L’età definitiva di Giuseppe Schillaci

Cop-Schillaci fronte

di Marilù Oliva

L’età definitiva scritto da Giuseppe Schillaci, già candidato al premio Strega nel 2010 con L’anno delle ceneri (Nutrimenti), è uscito a maggio 2015 nella collana di calviniana memoria Meduse della casa editrice barese LiberAria. Collezione, più che collana, dalla grafica curatissima: questo libro è il numero sette.

Il protagonista, Nico Chimenti chiamato il Tedesco, ha vissuto a Berlino e ora vivrebbe a Roma, se non fosse per questa parentesi palermitana che dà avvio alle pagine, catapultando lui e il lettore in un’isola, la Sicilia, che è una e molteplice, perché «le isole, a questo mondo, non sono mai da sole; le isole si cercano, si fanno compagnia». Tornato a Palermo, già disperde la percezione di tutta la sua vita romana (la casa del padre, il bar Dante, il caffè al vetro), in una dissoluzione e ricomposizione del tempo che scivola, sfugge, quando non addirittura cade:

«Il passato prossimo, qui, non esiste: tutto è remoto, successe, fu».

Nico plana dunque in un limbo che travalica i tempi, torna alle sue radici, nella stanza che anni prima divideva col gemello, convivendo ora con una madre già quasi incanutita, Doris, che parla poco, delle volte si eclissa a letto, ma altre volte gli rivolge le domande che fanno le madri quando vogliono andare dritto al sodo. Il lavoro all’Area, l’incontro con Simona, la doppia vita di lei, l’assalto che lo fa risvegliare all’Ospedale: il proseguire dell’esistenza si interseca con ricordi lontani solo anagraficamente, ma non nel cuore né nella mente. Sono le note del Conte, soprannome del gemello Leonardo, età puberale e la dedizione per gli amici, verso i quali l’esclusività si tinge anche di una valenza comunicativa:

«È cornadura inventare parole che solo gli amici capiscono e che nel mondo sono come bombe a mano, gavettoni d’acqua contro la gente normale».

Una vita breve, quella di Leonardo, nemmeno quattordici anni, ma vissuti fino in fondo. Con la passione per la musica che lo portava ad ascoltare AC/DC e Metallica, ma anche a fondare un gruppo, gli Über Alles:

«GO ÜBER ALLES GO! Ho scelto questo nome un anno fa. L’ho scelto perché significa “sopra ogni cosa”, e sopra ogni cosa c’è la musica, e ancora sopra c’è la voce, che è musica e parola assieme. Non so cosa c’è sopra ogni cosa, in verità, forse ci siamo soltanto noi, io e Nico. Tutto il resto è sotto».

Un libro scritto molto bene, con un uno stile particolare, con quella musica richiamata nei gusti dei ragazzi, ma anche in alcune chiusure, un romanzo che parla della vita, dei ricordi, delle strade: quelle da scegliere per non restare totalmente disorientati. Quelle che ci porteranno avanti o indietro, a seconda di ciò che desideriamo e a seconda di ciò che ha deciso il nostro orologio interiore, perché da lui non si scappa, è da sempre puntato sull’età definitiva:

«L’assunto è banale: ogni uomo e ogni donna appartiene a un anno preciso, un tempo perfetto, in cui il proprio volto è realmente suo; per il resto della vita, ognuno non fa che inseguire quell’età o rimpiangerla: ecco, quindi, la donna col viso dei dodici anni, le gote gonfie e indecise, lo sguardo né infantile né adulto, condannato ai dodici anni e costretto ad andare oltre; oppure il bambino col broncio del quaran- taduenne, l’espressione disillusa tra gli occhiali e il labbro, la noia per lo sgocciolio del tempo.  Ognuno ha un tempo, un tempo dato, un anno tutto suo, per sempre, un tempo da rinnegare anche, ma cui non puoi sfuggire: un anno che non puoi scucire dal volto».

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