RubriCate: H dalle sette piaghe

7 piagheH dalle sette piaghe 

di Ariase Barretta

Scrive Ariase Barretta, alla pagina dodici del suo perturbante “H dalle sette piaghe” (Meridiano Zero):

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E’ forse il vero incipit, e in un certo senso prefigura la struttura narrativa del romanzo.

Webring vuol dire anello web, e circolare è questa storia, che parte da una morte inizialmente descritta come perdita, e spiraleggiando a quella morte ritorna, ribaltandone il senso.

Girano le ossessioni, soprattutto quelle amorose, attorno a bieche evidenze che ci si ostina a fraintendere nell’estenuante, romantica speranza d’essere sulla soglia di un miracolo.

Ruota la mente divelta da sé attorno all’amato illusionista, mentre spinte centrifughe accelerano la sua corsa incontro al punto di rottura che la scaglierà nell’autoannientamento (il più delle volte, ma non sempre, per fortuna).

E’ la parabola della dipendenza amorosa, che pochi riconoscono, per essere stati nelle sue spire. E della dipendenza amorosa da un perverso che per tutta la durata della relazione, in un infernale crescendo, gode nel martoriare la psiche e il corpo dell’amante, e di frugare nelle sue piaghe.

L’altro, la vittima, scelta per la dolcezza del carattere e una propensione romantica, scivola docilmente nel solco del martirio d’amore. Si spoglia di sé, e si annulla in una illusoria fusione che altro non è, in realtà, che darsi in pasto. Farsi trafiggere, lacerare, sventrare.

E’ questo il copione che Ariase Barretta, con la maestria dello scrittore capace di assoluta autenticità e di innegabile perizia linguistica, utilizza come canovaccio per raccontare il calvario del giovane Héctor, studente spagnolo, sedotto, requisito e successivamente manovrato da Emanuele che ne fa una propria estensione, il proprio nutrimento e un balocco.

L’iter della relazione tra i due è da manuale. All’idillio iniziale, che pare vero amore anche da parte di Emanuele, sofisticato e bellissimo docente di teologia, propugnatore dei dogmi e delle verità rivelate, cattolico praticante e ligio alle apparenze, corrisponde un primo strappo nella vita del ragazzo, che abbandona la propria città per trasferirsi a Napoli, dall’amato. Nel lussuoso appartamento di Emanuele, che ricorda in qualche modo il castello di Barbablù, stipato di segreti e delle tracce di altri amori ripresi e catalogati nel computer del padrone di casa, è subito chiaro che la funzione di Héctor sarà quella di orbitare attorno alla contraddittoria figura dell’ospite. Tenuto come un adorante schiavo anche sessuale, in perenne attesa che Emanuele rincasi e gli dedichi, forse, qualche briciola del proprio tempo, questo appassionato, meraviglioso, sensibile giovane sperimenta la squassante alternanza tra l’assenza e la presenza di una figura che, anche quando c’è fisicamente, insinua dubbi e mina certezze. Ci sono sempre porte, talora chiuse, da varcare tra i due, previo l’assenso di Emanuele. E ai momenti dell’amore fisico, per meritare i quali Héctor abdica alla dignità, alle proprie necessità affettive e ingoia i pensieri temendo di urtare la sensibilità dell’aguzzino, seguono immancabilmente le peregrinazioni tra le stanze vuote, a caccia delle tracce di Emanuele. E’ una sorta di divezzamento nella nursery della violenza psicologica e del sottile abuso, a cui improvvisamente, quanto inspiegabilmente, seguirà il primo rigetto da parte del professore, ed Héctor sarà buttato fuori di casa. Scagliato in un contesto universitario e abitativo infestato da Emanuele.

Da quel momento tutto pare assumere l’andamento di una sinistra rappresentazione (e a uno spettacolo teatrale si fa più volte cenno nel libro), in cui si intuisce che a manovrare il bilancino è sempre lui, l’annoiato e arrogante docente psicopatico.

Héctor attraversa tutte le stazioni della via crucis della dipendenza, l’umiliazione, la svalutazione, il raggiro. Il gaslighting addirittura. L’incredulità, la depressione, il senso di colpa. La tentazione suicidaria. Si attribuisce il fallimento della relazione, chiede perdono per gli oltraggi subiti. Per i tradimenti, gli stupri.

E piano piano la realtà si ribalta dentro di lui, come sempre avviene quando ci si immola a un altro, e tutto il dolore accumulato, così lacerante e vivo da confondersi a tratti con il piacere, si tramuta in una sorta di orgasmo nero.

Ciò che conta per il dolce, languido Héctor, tutto quel che vorrebbe, è godere dell’abbandono del capo dell’amante sul costato. Ma i momenti di tenerezza da parte di Emanuele, che pure ci sono fino alla fine, sono esclusivamente volti a confondere e ad affamare.

E’ implicita, in queste dinamiche, una promessa perennemente disattesa, un alludere a un mutamento insinuato dall’aguzzino e accolto con famelica speranza dalla vittima.

Le ferite dell’anima violata si fanno simili alle piaghe di un martirio che sospinge immancabilmente nel pensiero magico, nella farneticazione mistica.

Che avvenga dunque il miracolo, e l’amore vinca! Giacché non è possibile che una simile abnegazione alla fine non venga premiata, che non ottenga compassione agli occhi del Signore.

E invece è proprio a quel punto, quando si sono profuse tutte le energie, che lo sprezzante manipolatore si dichiara deluso e rigetta la vittima in un definitivo abbandono.

Ariase Barretta modella un protagonista di abbacinata e abbacinante bellezza. Questo giovane Héctor che resta intatto nonostante tutto, e si muove nel variegato mondo gay, tra le vittime ammaestrate di Emanuele, intontito dagli psicofarmaci, scisso da se stesso, come indossando la veste ignifuga del martire amoroso.

Colpisce il suo sguardo innocente, non giudicante, laddove per innocenza si intende la fiduciosa, disarmata accoglienza di un bambino.

E di bambini si parla nel romanzo, come di inermi spettatori di una crudele messa in scena. Lo stesso Héctor è perversamente triangolato dall’amante nella scelta di un dono battesimale.

Candore e abuso, amore e voracità, piaghe e spirito, sono costantemente intrecciate in una sorta di avviluppante colluttazione.

Assente il femminile. O meglio, parti del femminile sono inglobate nei personaggi che assurgono così a un’insolita completezza, nella cornice di un maternage rifiutato e raccontato, all’interno della vicenda, da una divagazione di Héctor su un elefantino orfano che nessuna elefantessa vuole adottare.

di Caterina Falconi

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2 risposte a RubriCate: H dalle sette piaghe

  1. dimitilla ha detto:

    “Non è possibile che una simile abnegazione non venga premiata” anch’io ho vissuto l’amore molesto nella speranza che avvenisse il miracolo. Bel libro, lo leggerò. Comunque, il riferimento famoso, dal quale sembra prendere spunto la storia, è Gocce d’acqua su pietre roventi, di Michael Fassbinder, da vedere nella versione del regista francese Francois Ozon. Grazie Saluti

  2. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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