PINO CACUCCI 

pino interoATTIVITA’:  scrittore e traduttore, sporadicamente giornalista

SEGNI PARTICOLARI:  istintivo bastiancontrario e insana propensione a dubitare di qualsiasi versione ufficiale

LO TROVATE SU: FB e Twitter 

Quando da piccolo ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare, cosa rispondevi?

Da piccolo, ma davvero piccolo, rispondevo una cosa senza senso: lo straccivendolo. Non saprei dire cosa mi attirasse di quel mestiere, forse la possibilità di raccogliere roba vecchia quando a casa mia non c’era mai posto per le cose che volevo tenere (stesso problema odierno: accumulo ricordi di viaggio compulsivamente), ma per tanti anni i miei mi hanno preso in giro ricordandomi quale “carriera” volessi intraprendere a tre o quattro anni… Poi, il disegno e la pittura presero il sopravvento, e a un certo punto pensavo che “da grande” avrei voluto fare l’autore di fumetti. E qualcosa ho fatto, ma con risultati poco soddisfacenti. Però emerge dalla memoria un dettaglio inquietante: a circa dieci anni pretesi fortissimamente come regalo di compleanno una macchina da scrivere, che fu una Lettera 32, eppure non avevo nulla da scrivere… Ero attratto da quel marchingegno, pur non essendoci un motivo “pratico”. Che avessi già dentro il virus della scrittura? Be’, con gli anni, quasi altri quindici, quella ormai vecchia Lettera 32 l’avrei usata per i primi racconti, nel ’79.

In Quelli del San Patricio (Feltrinelli) il messaggio è chiaro: se la storia la scrivono i vincitori, tu la racconti dal lato dei vinti. Chi erano “quelli del San Patricio” e perché hanno scelto di lottare coi messicani? 

Erano innanzi tutto giovani migranti irlandesi sbarcati in America con un sogno di riscatto dalla miseria e dalla dominazione inglese. Trovarono odio e rifiuto, si sentirono emarginati e vittime di soprusi, in una parola, di razzismo. E si arruolarono nell’esercito degli Stati Uniti proprio per inseguire quel riscatto: ma anche lì, umiliazioni e ingiustizie. Poi, spediti in Texas come truppe di occupazione, scoprirono che con le genti messicane avevano molto in comune. E decisero di disertare, sì, ma non per fuggire dalla guerra, bensì per combattere dalla parte delle vittime dell’invasione. Sapevano che erano destinati alla sconfitta militare, ma non ebbero paura né ripensamenti: erano ribelli in Irlanda, restarono ribelli per sempre.

Penso che i tuoi libri debbano essere letti innanzitutto perché sono belli, poi perché si imparano un sacco di cose. Ma in particolare devono essere letti da chi vuole andare in Messico o vuole in qualche modo avere un approccio con questo paese tanto complesso e pieno di sfumature, ambivalenze, luci e ombre, perché alcuni tuoi romanzi è come se fossero – anche involontariamente – delle guide. Penso a Mahahaul o anche a molti altri, La polvere del Messico, etc. Se tu potessi cambiare una cosa di questo paese, cosa cambieresti?

Mi verrebbe da dire istintivamente: l’intera classe politica con l’apparato giudiziario e poliziesco, perché la stragrande maggioranza dei messicani non si merita la sua classe politica… Ma è un’enormità, cambiare questa “cosa” è un compito immane, tanto vale non limitarsi ai semplici desideri. La principale tragedia del Messico è l’ingiustizia sociale, e quindi economica, contro cui scoppiò la prima rivoluzione del XX secolo. Ma è anche vero che la tragedia più diretta, quella che fa sgorgare sangue ogni giorno, è il narcotraffico (e di conseguenza la corruzione che genera a tutti i livelli). Bene, a questo riguardo si potrebbe cambiare una “cosa” sola e risolvere tutto: cambiare la legislazione e legalizzare qualsiasi sostanza. Di colpo, il narcotraffico scomparirebbe, perché cesserebbero gli introiti e gli interessi. Madre Natura ci ha dato l’oppio, la canapa e la foglia di coca per alleviare i mali del corpo e dello spirito; noi ne abbiamo fatto un “vizio” che genera enormi guadagni. Lo scrittore Don Winslow, autore dell’ineguagliabile “Il potere del cane”, in una recente intervista lo ha ribadito: la legalizzazione è l’unica soluzione, e sarebbe anche a effetto rapido (e fa l’esempio degli stati dell’Unione che hanno legalizzato almeno la marijuana, facendo crollare del 40% le entrate della criminalità organizzata). Ma chi li convincerà mai, i membri di quella classe politica e di quell’apparato giudiziario, che incassa tangenti dai guadagni del narcotraffico? Per non parlare delle banche, principali beneficiarie dei fondi neri che ne derivano.

san patricio

E – dal momento che vivi in parte in Messico e in parte in Italia – se tu potessi portarti via una cosa da un paese all’altro, qualcosa che invece non ti è possibile trasportare (anche qualcosa di astratto), cosa metteresti in valigia?

La dignità di tanti messicani, quelli che mi invogliano ancora a tornare là, malgrado tutto.

Come vive oggi e ha vissuto nella storia il Messico la vicinanza e il rapporto con gli Stati Uniti?

Lo vive male. Tutti citano ancora quella vecchia frase di inizio 900: “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”. Ieri come oggi, è un rapporto di sudditanza imposto, allora con una guerra di invasione, oggi con mille ricatti finanziari e politici. Ed è anche un rapporto schizofrenico, perché tanti messicani vorrebbero andare negli Usa per lavorare, e quelli che ci riescono mantengono comunque una forte identità messicana, e la maggioranza spera solo di mettere assieme abbastanza risparmi pere tornare e comprarsi una casa e un pezzo di terra o mettere su un’attività dove sono nati e cresciuti.

Qual è il rapporto del Messico con gli stranieri e degli stranieri con il Messico?

Da molto tempo (direi fin dal periodo postrivoluzionario a oggi, cioè dagli anni venti) il Messico ha trasmesso agli “stranieri” la sensazione di libertà assoluta. E per molti versi è vero, perché l’indole delle genti messicane è di rispetto per qualsiasi forma di diversità, cioè nessuno si sente mai giudicato per come si comporta o come si presenta. Però è una libertà di cui tanti hanno abusato per autodistruggersi, mi vengono in mente i non pochi esponenti della Beat Generation (come Burroughs, Kerouac, Cassady) che in Messico si stravolsero di emozioni forti ingurgitando ogni sorta di droghe e alcolici, e alla fine del Messico capirono poco o nulla. E ancor oggi, nonostante i guasti del turismo di massa e del neoliberismo selvaggio che moltiplica la delinquenza, in generale i messicani sono straordinariamente accoglienti con gli stranieri (anzi, a volte ho l’impressione che abbiano anche troppa pazienza con gli eccessi di certi viandanti). Ma a patto che il rispetto sia reciproco: ho visto non pochi illudersi di essere “più furbi” e fare una brutta fine perché hanno provato a fregare i messicani, nei più svariati ambiti e situazioni; su questo aspetto, il Messico è un paese spietato. Rimane comunque questo dato di fatto: molti stranieri si innamorano del Messico non tanto per i paesaggi quanto per i rapporti che instaurano con i messicani; e sono invariabilmente persone dotate di una sensibilità che favorisce il rispetto reciproco.

Gloria Corica, tua moglie, e Simonetta Scala hanno curato insieme a te e a un’ampia redazione di “messicanisti” un volume illustrato, Pan del Alma, sul tema della morte in Messico. Qual è secondo te il rapporto particolarissimo dei messicani con la morte?

Affascina e attrae, perché la loro maniera di considerare la morte come compagna di vita, e i morti come presenze che tornano… insomma, il Messico è una scuola di filosofia permanente, dove si impara a convivere con la fine a cui nasciamo destinati. Scherzano e ridono con la morte e della morte, che viene personificata e si è così creata una lunga tradizione artigianale e artistica, nonché letteraria. Grandi scrittori come Octavio Paz e Carlos Fuentes hanno tentato di approfondire questo singolare rapporto in opere che restano immortali. Ma sarebbe troppo superficiale liquidare la cosa come mancanza di paura della morte: è ovvio che si soffre per la perdita e l’assenza, ma è anche vero che l’intera storia del Messico dimostra quanto poco la temano quando si tratta di resistere e lottare.

pan de almaCome cerca di raccontarlo Pan del Alma?

Gloria aveva in mente questa idea da diverso tempo: tentare di parlare della morte in modo divertito e divertente, in un libro pieno di colori e allegria irriverente. Era attratta dal bisogno di infrangere un tabù: noi occidentali evitiamo persino di parlarne, c’è chi fa gli scongiuri e chi cambia subito discorso. Ma rimandare la sola idea della morte è insano, denota un timore che poi rischia di implodere quando non puoi più evitare di affrontarlo. Così, abbiamo messo insieme una sorta di “collettivo” di artisti e autori, accomunati dalla passione per il Messico (e alcuni là ci vivono da tempo) senza però essere messicani, con in più alcuni messicani (soprattutto messicane) che vivono in Italia e affrontano quotidianamente il tabù da infrangere. Ne è scaturito un omaggio alla “Fiesta de los Muertos” e al Messico in generale, ma anche un’occasione di approfondire perché abbiamo tanta paura di ciò che è semplicemente scontato e ineluttabile. I messicani ci insegnano che convivere con la morte quotidianamente rende più intensa la vita, perché ogni giorno può essere naturalmente l’ultimo, e quindi lo si apprezza di più.

Una cosa che ti piace del mondo della scrittura.

La possibilità di prendersi una rivincita sulla realtà odierna e anche sulla storia raccontata in modo falso o del tutto taciuta.

Una cosa che invece non sopporti (sempre del mondo della scrittura).

La facilità con cui certi mediocri (e in alcuni casi persino miserabili) diventano noti in televisione e subito si sentono in grado di pubblicare libri (che spesso si fanno scrivere da altri), e glieli pubblicano perché conta di più la loro faccia di quel che contiene il libro. A chi pensa che certi libri pessimi basta lasciarli dove sono, va ricordato che la valanga di libri spazzatura invade le librerie perché i librai non possono dire di no al grande editore, e tolgono spazio vitale a tutti gli altri, imponendo così un’esistenza brevissima ai libri veri, spinti fuori (cioè resi indietro) dalla massa di carta inutile ma redditizia.

Banalizzando: non hai la sensazione che ci sia una sorta di disimpegno diffuso nella sfera degli intellettuali, soprattutto in Italia (e con le dovute eccezioni) la tendenza a coltivare il proprio fazzolettino e disinteressarsi di quello che succede intorno?

Tendo a vedere e seguire di più le eccezioni, rispetto a questa diffusa rassegnazione che assomiglia allo scoramento e quindi alla resa incondizionata. Ma in fin dei conti, cos’è un intellettuale? Chi si disinteressa alla realtà circostante, rinnega il proprio intelletto. Però capisco che di fronte a questa Italia e questa Europa si possa provare un senso di impotenza: io stesso mi sento altrove, anche quando sono qui.

L’ultima volta che hai riso di gusto. Ci racconti perché?

Per mia fortuna, mi succede ancora di ridere, magari non spesso come trent’anni fa (e questo mi fa venire in mente quella canzone di Vasco, “e la voglia di ridere che allora c’era, chissà dov’è…”), e pochi giorni fa ho riso parecchio, al matrimonio “tardivo” (ma non è mai troppo tardi) di una coppia di amici più o meno miei coetanei: al pranzo, ci siamo divertiti come ragazzini.

L’ultima volta che ti hanno ingannato.

Mi accade ogni volta che guardo un TG, per esempio… Personalmente, invece, non ricordo di essere stato ingannato da qualcuno di recente, se non per questioni irrilevanti. Riguardo all’inganno come cittadino, invece, l’ultima volta è stato con il referendum contro la privatizzazione dell’acqua: abbiamo stravinto, e “loro” se ne sono strafregati. Ecco, lì sì che mi sono sentito ingannato: potevo risparmiarmi di andare a mettere quella croce a matita su un pezzo di carta straccia…

Un sogno che temi non si realizzi mai

Appurare se Tina Modotti conosceva l’assassino del suo uomo più amato, il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, sicuramente assassinato dagli stalinisti, cioè da chi aveva accanto o alle spalle. E capire quanto fu vittima o, in parte, anche complice… Sì, mi rendo conto che la vita travagliata di Tina Modotti è diventata ormai un’ossessione.

Un sogno che invece si è realizzato, anche se non avresti creduto

Poter campare di scrittura: all’inizio non mi sembrava possibile. Poi ci sono riuscito, ma ora sta diventando sempre più arduo… Però campo anche di traduzioni, che è poi pur sempre scrivere.

A cosa stai lavorando, ora?

A una traduzione, appunto. Ho appena finito il secondo romanzo del messicano Jorge Zepeda, e sto finendo il più recente romanzo scritto dalla cilena Claudia Piñeiro.

Salutaci con una citazione da Quelli di San Patricio

Un pensiero dai ricordi “immaginari” di John Riley: 

Strinse le labbra e scosse la testa. Mi limitai a salutarlo portando la mano sul cuore. In fin dei conti, la colpa di tutto stava proprio lì, nella parte sinistra del petto.

 

 

 

 

 

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Una risposta a PINO CACUCCI 

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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