La storia di Mortimer Griffin

Mordecai1di Marilù Oliva

Vi eravate innamorati de La versione di Barney? O di Joshua ieri e oggi? É tornato per Adelphi, nella collezione Fabula, numero 291, Mordecai Richler (nella foto, ritratto a 41 anni), con un romanzo dissacrante, tagliente, ambientato in parte nel mondo dell’editoria e dello spettacolo (o meglio: nelle teste di chi bazzica quei mondi), che si fa beffe di ortodossie simulate o radicate – e non è un caso che l’autore sia nato e creasciuto a Montréal, in una famiglia ebrea ortodossa.

Un libro segno di nota a partire dal suo debutto inglese quanso, nel rivoluzionario ’68, fu messo all’indice in diversi paesi di lingua inglese sia per la sua supposta scabrosità sia perché fomentatore di libertà di costumi che “avrebbero potuto attentare” una swinging London già rinnovata dai mutamenti sociali in corso.

L’antieroe eponimo de La storia di Mortimer Griffin (titolo originale: Cocksure – ovvero baldanzoso, sicuro di sé – e tradotto in italiano da Giovanni Ferrara degli Uberti) è un quarantaduenne in forma, alto, di una bellezza convenzionale, editor in un casa editrice di qualità, la Oriole Press, nonché WASP doc, ovvero autoctono, non appartentente a nessuna delle minoranze locali. Ma il Creatore di Stelle, alias il più potente produttore hollywoodiano decide di acquisire la casa editrice, la vita di Mortimer comincia a vacillare, anche scossa da inquietanti segnali. A seguito di una battuta mal interpretata, un suo ex-carissimo amico, Hy, gli si rivolta contro, non vuol sentire ragioni, gli crea ostruzionismo. Senza contare che l’autostima di Mortimer precipita: la propria forza sessuale va scemando giorno dopo giorno, l’ossessione di essere munito di un organo ipodotato non aiuta. E poi c’è Joyce, quella moglie così freddina, alternativa a tutti i costi, asettica:

mortimerJoyce non poteva sopportare la vista di cibi stantii o odori corporei o una macchiolina sulle lenzuola o la presenza di insetti in casa, foss’anche un moschino, cui all’occorrenza era capace di dare la caccia per ore armata di un altro spray, stavolta micidiale. Il suo orrore per la sporcizia si estendeva ai libri di seconda mano: non gli permetteva di tenerli in casa, adducendo che il precedente proprietario poteva benissimo essere stato un portatore sano di vaiolo. O un sifilitico.

Il quadro non è completo: manca un ambiente di lavoro avverso al limite del mobbing, un figlio che frequenta una scuola “sciagurata” e così progressista che rovinerebbe lo sviluppo a molti ragazzi in età puberale e un amico strano, molto particolare, rozzo, basso, irsuto, lurido, menefreghista, incontinente, irriverente ma adorato dalle donne e idolatrato da Mortimer: ecco, c’è il sospetto che questo amico, che risponde al nome di Ziggy, lo tradisca. Rientrerebbe nel personaggio, del resto, come risulta da questa piccola porzione estrapolata dalla sua biografia:

Così (Ziggy) se ne andò a Parigi (…) e poi addirittura in Canada, dove fiorì brevemente ingravidando ragazze franco-canadesi e allevando bambini finché non raggiungevano l’età di tre mesi, dopodiché li vendeva a coppie senza figli a Manhattan. Sistematosi di nuovo a New York, superò l’handicap dell’accento inglese snob quanto bastava per tornare a Londra e presentarsi come un hipster, che sapeva parlare con competenza di jazz ed era un esperto di slang yiddish e di droghe. Era diventato Ziggy Spicehandler: un uomo del Rinascimento, diceva di sé, poeta, cineasta, attore e pittore.

Due leitmotiv, uno riguarda la sostanza – e la vacuità – della celebrità connessa alla ricerca dell’immortalità – e in questo senso, quando Mortimer varcherà il Sancta Sanctorum degli studi hollywoodiani, riceverà rivelazioni illuminanti. L’altro riguarda il tema dell’antisemitismo, anche sotterraneo, anche forzato, anche utilizzato come strumento di sopraffazione contro chi viene scambiato per razzista e non lo è. Sembra quasi che questo autore d’origini ebree voglia canzonare tutte le schizofrenie indirizzate contro la cultura d’origine.

Che il cerchio venga chiuso proprio dal guru del cinema è la ciliegina sulla torta di questa deliziosa commedia/non-commedia della decadenza basata sul paradosso: colui che sta per disfacersi sotto l’egida della malattia, colui che detieni i grandi segreti delle stelle sorte per la kermesse della finzione e sa come funzionano i lavaggi di cervelli inflitti alle masse, svela la chiave dell’inconsistenza di ogni antisemitismo e lo fa ridacchiando:

Be’, vede, il fatto è che oggigiorno io sono un pezzettino di ogni cosa.

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in recensioni, romanzo, Uncategorized e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a La storia di Mortimer Griffin

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...