attraverso il loro rancore. In D’Arco sono mescolati tratti del classico detective hard-boiled con la dannazione alla solitudine di Will Smith in I Am Legend e non bastano gli occhi bianchi a dargli quel quid imprescindibile per tenere in piedi una figura del genere. In un mondo letterario inflazionato da commissari e poliziotti, abbiamo l’ennesima fotocopia sbiadita.
  • Del poco spessore dei personaggi ho avuto conferma anche quando ho incontrato la figura femminile del cassonetto, molto simile – per situazione, movimenti e condizioni – alla sporca ma affascinante fanciulla di cui si innamora Adso da Melk ne Il nome della rosa.
  • La scrittura parte secca e grintosa, ma diventa presto sciatta. E ripetitiva. Forse l’effetto è quello voluto, comunque sia, come esempio, vi riporto pagina 177, in cui compare per ben 4 volte la parola “occhio/occhi” (di cui 3 volte nell’arco di 7 righe!) e 2 volte il verbo “vedere” nell’arco di 3 righe. Nella pagina successiva troverete altri “occhi” e altri “vedere”, ma mi son stancata di contarli. Occhio, ragazzi!
  • Il romanzo è infarcito di domande retoriche. Ma non è tanto questo che mi ha infastidita, quanto piuttosto l’oggetto delle domande: il male. Il male scorre in sottofondo come una melma – richiamato dal sangue e dalle azione efferate compiute da tutti, carnefici e vittime, quasi ad autorinnovarsi ogni volta – e questo già sarebbe bastato. Non occorre che l’autore prenda la testa del lettore e la sbatta contro il muro per ricordargli ossessivamente che esiste il male nel mondo, con quesiti autoconclusivi e ridondanti tipo: Da dove arriva il male? Viene prima il male o il bene? Forse il male viene davvero prima? Ma allora da dove viene tutto questo male? A cosa serve la vita se c’è la morte? A cosa serve il bene se c’è il male? (sic!) Io da uno scrittore, da uno scrittore vero, mi aspetterei un salto rispetto a questi dilemmi universali che già tutti conosciamo e che non occorre ricordare, dal momento che il male ce l’abbiamo sotto il naso ogni giorno. Il lettore non è acefalo. Piuttosto uno scrittore come lo intendo io, un artista che sappia dare a suo modo una decriptazione del mondo – certo sempre parziale, ma almeno diversa e inaspettata – anziché annoiarmi ripetendo allo sfinimento che il mondo è afflitto dal male, avrebbe potuto dare una nuova chiave di lettura dello stesso.
  • Il simbolo, che qui l’autore avrebbe potuto sfruttare in maniera egregia, resta alla deriva. Ci sono due città che alla fine quasi si sovrappongono. Le domande retoriche di cui parlavo sopra avviliscono ogni tentativo del lettore di cimentarsi in una proiezione allegorica: resta tutto al livello più basso. Perfino il passaggio tra la città dei vivi e quella dei morti resta disatteso e ogni eventuale replica viene soffocata con questo incipit, al sesto capitolo: “Non proverò neppure a raccontarvi come avviene il passaggio tra la città dei morti e quella dei vivi, perché non ci riuscirei”. Comoda 🙂
  • Ho trovato inoltre molto irritanti le incursioni da parte della voce dell’autore, che scalza la voce narrante per delucidarci sul fatto che lui è uno scrittore diverso da tutti gli altri (i quali altri, chiaramente, sono omologati e intrattengono soltanto il lettore), mentre lui si autoincensa per l’esclusività della sua storia e per come ce l’avrebbe raccontata. Già l’aveva detto nella prefazione: sarebbe stato più che sufficiente.
  • Passiamo a parlare delle inverosimiglianze. Il bambino che accompagna lo sbirro è muto e comunica con lui scrivendogli dei messaggi con strumenti raccolti all’ultimo momento, spesso per strada. Ora, faccio fatica a immaginare come, all’atto pratico, un bimbo possa scrivere su un muro con un vetro (non sarebbe stato meglio mettergli in mano un pezzo di carbone?) ma come possa con una lattina incidere l’asfalto proprio non riesco a capirlo (a meno che non sia il figlio di Hulk). Avrei da ridire anche su pagina 176, quando, con un pezzo di legno, il bimbo incide nel fango una nuova scritta. Il fango è troppo liquido perché rimangano le lettere, a meno che non si tratti di fango secco, e in quel caso sarebbe stato opportuno specificarlo, dal momento che l’intero romanzo è permeato di situazioni molto acquose (pozzanghere di fango, di sangue, etc).
  • Ora veniamo a un tasto dolente, la scena di sesso che parte a pagina 169. A parte la descrizione poco fantasiosa e molto meccanica, avrei due appunti da fare: la parola “reggipetto” starebbe meglio in un romanzo ambientato negli anni ’60 e, più sotto, io in questo contesto avrei bandito la parola “calcagno”.
  • Infine, troppi bambini morti, troppo sangue, troppi ammiccamenti allo splatter, troppi effetti speciali, tra cui uno però memorabile, che affiora tra una descrizione di lingue d’acciaio e denti di metallo, ve lo riporto per chiudere con un sorriso: «Sembra che i loro scroti siano stati allungati da grosse biglie d’acciaio introdotte dentro il sacco di pelle».
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4 risposte a “L’addio” di Moresco e le macerie del romanzo italiano

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Bisogna dire!

    • Libroguerriero ha detto:

      eh, delle volte sì,Patty! 🙂

    • Carmen Carlucci ha detto:

      Sottoscrivo tutto! È il primo libro che leggo di questo autore al quale mi sono avvicinata con molto interesse e rispetto, ma è stato una vera delusione, quasi parodistico, sciatto nella scrittura, retorico, povero e noioso. Per non parlare dell’atteggiamento presuntuosamente autocelebrativo dell’autore di cui il mondo non è evidentemente degno

      • Libroguerriero ha detto:

        grazie per il tuo contributo, Carmen. Non ho sottolineato abbastanza l’atteggiamento di cui parli, ma sono d’accordo con te. E aggiungo che se fosse stata una donna a scrivere una cosa del genere, sarebbe stata come minimo lapidata 🙂

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