Chi dice donne dice danno: parla Marina Marazza

Cara Marilù,

A proposito di riflessioni sul maschile e il femminile nello scrivere, in questi giorni sto lavorando sulla Austen (lei, la mitica, la più filmata e serializzata e citata anche dentro Bridget Jones!) e mi è saltata all’occhio una cosa che forse non è così nota.

Jane non si firmava. Cioè, i suoi libri non uscivano con scritto nel frontespizio: by Jane Austen. Uscivano con scritto: by a Lady. A Lady? A Lady chi?

Una delle scrittrici più lette e più tradotte e più trasposte sullo schermo usava uno pseudonimo-anonimo? Certo, ti dice la prospettiva storica. Lei era nata nel 1775.

Già non era una bella cosa che le donne leggessero, e soprattutto romanzi e non libri di preghiere; figurarsi scriverlo, un romanzo, e dichiararlo anche.

Marina Migliavacca Marazza

Marina Migliavacca Marazza

Quel che non deve sfuggire è che la Austen già aveva fatto un bel passo avanti usando uno pseudonimo che rivelava che lei era una femmina; perché molte altre dovettero fingersi proprio maschi. Per esempio le sorelle Bronte. Quando Charlotte Bronte mandò le sue poesie a uno scrittore famoso che si chiamava Robert Southey, un tipo che tra l’altro scrisse solo tanta roba mediocre, lui le rispose una frase che suonava più o meno: La letteratura non è roba da donne. Così lei, Emily e Anne si firmarono Currer, Ellis e Acton Bell. George Sand si chiamava Aurore. Louisa May Alcott, che ha scritto la serie di Piccole donne e ci ha messo dentro il personaggio di una ragazza che vuol fare la scrittrice, la mitica Jo March, si faceva chiamare A.M. Barnard. Anche Jo March di Piccole donne, a pensarci, abbrevia il suo nome Josephine con un nickname da ragazzo: Jo è ambiguo, come si conviene a una donna che scrive nell’Ottocento.  E Pamela Lyndon Travers, l’autrice di Mary Poppins (riportata alla ribalta recentemente in un film dove la interpretava Emma Thompson), usava solo le iniziali, P.L., così restava sul vago…

E in tempi più recenti? Be’, Nelle Harper Lee del Buio oltre la siepe, nell’Alabama degli anni cinquanta, preferì firmare il suo romanzo con un ambiguo Harper Lee e basta. Karen Blixen firmava come Isak Dinesen  e perfino la Rowling di Harry Potter abbrevia Joanne in un sibillino J. e firma anche come Robert Galbraith.

E’ solo uno spunto, niente vittimismi, ciascuna può avere o avere avuto le sue motivazioni, ma fa pensare… e fa venir voglia di approfondire.

Una decina di anni fa hanno fatto uno studio al Queen Mary College di Londra e si è visto che per 4 uomini su 5 l’ultimo libro letto aveva un autore maschio. Sarà un caso?

Se le donne non hanno questo tipo di pregiudizio, cioè leggono un libro indipendentemente dal fatto che l’autore sia maschio o femmina, la Rowling ha ragione: commercialmente e oggettivamente davvero sarebbe meglio imitare le antenate e firmare al maschile o al neutro perché le donne lettrici le “prendi” lo stesso, e gli uomini anche se pensano che sei maschio (questo vale se scrivi cose da readership trasversale o addirittura a prevalenza maschile, come certa saggistica; ovviamente se scrivi rosa non vale).  Magari il mio ultimo saggio su Leonardo lo avrei dovuto firmare come Marino e non come Marina. Sarebbe abdicare di nuovo alla propria identità letteraria femminile, stavolta per motivi commerciali. Parlo per assurdo, ovviamente. Ma sembra che un pregiudizio esista ancora nel profondo dell’anima del lettore. Nessun sussiegoso Robert Southley si azzarderà a dirci che certa letteratura non è roba da donne perché non siamo più nell’Ottocento, però, però…

Marina Migliavacca Marazza scrive romanzi, racconti, biografie, saggi per ragazzi e per adulti, sceneggia, fa ghost writing. Scrive una trentina di libri e ne traduce altrettanti per grossi editori. Passa da Sperling & Kupfer, allora piccola casa editrice dove impara tutte le sfumature del mestiere, al Gruppo Fabbri RCS, dove rimane una dozzina d’anni fino a diventare editor del marchio Sonzogno. Si globalizza in multinazionale, lavorando in Disney per oltre vent’anni, cambiando diversi cappelli aziendali come direttore creativo e direttore editoriale e diventando anche giornalista e direttore delle testate mensili.

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3 risposte a Chi dice donne dice danno: parla Marina Marazza

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Mai dire danno, grave bugia e la bugia ha le gambe corte

    Da: libroguerriero A: patriziadebicke@yahoo.it Inviato: Domenica 27 Dicembre 2015 8:06 Oggetto: [Nuovo articolo] Chi dice donna dice danno: parla Marina Marazza #yiv2017889586 a:hover {color:red;}#yiv2017889586 a {text-decoration:none;color:#0088cc;}#yiv2017889586 a.yiv2017889586primaryactionlink:link, #yiv2017889586 a.yiv2017889586primaryactionlink:visited {background-color:#2585B2;color:#fff;}#yiv2017889586 a.yiv2017889586primaryactionlink:hover, #yiv2017889586 a.yiv2017889586primaryactionlink:active {background-color:#11729E;color:#fff;}#yiv2017889586 WordPress.com | Libroguerriero ha pubblicato:”Cara Marilù,A proposito di riflessioni sul maschile e il femminile nello scrivere, in questi giorni sto lavorando sulla Austen (lei, la mitica, la più filmata e serializzata e citata anche dentro Bridget Jones!) e mi è saltata all’occhio una cosa che fo” | | Rispondi a questo post replicando sopra di questa linea |

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