Chi dice donne dice danno: parla Susanna Raule

Il mondo del fumetto è sessista?

SusannaQuando Marilù mi ha chiesto di scrivere questo pezzo la prima cosa che ho pensato è stata: “Oh, no”. Perché, insomma, non è esattamente il genere di pezzo che ti fa fare degli amici. Anche se poi non mi interessa avere quel genere di amici e se mi becco qualche rispostaccia pazienza.

Le rispostacce che mi aspetto sono: 1) dici così perché sei frustrata; 2) dici così perché sei una cagna femminista; 3) niente, il silenzio.

Che poi è quello che si dice normalmente alle donne per screditarle, farle vergognare e zittirle. Che poi, però, sono le risposte che nel mondo del fumetto italiano si prendono anche gli uomini, tranne forse quella del punto 2.

Quindi, cerchiamo di essere obbiettivi e di non confondere la semplice stronzaggine con la stronzaggine di genere.

Nel mondo del fumetto italiano c’è una leggenda che con il genere non c’entra niente. La leggenda è: siamo tutti amici. Come molte leggende è per lo più falsa, ma si basa su un fondo di realtà. Ci conosciamo tutti, alle fiere ci sbronziamo insieme, cerchiamo di non pestarci pubblicamente i piedi a vicenda.

In un ambiente così ristretto è difficile imputare qualcosa al sessismo. Perché dovrei pensare di essere stata discriminata su base sessuale quando è così più semplice pensare che sia stata una carognata pura e semplice?

Se pure mi venisse il sospetto (e m’è venuto) potrei pensare ad altre ragioni ancora. La prima, storica. Storicamente nel mondo del fumetto ci sono poche donne. Solo negli ultimi anni il numero delle disegnatrici è aumentato. Il numero delle sceneggiatrici è ridottissimo. Se dieci persone corrono per un posto e nove di queste sono maschi, è normale che il posto vada al maschio.

Da cui discende un’altra obiezione piuttosto comune, se provi a sollevare una domanda sui problemi di genere nel mondo del fumetto: mi sa che non sei abbastanza brava.

Anche questa è una possibilità. Nel mondo del fumetto ci sono poche donne, quindi è normale che venga preso un uomo scarso, invece di una donna scarsa: è statistica, baby. E quindi è normale che venga preso un uomo scarso invece di una di quelle rarissime donne brave. È statistica, ba- ah, no.

Guardando meglio, la maggior parte delle professioniste che lavora nel mondo del fumetto non è brava, è stellare. Sarà forse che per arrivare dov’è arrivata ha dovuto fare metaforicamente a pezzi un numero imponderabile di concorrenti uomini abbastanza bravini e competere con alcuni veri e propri geni.

Questa lunga premessa (che non è ancora finita) per spiegarvi quali siano le difficoltà nello scrivere l’articolo che avete davanti.

Veniamo alla seconda opzione: sei una cagna femminista. Per essere davvero unbiased dobbiamo notare che c’è anche il corrispettivo non di genere, che è: non hai senso dell’umorismo. Oppure: sei esagerata.

Se consideriamo il prodotto che ne deriva (gli albi a fumetti), il mondo dei comics è intriso di stereotipi machisti fin dall’inizio. Uomini dalla muscolatura grottesca in aderenti tutine elasticizzate, donne dai seni enormi in stringatissimi completini fetish…

Ora, se iniziassimo a gridare al maschilismo per quello saremmo fritti. Il giornalista che sta investigando su una serie di atroci delitti ha il fisico di un culturista, il sorriso di un attore hollywoodiano e la mascella di Matt Smith invece di essere bassino, grassoccio e un po’ pelato come realismo vorrebbe? Via. La dottoressa che gestisce un importante progetto governativo top-secret sembra appena uscita dal paginone centrale di Palyboy invece di avere una crocchia di capelli grigio-topo e la prima di reggiseno? È il mainstream, protestare è futile. Comprati un fumetto indipendente e avrai uomini pelati e donne segaligne finché ne vuoi.

Il fumetto popolare segue una determinata estetica, lo fa per motivi storici non esenti da contaminazioni maschiliste, ma lo fa con una certa innocenza. Inoltre, anche quell’estetica sta cambiando e sta cambiando in fretta, diventando sempre più politically correct. Non sono sicura che sia poi una gran buona cosa. In ogni caso il frutto del lavoro dei fumettisti non ha molto a che vedere con il lavoro dei fumettisti.

Ma quindi, concludendo la premessa, il mondo del fumetto è sessista?

Risposta: boh.

Un po’ di tempo fa facevo qualche considerazione in merito in un’intervista a PQEditor:

La sceneggiatura nei fumetti e quasi esclusivamente un mondo maschile, come te lo spieghi? È sessismo, scarso appeal del medium verso le donne o altro?

Susanna Raule: Non c’è una risposta semplice a questa domanda. Da un lato c’è un motivo culturale, ovviamente. La nostra società (inteso come società occidentale) tende a perpetuare lo steretipo per cui i fumetti sono cose “da ragazzi”, quando non addirittura “da bambini” (sempre di genere maschile). A causa di questo atteggiamento, intrinsecamente sessista, la maggior parte di chi legge e produce fumetti è un maschio. Il che non significa che non ci siano delle grandi disegnatrici e non ce ne siano sempre di più; mentre le sceneggiatrici sono ancora drammaticamente poche e spesso relegate nel particolare ghetto del fumetto “sensibile”. In poche parole, mentre le disegnatrici sempre di più espugnano le roccaforti del fumetto maschile, le sceneggiatrici o le autrici complete che osano uscire da quel tipo di scrittura talvolta, e in modo scorretto, definita “femminile” sono pochissime.

Quello del fumetto, italiano in particolare, è forse un caso di sessismo senza sessisti. Mi spiego meglio. Se osserviamo l’organigramma delle principali case editrici italiane, scopriamo che potrebbero essere usate come esempio da libro di testo per il fenomeno del cosiddetto “soffitto di cristallo”. Se guardi la home page di una casa editrice leader come Sergio Bonelli scopri che su 29 personaggi quelli ideati da donne sono 0 e che non c’è un solo responsabile di testata donna in tutta la casa editrice. Vedi questi numeri e pensi di trovarti davanti un covo di abbietti sessisti, ma non è così. Anzi, per lo più i fumettisti italiani fanno parte di quella minoranza di intellettuali estremamente aperti ed egualitari. Quello di Bonelli è solo un esempio particolarmente emblematico. La situazione è simile in tutte le altre realtà italiane – e, per la verità, occidentali. Ovviamente questo non significa che non ci siano donne “di potere” nel fumetto. Questa sarebbe una semplificazione sbagliata. In Italia come all’estero ci sono grandissime editor donna (Karen Berger, Shelly Bond e Diana Schutz sono solo i primi tre nomi che mi vengono in mente; donne che hanno rivoluzionato il fumetto statunitense), ma mancano in modo quasi totale le donne in una posizione creativa “forte”. Nessuna serie mainstream creata da una donna, nessuna serie mainstream affidata a una donna (o quasi). Per questo quando in Italia è uscito Davvero, che pure a livello artistico non mi interessava e che era comunque un fumetto “sensibile” e “femminile”, ho pensato che fosse il primo passo verso qualcosa. In realtà lo penso ancora.”

Questa considerazione ha ricevuto zero risposte dagli addetti ai lavori.

Ora, credo di dover fare un paio di precisazioni per i non addetti ai lavori. Le professionalità, nel mondo del fumetto, sono diverse. Ci sono disegnatori, sceneggiatori, coloristi, editor… la figura a cui mi riferivo nella mia risposta a PQEditor è quella che negli Stati Uniti di solito è denominata “creator”. Il creatore di una serie o di un personaggio, che spesso è anche colui ha in mano le decisioni creative: decide come sarà la storia e come si dipanerà, con l’aiuto dell’editor. Oppure la persona a cui viene affidata una “run” di un personaggio già esistente. Per esempio, a uno sceneggiatore vengono affidati sei, dodici, ventiquattro numeri di una serie a fumetti (nelle serie TV è il cosiddetto showrunner). In Italia ci sono differenza tra editore ed editore. In molti casi il responsabile di testata è lo sceneggiatore che ha creato i personaggi e l’universo narrativo in cui si muovono (in Italia di solito il disegnatore che ha ideato l’aspetto fisico dei personaggi ha un ruolo più marginale che negli USA), oppure lo sceneggiatore che gestisce una serie. Per esempio Tex, creato da Gian Luigi Bonelli e Galep (Aurelio Galleppini) nel ’48, è poi stato affidato a Sergio Bonelli (con lo pseudonimo di Guido Nolitta), Claudio Nizzi e infine Mauro Boselli.

Ed è precisamente in quest’ambito, come dicevo, che le donne latitano di più nel fumetto occidentale. Basta osservare la lista (incompleta) delle fumettiste di Wikipedia per rendersi conto che davvero pochissime, tra le italiane, le francesi e le statunitensi, hanno avuto la direzione creativa di una serie. Che poi è tendenzialmente il posto di lavoro che ti fa guadagnare di più, vincere premi e ricevere i diritti, per esempio, delle trasposizioni cinematografiche.

In merito ai premi, pochi giorni fa, in Francia è scoppiato il bubbone. Il Collectif des créatrices de bande dessisée contre le sexism è entrato in polemica con il comitato del Grand Prix di Angoulême, il più importante premio alla carriera per un fumettista sul suolo francese e uno dei più importanti al mondo. Un premio, per intenderci, che fa impennare le vendite di chi lo riceve.

Le autrici del Collectif facevano notare come nel 2016 tra i candidati al premio non figurasse neppure una donna e come, in 43 anni di esistenza, il Gran Prix fosse andato solo a una fumettista, Florence Cestac. Chiedevano, quindi, ai colleghi di dissociarsi dall’iniziativa.

Alcuni tra i più importanti autori viventi, come Joann Sfar, Riadd Sattouf, Daniel Clowes, Charles Burns, Etienne Davodeau e Milo Manara, l’hanno fatto prontamente. Molti altri si sono pubblicamente espressi contro il Grand Prix.

Dopo alcuni giorni di polemica, in seguito alle proteste, il Grand Prix ha inizialmente deciso di includere nella lista sei fumettiste, poi di cancellare la lista stessa.

Al di là delle critiche e di come la vicenda sia stata cavalcata da una parte e dall’altra, resta una domanda credo legittima: davvero non c’erano donne con una carriera così significativa da venire incluse tra i candidati fin dall’inizio?

Così a occhio, mi pare difficile sostenere la tesi del “non-buono-abbastanza” per una Marjane Satrapi (Persepolis) o una Posy Simmonds (Tamara Drew). La prima ha scritto un best seller internazionale che ha cambiato la percezione del mondo sulla condizione femminile in Iran, la seconda un graphic novel da cui Stephen Frears ha tratto un film distribuito a livello globale.

Rimando a questo articolo per una trattazione più completa della vicenda.

E in Italia?

In Italia due sono i premi principali nell’ambito del fumetto, nessuno dei quali lontanamente paragonabile al Grand Prix per influenza e ricadute economiche: il Gran Guinigi di Lucca Comics e i Premi Micheluzzi del Napoli Comicon.

La situazione non è molto diversa qua da noi. Sfogliando l’albo d’oro dei Gran Guinigi troviamo diverse donne tra i premiati, ma (in 12 anni di premio), solo una donna ha ricevuto l’equivalente del premio alla carriera: Grazia Nidasio.

Sempre meglio di una in 43 anni, comunque.

Tra i premi Micheluzzi non è compresa una categoria equiparabile, ma scorrendo l’elenco dei candidati e dei premiati ci sono diverse candidature femminili o in parte femminili (tra cui il Ford Ravestock mio e di Armando Rossi).

Bisogna tuttavia ribadire che i premi italiani non sono paragonabili al Grand Prix francese, né ad altri premi internazionali, perché difficilmente hanno dei grandi effetti pratici (monetari) sui vincitori.

Resta la domanda iniziale: il mondo del fumetto è sessista?

La risposta non può che essere complessa. Da un lato ci sono i professionisti del settore. Ognuno ha il suo carattere e le sue inclinazioni, ma non li definirei di certo un branco di inveterati maschilisti. Dall’altro ci sono i dati, i fatti inconfutabili: le donne non sono statisticamente in minoranza in tutti gli ambiti del fumetto. La maggior parte dei coloristi, per esempio, è donna. Ci sono molte editor donna. C’è qualche disegnatrice, quasi nessuna sceneggiatrice, pochissime direttrici di testata (mi viene, tuttavia, subito in mente l’eccezione eccellente di Valentina De Poli con Topolino).

A che cosa sia dovuta questa situazione è un’altra domanda complessa. Non dimentichiamoci che una delle più longeve e amate serie a fumetti italiane, Diabolik, è stata concepita da due donne: Angela e Luciana Giussani.

Dato che, quindi, le donne ci sono e sempre di più si fanno largo in questa professione storicamente maschile, forse sarabbe bene farsele, queste domande dalla difficile risposta.

Per potere un giorno si spera vicino poter affermare con serena sicurezza che alla domanda “Il mondo del fumetto è sessista?” l’unica risposta concepibile è: no.

Susanna Raule. Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981. Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi.

Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali. Affianca a questa attività quella di traduttrice.

Nel 2010 è tra i finalisti del premio Io Scrittore promosso dal gruppo editoriale Mauri Spagnol con L’ombra del commissario Sensi, che esce nel 2011 per Salani. Nel 2012 viene pubblicato il suo secondo romanzo, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi, sempre per Salani, nel 2013 l’ebook Anatomia di uno statista, nel 2014 il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e il graphic novel Inferno. Nel 2015 un nuovo romanzo con protagonista il commissario Sensi, per Salani, L’architettura segreta del mondo.

Il suo sito è: sraule.blogspot.com

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Una risposta a Chi dice donne dice danno: parla Susanna Raule

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Eh, eh!  

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