RubriCate: Planctus

LauraPlanctus”

di Laura Liberale

(Meridiano Zero Edizioni)

Un quarantaquattrenne fresco di licenziamento da un ospedale, luogo della cura, in cui si occupava di pubbliche relazioni, spiaggiato sulla soglia della mezza età, reagisce alla perdita del lavoro facendosi carico del lutto degli altri, diventando una sorta di counsellor dei dolenti. Di lui per il momento si sa poco, se non che è coscienziosamente teso a riannodare nell’animo altrui i fili strappati da un’interruzione mai elaborata, traumatica, e a riempire i vuoti con parole lenitive, terapeutiche e protesiche.

Gli si affidano quattro afflitti, colpiti ciascuno da una sottrazione irreparabile che li intrappola nell’attimo dell’addio mai celebrato. Quattro indimenticabili personaggi descritti con un nitore e una perizia che li fa sporgere dalle pagine in tutta la loro composta e densa sofferenza. Sono tre donne e un uomo sconfitto.

La Maliarda: materna, soccorrevole, attempata ed elegante bellezza, incredula rispetto al decesso in un incidente stradale del figlio poeta, perennemente sprofondata in una trasposizione interiore della tragedia in termini di influssi astrali e temi natali che possano giustificare, dare un senso alla disgrazia. Monologhi che puntualmente si arrestano davanti alla disperante evidenza dell’assenza.

La Vulnerata: giovane attraente, empatica, trepida e partecipe. Vittima manipolata di un amante insaziato e insaziabile, sezionata, divorata, digerita e abbandonata.

Il Sopravvissuto: per sua stessa ammissione un fallito, pusillanime e rinunciatario. Anziano magazziniere, mai assurto a un’interezza in seguito al doppio trauma infantile della morte del fratellino e del suicidio della madre. Privo di caratteristiche peculiari, e completamente fagocitato ma anche interamente costituito dal suo antico dramma.

La Gotica: diciassettenne dark orfana di madre, pervertita a una oscura attitudine manipolatoria, a un annoiato sadismo, refrattaria alla compassione, ingorgata del fastidio per l’altrui debolezza. Morbosa spettatrice delle emozioni e della sofferenza che non vuole e forse non può provare.

Assieme formano una sorta di gruppo che osa diverse strade per maneggiare il lutto e giungere a un’accettabile emancipazione dal rifiuto paralizzante.

Strumento salvifico in questa direzione sono le parole. L’elaborazione verbale del dolore tramite la narrazione scritta, il dialogo, l’introspezione, la preghiera e la messa in scena. Ogni tentativo celebrato dai quattro, diretti dal compassionevole, partecipe, ispirato “agevolatore del commiato”, è volto anche a superare i sensi di colpa, a liberare la rabbia, a sbloccare dalla congelante definitività le ultime frasi scambiate con i perduti.

Gli “agevolati” (tranne Giulia la Gotica, irrimediabilmente precipitata nel proprio buco nero emozionale, tra i compagni e non assieme a essi) si assistono vicendevolmente nel commovente percorso. Interpretano l’uno per l’altro il ruolo del carnefice, del figlio strappato, della madre suicida, del morto annegato senza compassione. A ogni messa in scena, elementi interpolati favoriscono l’assimilazione dei vissuti, e il pianto trattenuto finalmente fluisce.

planctusUn tepore pervade progressivamente le pagine, che dalla raggelante penombra dello scantinato di una ditta di pompe funebri, sede di molti incontri terapeutici, vengono via via illuminandosi della brillantezza dei corsi d’acqua e del verde dei boschi e dei prati, scenari scelti dall’agevolatore del commiato per la messa in scena dei traumi più significativi.

(Dopotutto il verde è il colore alchemico della rinascita e della resurrezione).

Infaticabile, l’autrice si cala nell’io narrante, e poi ne sguscia fuori per descrivere quelli che definisce gli scorci interni dei protagonisti, i loro pensieri, i ricordi, le emozioni più o meno encomiabili. Neanche fosse alla macchina da presa, Laura Liberale, e riprendesse da tutte le angolazioni il dipanarsi di una vicenda che, tra salti nel passato e tuffi nel presente, si configura come un pellegrinaggio vero e proprio alla volta del crocevia in cui il Sopravvissuto, da bambino, ha abdicato a se stesso.

Ed è proprio in prossimità di quell’ultimo setting all’aperto che, come un pianto sommesso e persistente, affioreranno anche il lutto del terapeuta e il suo bisogno di riparare.

A dimostrazione che le parole che confortano e leniscono, che curano e sanano non sono sufficienti a un’agnizione salvifica. Ma occorre anche, per la restituzione di un senso a chi resta, concedersi una seconda, una terza e innumerevoli altre occasioni per pronunciare le frasi di accompagnamento al morente che non sono state dette nel momento del trapasso.

E se è vero che i morti non possono essere richiamati in vita con i pianti, è però possibile onorarli dentro di noi, con le parole dell’amore accorato e imperfetto.

Un romanzo incantevole, questo “Planctus” di Laura Liberale, che riesce a maneggiare tematiche scabrose come la morte, e il lutto, con la grazia della poetessa di vaglia che è. Ogni parola è scelta, soppesata, e incastonata in una prosa perfetta come filigrana.

Eppure tutta questa cura formale non offusca per nulla l’autenticità della scrittura dell’autrice. La sua caratteristica, appassionata sincerità.

Traspaiono, in controluce, una grande conoscenza della cultura orientale, della mitologia, della psiche, degli incastri tra i cuori, dei legami di sangue.

E se in lavori precedenti, come il superbo “Tanatoparty”, la pervasiva morte era narrata con una prosa solenne, complessa, coltissima, in “Planctus” la speranza si apre prepotente un varco, e la lingua è un distillato alchemico, tersa e fulgida.

Indimenticabili le descrizioni dell’infanzia del povero Sopravvissuto, vestito da fraticello e trascinato dalla mamma impazzita al crocicchio, forse per evocare il fratellino defunto, il Citin, malevolo infante perduto. Descrizioni che richiamano le grandi fiabe nere per adulti, come “Il buio fuori” di Cormac McCarthy in cui una madre, abbacinata dalla perdita, vaga alla ricerca del figlioletto che le è stato sottratto.

Laura Liberale si conferma, con questa ultima prova, una splendida tessitrice di storie ammalianti e intense.

di Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate: Planctus

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    interessante

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