Simone Caltabellota

saSimone Caltabellota è editor, produttore musicale, scrittore raffinato e originalissimo. Prima de Un amore degli anni Venti  ha scritto Il giardino elettrico (Bompiani, 2010) e Sa Reina (Ponte alle Grazie, 2013): romanzi molto diversi, ma entrambi lambiscono, con storie differenti e con approcci stilistici peculiari e innovativi, il percorso che l’autore sta portando avanti da sempre e che si corona con il suo ultimo libro oggetto di quest’intervista. Un’indagine oltre il tempo e lo spazio ma attraverso gli stessi, studi che durano da anni e passioni che si rinnovano ad ogni scoperta. Come se queste opere costituissero una trilogia mistica ma anche terrena, dove incidono profondamente la ricerca dei luoghi magici, la percezione degli stessi e di un tempo non vissuto in maniera lineare e dove le vite acquisiscono ulteriori significati oltre le sfere dell’esistenza quotidiana.

Un amore degli anni Venti (Ponte alle grazie, 2015) è un romanzo che ripercorre la storia d’amore tra Sibilla Aleramo e Giulio Parise, ma non solo. É anche la storia della Roma magica ed esoterica di quel tempo, sede di riviste pitagoriche attorno a cui ruotavano nomi come Righini, Evola, Onofri. Questo libro in cui la restituzione delle testimonianze viene accordata con armonia a un narrato prezioso e anch’esso quasi fatato, è il risultato di tue lunghe ricerche (6 anni di studi e di inseguimenti) dietro alla verità storica ma anche sentimentale e dietro il misterioso epilogo di Giulio Parise. Cosa ti ha colpito di più di questa vicenda?

Ci sono storie, e destini, che non solo incuriosiscono e affascinano, ma che si avvertono profondamente affini. Si sente in un qualche modo, a volte inspiegabile, di esserne coinvolti.

Così è capitato a me con la storia di Sibilla e Giulio. Avevo letto Amo, dunque sono, in cui Sibilla racconta l’inizio della loro passione sullo sfondo di una Roma magica in cui i saperi e le arti dialogavano e si confrontavano, in cui ragione e misticismo convivevano, e da quel momento, e dopo aver approfondito un po’ meglio la mia conoscenza del contesto storico ed esoterico dei circoli pagani e pitagorici che fa da cornice alla vicenda personale di Giulio e Sibilla, ho iniziato a cercare qualsiasi cosa – libri, documenti, testimonianze – riguardasse questa singolare e per me bellissima vicenda d’amore e magia. Così, con un po’ di fortuna ho trovato dei documenti inediti (a mio avviso davvero straordinari) nel fondo archivistico dedicato all’Aleramo conservato presso la Fondazione Gramsci di Roma: lettere, pagine di diario, appunti, tutti riguardanti Giulio Parise, a cui nessuno prima di me sembrava avere davvero fatto caso.

Man mano poi che le mie ricerche continuavano, ho cominciato a domandarmi quale forma dare al racconto di questa storia, e non riuscire facilmente a rispondermi è stato un bene: nel frattempo infatti continuavo a scoprire particolari che gettavano una luce sempre più ampia e affascinante su quegli anni confusi e, per differenti ragioni, quasi erasi dalla memoria italiana.

Caltabellotta_grandeUno dei tuoi meriti è quello di aver dato corpo e voce a un’autrice – spesso ricordata solo per la sua storia con Dino Campana – che invece è scrittrice raffinata e piena di passione, a volte senza schermi si consegna con candore al lettore, con una voluttà che rasenta la purezza. Da scrittore e da editor, cosa ne pensi della Aleramo come autrice?

Credo che Sibilla Aleramo sia stata non soltanto un personaggio di una incredibile modernità, ma una grande scrittrice, purtroppo nel ricordo di oggi appiattita a semplice eroina di un femminismo ante litteram (e autrice dello “scandaloso” Una donna) e a coprotagonista della grande passione che la legò a Dino Campana.

Quello che però non si ricorda è che Sibilla scrisse alcuni grandi libri, tra tutti Amo, dunque sono, oggi pressoché completamente dimenticato, Il Frustino – entrambi, non a caso, nel segno dell’amore per Giulio Parise – e il bellissimo Diario, opera veramente unica nella letteratura italiana del Novecento.

La storia tra Sibilla e Giulio (il Luciano di Amo, dunque sono) comincia quando lei ha cinquant’anni e lui ventiquattro: il divario è enorme per l’epoca, ma lo è soprattutto perché lui, fedele alle sue istanze di mago, le chiede attese e gestioni dei desideri troppo difficili ad esaudirsi, per una donna innamorata. E soprattutto per una donna appassionata come Sibilla. Ci sveli qualche segreto o qualche tua deduzione sul loro amore?

Certamente almeno all’inizio fu una storia d’amore assoluto, l’incontro tra due spiriti destinati a incrociarsi e a segnare reciprocamente le proprie vite. Giulio sfuggiva continuamente, per sua natura non voleva essere fissato in un ruolo, e soprattutto non voleva che la storia d’amore interferisse più di tanto nel suo percorso iniziatico, che per lui doveva essere – ed era – l’obiettivo più alto e importante.

Sibilla in Giulio ritrovava, probabilmente per l’ultima volta nella sua vita quanto a intensità emotiva e poetica che l’avrebbe ispirata di conseguenza, quella passione che aveva caratterizzato tutta la sua vita, e a questa si aggrappava in modo coraggioso e totale, al limite quasi del masochismo.

Come finì la loro storia?

Finì bruscamente, almeno in un primo momento, segnata anche dalle mutate condizioni politiche e culturali: entrambi gli amanti a quel punto erano seguiti dalla polizia politica fascista, e Giulio in particolare, almeno dal 1929 in poi, data del Concordato tra Stato e Chiesa, fu fatto oggetto di attenzioni particolari vista la sua appartenenza a gruppi esoterici come il cosiddetto Gruppo di Ur, considerati dal regime potenzialmente pericolosi, e vista anche la vicinanza al suo maestro, il grande Arturo Reghini, pitagorico e massone.

A distanza di tempo però Sibilla e Giulio si ritrovarono, l’affetto sopravvisse alla fine della passione. Giulio conservò il manoscritto di Amo, dunque sono, che lei gli aveva donato negli anni Venti, fino alla morte, avvenuta nel 1969.

Chi fu Giulio Parise? Uomo di poche parole perfino con quelli che saranno i suoi due figli, mago completamente dedito a quello in cui credeva.

Giulio Parise resta un personaggio tanto affascinante quanto misterioso. Ultimo rappresentante di una antichissima e segreta Scuola di filosofia e magia, i cui insegnamenti vennero tramandati oralmente attraverso i secoli, “da fiamma fiamma”, uomo schivo e riservato, preferì esercitare il proprio magistero e le proprie ricerche spirituali nell’ombra. E forse fu proprio lui a desiderare di essere dimenticato. Almeno fino a quando, mi piace pensare, non fosse arrivato il momento giusto perché il suo nome tornasse a essere conosciuto. Ma naturalmente questa può essere semplicemente una mia proiezione…

simoneAccanto a loro, in una città che stava per cedere ai colpi del fascismo, si stagliano personaggi più o meno ambigui, come il contestato Julius Evola, maschilista, poi fascista, razzista. I loro circoli, però, sono tenuti sotto osservazione dal regime. Cosa teme? Dobbiamo ricordare che le associazioni “segrete”, prima tra tutte la Massoneria, erano state messe al bando per legge dal Fascismo già da alcuni anni. Fino alla fine degli anni Venti continuarono comunque ad operare, organizzando incontri pubblici, conferenze, dibattiti cui partecipavano alcuni dei migliori e più liberi intellettuali del tempo – scrittori, artisti, filosofi, esoteristi, matematici, storici della religione – alcune associazioni culturali vicine per esempio agli insegnamenti teosofici e steineriani. Da queste però già si erano in un certo senso allontanati, per fare gruppo a sé, proprio Arturo Reghini, Giulio Parise e Julius Evola (che all’epoca, reduce dall’esperienza dadaista, si faceva ancora chiamare Jules, alla francese).

Essi si richiamavano a un ideale “Imperialismo pagano”, che affondava le proprie radici ben oltre il Fascismo, e che finì per rappresentare una corrente giudicata sospetta e pericolosa, tanto più che il Regime si andava avvicinando sempre più a una posizione di rinnovato accordo con la Chiesa Cattolica, fino ad arrivare infatti nel 1929 ai Patti Lateranensi.

Come ho scritto sopra, per la realizzazione di questo romanzo hai dedicato sei anni di ricerche, più qualche mese di stesura, aggiungo ora. C’è una cosa che hai scoperto, non inserita nel libro, che non immaginavi?

Ce ne sono parecchie. Per molti versi anzi mi sembra di essere soltanto all’inizio delle mie ricerche al proposito. Vedremo cosa succederà.

Se ti trovassi ora Giulio Parise e tu avessi un po’ di tempo a disposizione per discorrere con lui, cosa gli diresti?

Gli direi che l’ho cercato tanto, e che sono contento di averlo trovato. E gli chiederei se è vero quanto ho immaginato che ci leghi.

Questo è un romanzo molto particolare, perché parte da un amore, abbraccia diversi momenti storici e convoglia in essi anche le atmosfere dei luoghi deputati. Hai inoltre inserito con estrema grazia e precisione le citazioni dei personaggi. Come e quando hai capito qual era la formula narrativa giusta?

Come accennavo, per anni mi sono domandato in che modo raccontare e dare conto di questa storia. Intanto le mie ricerche proseguivano, e le voci dei protagonisti delle vicende che stavo cercando di ricostruire assumevano sempre più corpo e verità. A un certo punto mi è sembrato che l’unica possibile forma che tutto questo potesse assumere dovesse passare per qualcosa che non fosse solo mio, in cui il mio ruolo dovesse essere piuttosto quello di un medium, di qualcuno attraverso il quale le voci di Sibilla, Giulio, Jules e degli altri potessero tornare a parlare. Per questo la mia voce più personale è presente quasi esclusivamente all’inizio e alla fine del libro.

Anche il finale è molto bello e lasci il lettore con una sorpresa dove si chiude il cerchio della vicenda, ma anche tra storia e autore. Senza anticipare nulla, ti chiedo solo: c’è un modo per riconoscere i luoghi magici?

Sì. Ed è molto più semplice di quanto si possa immaginare.

Salutaci con una citazione dal romanzo

Sibilla, tra i letterati del suo tempo, è una rara e magnifica eccezione. Nell’ordine: autodidatta senza diploma, madre che ha abbandonato il marito, che era stata costretta a sposare, e il figlio nato dalla violenza di questi su di lei appena quindicenne, compagna – fuori dal matrimonio – di una delle maggiori personalità letterarie a cavallo tra i due secoli (l’adesso pressoché dimenticato Giovanni Cena) e quindi donna sola, di costumi liberi e “spregiudicati”, consapevole che questo è ciò che ha e ciò che è, l’essere donna e poeta, senza beni e senza casa, continuamente in viaggio da un luogo all’altro, instancabilmente alla ricerca di un amore e, ancor più, di se stessa nell’amore.  

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cultura & arte, editoria, interviste, musica, recensioni, Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Simone Caltabellota

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazieee

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...