RubriCate: IO ODIO JOHN UPDIKE

TEDOLDI.inddIO ODIO JOHN UPDIKE

di Giordano Tedoldi

(minimum fax)

“É un libro frammentario, come dovrebbe essere ogni buona raccolta di racconti, a meno di non essere quel che dice o di non dire quel che è.”, scrive Giordano Tedoldi nella nota alla riedizione del suo Io odio John Updike, anticipando al lettore che si tratta di una raccolta di racconti che non dialogano tra loro e sono intrattabili l’uno rispetto all’altro, e un libro in cui ogni storia accampa tutti i suoi diritti sovrani a scapito delle altre.

Ma a un’attenta lettura non è proprio così.

E non è proprio così nessuna pagina, nessuna storia di Io odio John Updike, rispetto agli stereotipi narrativi, o alla rigida suddivisione in generi tanto cara all’editoria italiana. I racconti di questa raccolta, meravigliosamente scentranti, sono tutti ibridati, lievemente deformati da uno sfasamento onirico, assemblati nel vivo tessuto di un talento visionario e spregiudicato, con innesti e inserti che riverberano altre storie, certi scrittori, svariate tipologie letterarie.

Si captano, ad esempio, nel primo racconto, su un duello notturno tra automobilisti, echi di Stephen King, e dell’indimenticabile “Crash” di Ballard ma, a differenza di queste ipotizzabili e illustri ascendenze, in Tedoldi sono assenti la spietatezza, la protervia maschile, la metafora dello stupro del metallo alla carne.

Così come nei successivi racconti, che caratterizzano una gioventù romana borghese quasi destinata a uno sperpero culturale e sentimentale, si intuisce l’esasperazione di Bret Easton Ellis.

Eppure, dalle prime righe alla disperata conclusione dell’antologia, l’imprinting autoriale di Giordano Tedoldi affiora e accomuna tutte le storie, come un aroma, uno sfondo, uno struggimento. Come il conturbante presentimento dell’altro che afferra chi si sta innamorando.

In questo senso, Io odio John Updike ha una sua atipica unitarietà nella scissione.

Sono i nuclei tematici e le dinamiche della psicologia dello scrittore, la sua evoluta nevrosi, il suo dolore radicato e pesto, a essere di volta in volta inquadrati e ingranditi dalla lente deformante del genio.

Un edipo sconfinato.

La figura della madre, in più racconti morente e proprio per questo maggiormente ingombrante.

L’attrazione per le donne mature e la loro molle seduzione.

Il femminile indecifrabile, che parla un’altra lingua (nel racconto “Io, vittima di Tal”, le amiche della donna del protagonista comunicano tra loro in un dialetto incomprensibile).

La dualità nell’erotismo, scisso tra la cura e il desiderio.

tedoldi

Il mondo delle autrici esordienti con la loro complicata seduzione

I denti e la bocca (la bocca deformata, la bocca in disfacimento), dalla prima all’ultima storia: dal sorriso protruso di Martin, in DB9, ai morsi al coltello del giovane (allucinato) in Sciarada, metafora della voracità anoressica.

La passione per gli scacchi.

Quella per la musica, quasi sempre presente in sottofondo, quando non è suonata dai protagonisti, che rimpiangono un passato da strumentisti.

La percezione del malessere, il più delle volte psichico, identificato con la depressione. Ma una depressione dolce, intesa come riparo e rimedio antico.

La sfiducia nella medicina e nelle cure imposte.

Giordano Tedoldi corteggia le proprie ossessioni e vi tesse attorno, di volta in volta, le trame che lo stuzzicano, con le parole che preferisce, giocando con i generi letterari, svincolato da ogni remora. In una magnifica anarchia, forse disinibito dal non aver alcun amore per le cose che scrive, (come dice un suo personaggio). E innegabilmente è maestro nell’evocare atmosfere che sconfinano nella fiaba nera, nell’incubo e nell’allucinazione.

La vicenda di tre singolari scacchisti sconvolti dalla sparizione della madre di uno di loro; la strana coabitazione di uno studente di filosofia con il proprio computer, che compassionevolmente iberna il ragazzo in uno stato definito “sospensione”; l’avventura di un musicista fallito che si aggira in una specie di personale post-apocalisse e intruppa in un’inaspettata occasione di vendetta, sono alcune delle invenzioni sbalzate sulle pagine da una fantasia eruttiva e incontenibile.

Storie raccontate piegando la lingua, mai sciatta e sempre appropriata, con una divertita irriverenza, con un’ipnotica propensione a esagerare. A partire dai nomi, che oltre a designare descrivono la caratteristica preponderante di certi personaggi: La Butterata, Il Vigliacco, L’Umiliatore. Oppure sono scippati alle fiabe: Wendy, Campanellino.

Qualche parola ancora, sui dialoghi, ammirevoli concentrati di alzate di ingegno, azzardi umoristici, sconfinamenti nel surreale e dietro- front tra le palizzate del dolore mormorato (dopotutto il tema del limite, la difficoltà di restarvi intrappolato, anche linguisticamente, e la propensione a infrangerlo, intride tutta la raccolta).

Insomma è un libro, questo Io odio John Updike, per lettori arditi, avvezzi a scrutare negli abissi della psiche e pertanto poco impressionabili dallo squadernamento del dolore.

E il dolore, si sa, è trasformista e, contrariamente a quanto si pensa, il più delle volte rifugge dal lamento e dalla cupezza. Tracima nella comicità, nell’umorismo, nel grottesco e nella fantasia di certi artisti, di certi scrittori artificieri, abili nel disinnescarlo.

E Giordano Tedoldi è sicuramente un artificiere d’alto rango.

Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: IO ODIO JOHN UPDIKE

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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