Chi dice donne dice danno: parla Grazia Verasani

Mi piacerebbe un mondo dove la sola differenza tra uomini e donne venisse decretata dalle targhette sulle porte delle toilette. Perché il fatto che uomini e donne siano fisicamente diversi è una certezza. Ma lo è altrettanto il fatto che le teste, e i caratteri, sono differenti per ognuno, uomo o donna che sia. Pur rilevando caratteristiche proprie di ogni sesso, in una generalizzazione di stereotipi che forse ha fatto il suo tempo. Personalmente, sono cresciuta soffrendo alcuni di questi cliché che stentano a tramontare. Esempi: le donne “sentono”, gli uomini “ragionano”. Il famoso intuito femminile, il “sesto senso”, la visceralità, la psicologia e il sentimentalismo, in contrapposizione con la razionalità maschile, un ferreo approccio empirico, sintesi eccetera.

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Be’, ovunque, le donne brillano, e hanno brillato, di ingegno anche in quei campi notoriamente maschili da cui sono state spesso emarginate. E’ un dato di fatto. Così come lo è la fatica doppia di una donna verso qualsiasi riconoscimento. Soprattutto in quei paesi occidentali dove il maschilismo ha un rigurgito evidente, o non è mai stato sfrondato. Nel mondo delle Lettere mi viene in mente Marguerite Yourcenar, quando diceva che i discorsi sugli uomini e le donne l’annoiavano a morte. Certo, era una scrittrice di gran razza, ascesa all’olimpo della narrativa indiscriminata, del “mostro sacro”, della androginia intellettiva. Forse era al riparo come poche altre da vessazioni sessiste. Un’intoccabile. Desessualizzata come ogni genio universalmente conclamato. E forse, proprio per questo, le differenze la tediavano, se ne schermiva con l’ironia, magari ne rideva e prendeva distanza. Ma non è un caso, credo, che alcune scrittrici abbiano sentito il bisogno di autodefinirsi “scrittori tout court”, trovando nel termine “scrittrice” un tentativo di sabotaggio, una parola sminuente del loro lavoro. Un fragilità a cui la Yourcenar non ha mostrato il fianco. Venendo a me, devo dire che da quando ho cominciato a pubblicare libri mi sono sentita dire spesso, principalmente da uomini, la fatidica frase: “Scrivi come un uomo”. Come se fosse un complimento, una conquista, un club esclusivo. Qualcosa che mi sopraelevava da una categoria e mi permetteva di accedere a un’altra, ben più nobile: quella degli scrittori maschi. Non solo. “Scrivi come un uomo” era uguale a dire: non sei una che scrive libri all’acqua di rose, non difetti di quella peculiarità tutta femminile di auscultare i battiti del tuo cuoricino. Sei abbastanza in gamba da avere uno stile freddo, asciutto, metaforico, e non intimista. Come se la narrativa intimista fosse un sottogenere, o non fossero intimisti scrittori come Handke o Cocteau, per citarne due. Come se raccontare i sentimenti fosse facile, ahimè, e fosse una prerogativa delle donne, una debolezza romantica in tutte le sue rosa o grigie sfumature. Lo sappiamo, il pregiudizio è un atto di vigliaccheria. Ma lo è anche definire “virile” una scrittura più meritoria di un’altra, cioè di peso superiore, incisiva, epocale, fuor di nicchia, in grado di concepire capolavori. Va da sé che se, poverina, scrivi come una donna, rientri in una categoria inferiore. Be’, allergica come sono ai vittimismi, potrei dire che i cretini che mi hanno definita “una penna maschia” non sono tanti. O che ne ho riso a crepapelle. Ma una donna che scrive, ancora, purtroppo, e a maggior ragione in Italia, di preconcetti ne subisce parecchi, di “gaffe” più o meno volontarie, anche da parte di alcuni uomini illuminati, la cui ancestrale misoginia fuoriesce quasi inconsapevolmente. Poi, ovvio, parlare di una tendenza non significa chiudersi gli occhi. Mi pregio di conoscere moltissimi uomini che non mi direbbero mai che scrivo come un uomo o come una donna. Perché, davvero, si scrive e basta.  

Grazia Verasani  

Grazia Verasani ha pubblicato numerosi romanzi tra cui Quo vadis, baby?, dal quale Gabriele Salvatores ha girato l’omonimo film e prodotto la
serie tv Sky diretta da Guido Chiesa, e i noir Velocemente da nessuna parte, Di tutti e di nessuno e Cosa sai della notte, con protagonista l’investigatrice privata Giorgia Cantini. È anche musicista e sceneggiatrice, ha collaborato con riviste e quotidiani e pubblicato racconti su varie antologie. Ha scritto opere teatrali come From Medea-Maternity Blues, rappresentata sia in Italia che all’estero, diventata un film pluripremiato per la regia di Fabrizio Cattani. E il monologo Vincerò sulla vita e la carriera di Luciano Pavarotti, interpretato tra gli altri da Michele Placido. I suoi romanzi sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Russia. Nel 2013 è uscita la raccolta di racconti musicali Accordi minori. Nel 2015 è uscito l’ultimo romanzo con Giorgia Cantini, Senza ragione apparente (Feltrinelli), menzione speciale al Premio Scerbanenco.

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Una risposta a Chi dice donne dice danno: parla Grazia Verasani

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Brava Grazia

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