FRANCESCA FIORLETTA        

fiore1ATTIVITA’:  autrice, redattrice, ufficio stampa, social media manager

SEGNI PARTICOLARI:  mi annoio spesso

LA TROVATE SU:  Nazione Indiana, i vari social network fra cui Facebook, talora in libreria

Le tue origini e la tua formazione

Ho studiato Letteratura e critica letteraria alla Sapienza di Roma, città in cui vivo ormai da più di dieci anni (come passa il tempo!) Mi sono occupata fin da subito di poesia, ho organizzato piccoli festival e incontri letterari, e scritto per varie riviste di settore, già prima di laurearmi, quando ancora non pensavo che ne avrei fatto davvero una professione.

Cosa rispondevi da piccola quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Mi raccontano che da piccola, 2 o 3 anni, riempivo pagine e pagine di fogli A4 con una finta calligrafia di colori pastello. Poi, alle elementari, ho scritto una specie di romanzo picaresco, pieno di avventure, eroine magiche, rapimenti avvincenti, e passavo i pomeriggi inventando storie assurde, anche talvolta abbastanza truci, per me e le mie amiche. Insomma, probabilmente avevo una specie di “destino segnato”. Però, quando pensavo al futuro, non so, m’immaginavo prima ballerina alla Scala, medico cardiochirurgo in sala operatoria, persino agente immobiliare, che per me era il lavoro più bello del mondo. Ancora oggi mi affascinano tremendamente le case vuote.

E adesso, quando ti chiedono che lavoro fai?

Eh, adesso è dura! Dipende chi me lo chiede. In genere dico che faccio l’ufficio stampa, glissando molto sulle altre sfaccettature della mia giornata. Mi piace essere un ufficio stampa, lo trovo un bel modo di “esporsi senza esporsi”. E poi, quando credi in un progetto, o in un libro, o in un autore, insomma non c’è cosa più bella che farlo conoscere, e coinvolgere più persone possibili in questa scoperta. Trovo che sia un’attività molto stimolante, anche se faticosa, e sicuramente ti tiene molto più aggrappata alla realtà della scrittura, col suo bel carico di questioni logistiche da risolvere, spesso all’ultimo minuto. Insomma, in questo momento è perfetto per me!

È da poco uscito per Zona Editore il tuo libro More Uxorio, con una prefazione di Alessandra Sarchi. Un sottotitolo al libro.

Uhm. Potrebbe essere: “Varie ipotesi di dialogo sulle scelte della vita”. Oddio, sono pessima coi titoli, eh.

more uxorioNadja, la protagonista, è, tra le altre cose, capricciosa. Anzi, una devota del capriccio, «come se bastasse il capriccio a fare di lei quello che è». Quando i capricci sono delimitazione della nostra personalità e quando invece esondazione?

Credo fermamente che quella del capriccio sia un’arte. Non ci si può improvvisare capricciosi, secondo me, è qualcosa che vive o meno nella nostra natura. Nella mia, per esempio, manca quasi completamente, perché penso di essere cresciuta con un forte senso di responsabilità. Perciò, nutro sempre un gran rispetto per chi riesce a “decidersi al
capriccio”. Probabilmente sono delimitazioni caratteriali, come dici tu, quando, per paura, ci impediscono di realizzare ciò che siamo, ciò che veramente vogliamo. Sono invece esondazione, talora positiva anche inconsapevolmente, nel momento in cui prendono il sopravvento, e stracciano le convenzioni sociali. Viviamo in un’epoca molto contraddittoria, che tende a responsabilizzare eccessivamente chi ha un minimo di
coscienza civile ma anche a deresponsabilizzare un po’ troppo, specie “la mia generazione”. Ecco, trovo che il capriccio, inteso come deviazione inaspettata, possa anche essere un buon antidoto alla resa degli eventi. Qualcosa che ci ricordi chi siamo, intimamente, spesso a dispetto dell’immagine che vogliamo dare di noi.

Hai affrontato in maniera inedita il tema del matrimonio, sposandolo – e scusa il gioco di parole – però ad un altro tema – un’altra passione, un’ossessione – che non voglio accennare, ma che preferisco che il lettore trovi, verso il finale. Eppure sono stati disseminati degli indizi…

Sì, perché sempre in qualche modo di amore si tratta. Non solo quello fra due persone, ma anche quello per la scrittura stessa, per la parola, per il gesto – se vogliamo teatrale – della rappresentazione. E il matrimonio che cos’è, infondo, se non una convenzione, uno statuto, un contratto stipulato “ad arte”? Una scelta di vita, come un’altra.

Ora io parto da alcune tue frasi che mi hanno colpita e ti chiedo di aggiungere una didascalia o, semplicemente, di proseguire. A pagina 67 scrivi: “Tanto fraintendersi per capirsi, è questa la complicità del racconto privato”.

Son contenta che ti sia rimasta impressa questa frase, è un passaggio a cui tengo molto, in effetti. Qui c’è tutta la distanza, e la differenza, e la difficoltà, se vogliamo, della comunicazione autentica, quella senza infingimenti, quella tremendamente impoetica che appartiene al quotidiano di tutti noi. Eppure, è questa forse l’unica forma di comunicazione per cui valga la pena vivere, lottare, adoperarsi, quella che ci fa gioire sul serio, che ci fa sentire sul serio la vicinanza con l’altro da sé, da noi. O che ci fa disperare. Privato batte decisamente pubblico. Anche se, tanto spesso, sembriamo dimenticarcene.

La tua scrittura. Alessandra Sarchi l’ha accostata, nella sua prefazione, a un flusso di coscienza dal ritmo sincopato. La continua alternanza di dialoghi e pensieri segmentati la rendono originale e pregnante, oltre a un cesello accurato del lessico. Che tipo di lavoro hai portato avanti sulla tua scrittura?

Riprendo dalla risposta precedente, sulla comunicazione. Ho inserito nel testo parecchie “voci”, le ho come sentite salire dalla pagina e perciò le ho chiamate esattamente così, voci altre rispetto a quelle delle due protagoniste (ammesso poi che la protagonista non sia una sola). Questo per dare aria, respiro, proprio al flusso di coscienza di cui parla benissimo Alessandra Sarchi nella sua nota. Scrivere questo libro, per me, è stato come suonare una partitura musicale. Ho sentito costantemente il ritmo, delle parole, dei registri, del lessico, delle varie alternanze di prospettiva, di pensiero, di spazio e di tempo. Ho lavorato sulla polifonia e sul lessico, affinché questa musicalità di base fosse la colonna (sonora) portante di tutto il testo, che nella primissima stesura veniva fuori addirittura come una filastrocca. E, proprio per restare sul tema giocoso, ho calcato anche molto la mano sullo stile, passando dal surreale al grottesco. Insomma, mi sono divertita moltissimo!

Perché hai scelto di inserire riflessioni metanarrative, sempre poetiche ed esatte – nel romanzo?

Non si prescinde da McLuhan, il medium è il messaggio. L’ambientazione matrimoniale, in questo senso, diventa pura scenografia. Quello che più mi premeva venisse fuori non era il dato, diciamo, biografico, quanto piuttosto quello espositivo. Insomma, non è tanto la trama (del resto, assai labile) quanto l’espressione. La decisione di raccontare. La volontà del gesto. Allo stesso modo, una delle due protagoniste si fa pregare per vari capitoli, prima di riuscire a “dire quello che ha da dire”. Ancora una volta, è la difficoltà della comunicazione a muovere i fili dei burattini in scena. E, soprattutto, la ricerca di modi altri, alternativi, per comunicare. Non soltanto nella vita ma anche e soprattutto nella scrittura.

fiore2Una cosa che ti piace del mondo della scrittura.

Mi piacciono tanto i due poli opposti, della scrittura: da un lato l’astrazione totale, che ci porta quasi a smaterializzarci, mentre scriviamo, per ricomporci poi in modi e mondi diversissimi fra loro, lontani, irreali; d’altro canto, però, questo processo è sempre e principalmente conoscitivo, perciò scrivere ci porta sostanzialmente ad analizzare il mondo, la realtà, e soprattutto noi stessi.

Una cosa che trovi faticosa (sempre di quel mondo)

La stessa cosa! Astrarsi e indagare è molto difficile. Bello, certamente, è un vero privilegio, ma spesso è anche un passaggio parecchio doloroso da affrontare, per tanti motivi. Non ultima, la solitudine anche molto profonda, che spesso la scrittura richiede, secondo me, e alla quale inevitabilmente poi conduce.

Dai una definizione alla parola: SCRITTORE

Difficilissimo! Vediamo… Lo scrittore è quello che ha un rapporto intimo, esclusivo, particolare, e soprattutto molto riconoscibile, originale, anche parecchio impegnativo, con la parola, coi testi, ma anche coi suoni, le immagini, le atmosfere. Uno scrittore, per me, è sempre qualcuno che apre un solco. Che non si incunea dietro percorsi già segnati, ma piuttosto ne inventa di nuovi, tutti suoi.

L’ultima delusione

Mi era arrivata convocazione da un liceo per una supplenza di tre settimane. C’ho sperato tantissimo. Non ho mai pensato di insegnare sul serio, sono iscritta nelle graduatorie, sai, quelle cose che fai per le mamme, però per 48 ore mi sono sentita una vera prof., con gli occhiali calcati sul naso, l’indice alzato e tutto il resto. Invece niente, avevo una settantina di precari davanti a me, e ovviamente non ho preso la cattedra. Un po’, come si dice a Roma, “ho rosicato”.

L’ultima soddisfazione.

Uhm, qualche minuto fa, la telefonata di una persona importantissima. E poi la vista dal terrazzo vertiginoso della nuova casa in cui vivo. E le risposte positive sul lavoro. E quando qualcuno che ha letto il mio libro ci tiene a farmelo sapere, e mi dice cose belle. Però così sembra che mi vanti. Diciamo che è un periodo denso.

L’ultimo sogno ad occhi aperti.

Un cambiamento forte, all’improvviso. Non so, cambiare città, stato, cambiare vita. L’ho scritto subito, all’inizio, nei “segni particolari”, che tendo ad annoiarmi, anche delle cose che amo. Mi piace tantissimo Roma, e quello che faccio, però…

A cosa stai lavorando, adesso?

Sto scrivendo un altro libro. Stavolta con un titolo un po’ più rassicurante. Forse. Non so bene a che punto sono, nel senso che certi gironi mi sembra concluso, certi altri penso che potrebbe andare avanti all’infinito, e ciò non depone benissimo. Sarà comunque una sorta di lunga meditazione, stavolta con un andamento lievemente più narrativo; ma la cifra resta quella, il forte ritmo, lo slittamento delle prospettive, quel pizzico di surrealismo che non guasta mai. Credo.

Salutaci con una citazione da More Uxorio.

Quando piove non succede mai niente di drammatico.

Così, è un vecchio adagio, per me, ma anche una sorta di buon auspicio.

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