Almeno il cane è un tipo a posto di Lorenza Ghinelli

Leggendo “Almeno il cane è un tipo a posto” (Rizzoli, 2015), di Lorenza Ghinelli, si ha la nitida percezione di come si stia evolvendo la narrativa per ragazzi, che si fa coraggiosa portavoce di tematiche delicate e attualissime quali la diversità, la famiglia, il bullismo, e la violenza nelle sue molteplici conclamate o insidiose sfaccettature. E di come finalmente sia scardinato il modello narrativo della relazione tra adulti e giovanissimi, troppo spesso condizionato dagli stereotipi dell’educatore saldo e dei monelli da formare. In questo libro in particolare le figure adulte interagiscono con quelle dei ragazzi sullo stesso piano, che è una piccola rivoluzione rispetto alla consuetudine di far raccontare, da un protagonista dell’età degli eventuali lettori, fatti osservati con giovanissimi occhi.

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E se i punti di vista si moltiplicano, dal monologo ci si immette subito in una conversazione.

Almeno il cane è un tipo a posto” è infatti un romanzo corale, come è stato scritto, e molto di più. Lorenza Ghinelli entra ed esce dalle teste dei personaggi riportando sulle pagine le loro emozioni, i pensieri, le parole, simile a un magico e velocissimo cameraman. Il risultato è un vivace ologramma, che si installa nel lettore e lo fa affezionare. Lo fa trepidare, commuovere e riflettere.

Se ha senso parlare di un libro accogliente, di un libro sorridente, “Almeno il cane è un tipo a posto” è entrambe le cose, nonostante dipani, in punta di cuore, situazioni altamente drammatiche, come la violenza domestica matrice del bullismo, o il cattivo rapporto con il corpo e le derive del disturbo alimentare.

Ma veniamo alla storia, anzi alle storie.

La piccola Margò, nella fase di transizione dalle elementari alle medie, dall’infanzia alla pubertà, registra su una sorta di diario le vicissitudini sempre più intricate dei propri cari, degli amici e dei condomini. La vicenda divampa e si esaurisce nel tempo immobile delle vacanze estive, in cui scolari e studenti, emancipati dalle incombenze scolastiche, sono investiti in pieno dalle trasformazioni dell’adolescenza. Corpi che si allungano e riempiono, modellati anche dall’aspettativa o dall’ostilità degli adulti spettatori.

Ed ecco che la risoluta Celeste è dibattuta tra il desiderio di compiacere i genitori, che la vorrebbero agghindata da ragazzina, e il bisogno di vestirsi in un modo consono alla propria personalità. Stefania si avventa rabbiosamente sul cibo e vomita il rifiuto per gli atti aggressivi di una madre animata da un’inconfessata invidia della giovinezza. Il gracile Massimo precipita nella condizione di sfigato sancita da un bullo persecutore che gli affibbia il soprannome di Minimo, con smaccata allusione alle dimensioni del pene. Il nerd Filippo, dimentico di sé, sbircia la fisicità degli adulti interagendo in rete al riparo di innumerevoli fake. Il dolente bullo Vito, intrappolato in una possanza che stona con la sua fragilità, si vede costretto a nascondere sotto la felpa i segni delle percosse del padre alcolista. Edoardo galleggia tra letture e ricerche sul web che possano fornire spiegazioni ai misteri naturali, coniugando così la smania di meraviglia e il bisogno di comprensione caratteristici della sua età.

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Attorno e assieme a loro, gli adulti, che convivono in famiglie spesso disfunzionali, ma anche nella bella famiglia di Massimo e Margò, o scelgono di stare assieme spinti da un amore sincero anche se non convenzionale, come Fiamma e Sara. Adulti talora esitanti e confusi nella relazione con i propri figli, inibiti dal senso di colpa e di inadeguatezza, in difficoltà quando si sentono in obbligo di mediare situazioni che invece lo sguardo limpido dei giovanissimi recepisce senza pregiudizi.

Incisiva, talora esilarante, nell’escalation di eventi raccontati con una perizia e una grazia inimitabili, la presenza degli animali domestici. Come Attilio, l’enigmatico gatto ipnotista. Ettore, il famigerato micio in fuga, che sghiandola dal terrore. O Rocky, il cane di Massimo e Margò, che pare essere, appunto, il solo tipo a posto.

Colpisce che in questa sorta di orizzontalità della narrazione, impreziosita da una notevole caratterizzazione dei personaggi, ciascuno viva il proprio dramma, e lo superi mettendosi in relazione con il contesto. E’ infatti tendendosi la mano, dissolvendo i fraintendimenti, creando amicizie su pregresse ostilità, andandosi incontro, che i ragazzi della Ghinelli e gli adulti correlati imprimono agli eventi, che parevano precipitare, direzioni diverse. Fondamentali in questo la coralità succitata, l’aggregazione, la condivisione. Laddove l’essere assieme è frutto di una interazione imperfetta sì, ma affettuosa, e soprattutto rispettosa. In questa ottica, forse, è emblematico il condominio in cui vive Margò, abitato da tipologie umane diverse (tra cui un’adorabile coppia di anziani) e a cui fanno capo i personaggi che vivono nelle vicinanze.

Una prosa limpida, essenziale, divertita, partecipe, scandisce vicende che si intrecciano progressivamente, dando luogo a equivoci spassosissimi, e a esiti imprevedibili.

Insomma un romanzo indimenticabile questo, anche per come racconta del male e della violenza, inevitabili, purtroppo, nella vita di ciascuno.

Perché dal male patito (e talora inflitto) si può quasi sempre uscire, divenendo migliori.

E se il bullo Vito, danneggiato dalla morte della madre e dagli abusi di un padre alcolista, sarà aiutato a riaffiorare alla normalità, Massimo, segnato dalla consapevolezza di aver patito una violenza immeritata, attingerà la forza di riconnettersi compassionevolmente agli altri proprio dalla percezione dell’ingiustizia subita.

Caterina Falconi

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Una risposta a Almeno il cane è un tipo a posto di Lorenza Ghinelli

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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