“Il coraggio delle madri” di Proietti Mancini

proietti2Molti di noi, affezionati alla storia di Benedetto ed Elena nei romanzi Da parte di Padre e Gli anni belli, anch’essi usciti per Edizioni della Sera, sono felici che l’autore porti avanti le seguite vicissitudini dei due con questa chiusura di trilogia che rappresenta un’ulteriore conferma della sua scrittura. Lo scenario è la Seconda Guerra Mondiale, prima, il suo epilogo, poi: guerra che è spartiacque tra la loro unione e la loro separazione – Benedetto sarà inviato in Africa – ma occasione per una visione più cruda e lucida sul mondo, anche se Mancini non rinuncia alla parte luminosa e positiva dell’esistenza. La guerra segna, fa riflettere, costringe a fare i conti con l’amarezza che nel quotidiano i grandi sentimenti potrebbero offuscare. E le domande che Benedetto si pone sono quelle che probabilmente hanno sfiorato la mente di ogni soldato:

Tutti quegli uomini, quei ragazzi che aveva visto sacrificare la vita, il loro sangue scorrere dalla carne, dalle ferite, dagli squarci che mostravano il cuore, un cuore uguale al suo, l’odore della morte, della pelle bruciata, del sangue perso nella terra. La terra che puzza di sangue. Nino, Mario, Ettore, Francesco, Gianni, Ciro, Dario, Luigi, Sergio, quella litania di nomi, di occhi sbarrati, di lingue tra i denti, con la loro storia interrotta, vite spezzate. Che senso ha avuto quel loro resistere e resistere, arretrare un metro alla volta, un morto dopo l’altro, tra le urla dei feriti che strillavano abbandonati nelle buche, senza un cane che potesse andare a soccorrerli, fino a quando non vinceva lei, la morte, e sembrava quasi clemente, sembra quasi pietosa una morte che pone fine al dolore di chi si sta reggendo le budella nelle mani, di chi vede le sue stesse ossa sporgere dalla carne. Fino a quando da quelle buche non arrivava che il silenzio e non si sapeva cosa era meglio, se le urla più forti dei colpi di cannone e delle mitragliate o quella quiete ad annunciare che non c’è più nessuna speranza

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Benedetto conosce la prigionia, la “lontananza dal tutto”, l’attentato alla libertà: ma più di qualsiasi altra cosa gli costa non poter comunicare con la sua sposa che lo attende in una terra non più sicura, nella loro casa, attorniata da figure di donne piene, ben delineate, umane, verosimili, che potrebbero essere nostre madri, nostre sorelle o nipotine, come Sòra Francesca, Miranda e Adriana. Strepitosa lagiovanissima e coraggiosa Elena, che si ritrova a provvedere a se stessa e alla piccola Annamaria e a combattere le sue battaglie di sopravvivenza per vincere gli ostacoli che la guerra – e la miseria conseguente – arrecano: fame, gelo d’inverno, incertezza, bombardamenti, precarietà.

Per le donne di riposo neanche l’ombra, si alzano dal letto per prime e vanno a dormire per ultime, quando la famiglia si sveglia trova il fuoco già acceso nel camino e il latte già caldo, quando tutti già dormono loro sono ancora lì a controllare che tutto sia pronto per il giorno dopo, e ancora, prima di infilarsi nel letto, fanno un ultimo giro di quelli dei figli a controllare che siano coperti bene e che non corrano il rischio di cadere.

Fedele alla lezione di Bloch – e se vogliamo anche a quella del Manzoni – Mancini ci ripropone le vicende degli umili sovrapponendole a quelli della grande Storia: atto democratico e voluto, atto magistralmente riuscito tanto più che – se per raccontare eventi attendibili degli uni occorre empatia – per non cascare in errori storici occorre documentarsi. In entrambi i casi, Mancini procede con scrupolo, senza dimenticare quell’attenzione verso l’altro che lo contraddistingue anche nella vita reale.

Marco Proietti Mancini sarà oggi pomeriggio alla Libreria Trame di Bologna,

in via Goito 3/c, relatori: Alessandro Berselli e Gianluca Morozzi.

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Una risposta a “Il coraggio delle madri” di Proietti Mancini

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

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