RubriCate: Le petit Omar

PetitOmarGLe petit Omar. Un ragazzo nero nel Nordest di Elena Girardin (Panda Edizioni)

Ci sono libri che, una volta letti, cambiano il tuo sguardo sul mondo. “Le Petit Omar. Un ragazzo nero nel Nordest” è uno di questi. Scritto con lo stile limpido e cadenzato di una storia per ragazzi, è invece un romanzo che ha una sua cruda universalità. Nell’incipit, l’assalto al protagonista da parte di un bullo che a sua volta è stato vittima di bullismo, scaraventa il lettore in un contesto altamente drammatico, ma non definitivo. Il quattordicenne pestato è infatti arrivato da poco in Veneto, dal Senegal, e l’aggressione subita si colloca a metà della sua vicenda. E questo è il secondo dettaglio che colpisce della trascinante e coraggiosa narrazione della Girardin. Non un narrare in revulsiva, non un saltabeccare dal passato al presente, ma un partire dalla metà della linea temporale, quando ancora sono schiuse varie possibilità di superare gli ostacoli. Eppure Omar, ragazzino scagliato in un altrove eroso, pare destinato alla rovina. Il paese che dovrebbe accoglierlo, la scuola, i genitori, non lo tutelano né sostengono, e queste omissioni risulteranno fatali. Ma procediamo con ordine.

Il giovanissimo Omar, assieme alla madre, migra in Italia. Il loro è un volo intercontinentale, non una traversata sul barcone. Trasportano i pochi abiti in una valigia nuova acquistata al mercato nero di Dakar, non in un borsone di plastica. Ad attenderli a Venezia c’è un padre apparentemente inserito nel mondo del lavoro, giunto all’aeroporto con un’auto di seconda mano. La famiglia alloggerà in un palazzo malandato, ma a suo modo decoroso. Le premesse per la realizzazione di un futuro migliore dunque sono state poste, per questo il fallimento risulterà più rovinoso e insopportabile. Omar ha tutte le qualità per riuscire ad integrarsi, è intelligente, talentuoso, sensibile, ma è solo un ragazzo in un contesto scivoloso e respingente. L’attenzione tributata da qualche adulto comprensivo e bendisposto, come l’insegnante di sostegno, la preside o il professore di arte, non supportate da un apparato istituzionale efficiente ed etico, è inefficace. Il mondo attorno a Omar e alla sua famiglia è in una fase centrifuga, ed espelle i più fragili privandoli del lavoro e della dignità, eiettandoli in una marginalità alla lunga esiziale. Intacca i legami d’affetto. Insinua il rancore tra i consanguinei. Scatena violenze domestiche e incomprensioni. E condanna molti ragazzi a una sorta di ineluttabile randagismo fuorilegge. Ma di tutto questo iter, che noialtri italiani diamo per scontato, avendone distrattamente osservato le estreme conseguenze, Omar e sua madre, arrivati in Italia trepidanti, eccitati dalle novità, non sanno ancora nulla. Elena Girardin, come una speleologa del sentire, si cala nella testa del protagonista e riporta i suoi pensieri sul file con una prosa coinvolgente, nitida, mimetica, adesiva. Il lettore ne è invaso e vede con gli occhi stupefatti ed emozionati di Omar, appena sceso dall’aereo, ogni dettaglio del paesaggio alieno circostante, la crosta dell’asfalto che ricopre tutto, il palazzo in cui sta andando ad abitare con la mamma, il campanello con il nome del padre scritto in penna biro. Con Omar si illude di essere finalmente arrivato in un mondo pulito, privo di polvere. Con lui sente sfrigolare la delusione nella realtà, il primo giorno di scuola, nell’impatto con altri ragazzi immigrati induriti e segnati da pregresse violenze e privazioni. La macina del bullismo subito lo afferra nelle sue fauci dentate e la prima lezione appresa è che esistono sfigati da sopraffare per dimostrarsi degni dell’amicizia dei più forti. Per non soccombere alla propria diversità. In questo mondo giovanile così brutale, eppure ancora ricco di ingenuità, stupore, poesia e coraggio, le ragazze spiccano per la loro aggraziata e calorosa accoglienza. Gli adulti non mediano, non sanno farlo. E il divario generazionale, già tanto complesso in situazioni “normali” si fa insormontabile quando a frantumare i rapporti ci si mettono pure le barriere culturali e i pregiudizi di ogni sorta. Il problema più urgente che Omar si trova ad affrontare è quello della lingua, parlata e scritta, oltre che della comunicazione tout court. Quanti insegnanti si chiedono come possa essere per un alunno di un altro paese scrivere per la prima volta su una lavagna con un gessetto? Elena Girardin, che è anche una docente (e che splendida docente sarà!), lo fa. E descrive l’umiliazione di Omar nel tracciare il proprio nome sulla lastra d’ardesia. Il gessetto si spezza tra le dita, e le letterine trascritte sono difformi e mal distanziate tra loro. C’è qualcosa di insopportabilmente patetico, in questo primo insuccesso, emblematico degli altri che verranno, nonostante Omar sia un ragazzo dotato e coraggioso. L’intervento successivo di una meravigliosa, seconda professoressa, sarà decisivo nell’apprendimento dell’italiano, a dimostrazione che un docente motivato può molto. Eppure, quel molto non è abbastanza, in un contesto refrattario. Nel vuoto istituzionale, tra le omissioni più o meno dichiarate, nell’assenza di strutture che accolgano e promuovano. Nella frantumazione della realtà scolastica, ben colta dal piccolo Omar, che si chiede la motivazione della compresenza di tanti insegnanti di tante materie. L’armonia sperimentata in Africa con il contorno polveroso, con i ragazzi del villaggio, è perduta. Da quel momento, nonostante i relativi progressi, ogni lodevole tentativo di integrazione di Omar è contrastato, anche da chi avrebbe l’obbligo della tutela. Soprattutto dai genitori. In sottofondo si consuma infatti la tragedia domestica della famiglia senegalese. Un’escalation di brutalità innescata da un padre che conclama il proprio maschilismo e scarica la frustrazione sulla moglie. Una moglie reclusa nella propria cucina, in un bozzolo di odori che le rammentano la terra di provenienza, restia all’integrazione, sopraffatta dalla rabbia per il figlio. Questo figlio innocente e meritevole, picchiato per rappresaglia, inascoltato, colpevolizzato. Tragiche premesse che non abbattono Omar. I suoi strenui tentativi di sopravvivere, le piccole reiterate illusioni di farcela, smentite puntualmente da una frana di avvenimenti fraintesi dal suo sguardo fanciullesco, incapace di distinguere il crimine dal lavoro, un pedofilo da un benefattore, di interpretare la realtà per quella che è, sono strazianti. In questa deriva esistenziale, che rammenta meravigliosi romanzi sull’adolescenza come “Certi bambini” di Diego De Silva e “Paranoid Park” di Blake Nelson, uno squarcio sulla bellezza lo apre proprio Omar, che non abdica mai al suo bisogno di esprimersi, e trova inizialmente nella pittura e nel disegno, e poi nell’aerosol art la propria fioritura. Viene da augurarsi che ce la possa fare, a costo di qualsiasi compromesso, questo artista che germoglia tra le macerie delle speranze tradite e disattese, magnificamente rappresentate nel romanzo dalla fabbrica abbandonata costellata degli striscioni dei sindacati, come un campo di battaglia deserto su cui ancora sventolano i vessilli degli sconfitti.

di Caterina Falconi

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in rubricate, Uncategorized e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Una risposta a RubriCate: Le petit Omar

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...