MICHELE TETRO

MP - Tonani-Tetro copiaATTIVITA’: Scrittore, critico cinematografico, giornalista

SEGNI PARTICOLARI:  Adora le patatine, in ogni loro forma e gusto, fuma la pipa, vive nel Lunarium, un non-luogo in cui le pareti sono anche i limiti (aperti) della sua mente.

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e MONDI PARALLELI

Le tue origini e la tua formazione

Grazie per l’interessamento alla mia tetra persona. Dunque, sono apparso su questo pianeta nel 1969, il 15 marzo (curiosamente, la data di trapasso di H. P. Lovecraft, lo scrittore weird che sarà mio nume tutelare per tutto). Mio padre mi portò a vedere “2001: odissea nello spazio a quattro anni, che fece da apripista ad altre sconvolgenti e influenzanti esperienze infantili come la lettura dei supereroi Marvel a fumetti, l’ossessione per i serial TV inglesi come UFO, Spazio 1999, Il Prigioniero, la passione per l’avventura come me la descrissero Jack London ed Emilio Salgari, il ritrovarmi a livello di forma mentis sulle posizioni del mio mentore H. P. Lovecraft, il considerare la fantascienza e il fantastico in tutte le loro forme il mio universo d’azione. Tutto questo mi ha portato, ancora in giovane età, a scrivere i miei primi racconti di SF, che vennero pubblicati sulla versione italiana di OMNI, facendo di me lo scrittore di fantascienza più giovane d’Italia nel 1982. A seguire la passione per il cinema mi distolse un po’ dal primo amore, finendo poi con l’inglobarlo. Poiché non potevo fare l’astronauta ho deciso di diventare scrittore. Dal 2001 pubblico libri di saggistica cinematografica, con i miei due colleghi Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo, cui si è recentemente aggiunto Walter Catalano. Sono poi autore di numerosi racconti di genere fantastico usciti in antologie e su rivista e del romanzo L’occhio ardente di Mbatian, celebrativo del trentennale della serie TV Spazio 1999. Mi sono laureato in lettere moderne con una tesi dedicata all’opera fantastica di Robert E. Howard, il “papà” di Conan il Cimmero e di altri barbarici eroi. Attualmente sono giornalista per una testata del Canavese ma il mio interesse è ancora tutto per il cinema e la fantascienza.

Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

L’astronauta, naturalmente.

E adesso, quando ti chiedono che lavoro fai?

Ancora l’astronauta, per certi versi. Poi, dato che chi me lo chiede vive in un mondo reale (o presunto tale) rispondo che sono uno scrittore… aggiungendo dopo pure giornalista.

Hai collaborato alla realizzazione del volume “Guida al cinema horror. Il new horror dagli anni Settanta ad oggi”, pubblicato da Odoya edizioni, assieme ad altri tre autori: Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo. Un secondo sottotitolo al libro.

Un secondo sottotitolo? “Autostrade, strade provinciali e sentieri verso l’horror… immissione a vostro rischio e pericolo”, perché alla fine di questo si tratta: una mappatura delle vie che portano al cuore di questo genere. Una carta geografica il cui fine è quello di farti perdere, un labirinto che conduce al centro dell’oggetto in questione… ma probabilmente senza uscita. Sarai nel covo del mostro e dovrai arrangiarti.

Perché avete scelto proprio gli anni Settanta come spartiacque?

Be’, l’idea originale era fare un tomo dalle origini del genere sino a… domani. Ma era ovvio che sarebbe venuto fuori un volume davvero… mostruoso per massa e pagine. Abbiamo quindi optato per realizzare due volumi, partendo dal secondo, cioè quello che copre il periodo più recente, che già è venuto fuori di oltre 670 pagine, riccamente illustrate. Abbiamo scelto gli anni Settanta come partenza perché in quel periodo nasce il New Horror, il trapasso dal gotico classico, da un certo modo di intendere il genere, da certe tematiche ormai invecchiate (ma le preferisco ancora alle più recenti, ci tengo a sottolineare) a nuove forme d’espressione, nuove fascinazioni, nuovi miti. L’orrore si trasforma dopo pellicole come “Rosemary’s Baby” e “La notte dei morti viventi”, niente più sarà solo alluso, il tessuto della società moderna sarà il ricettacolo di un “contagio” malefico d’inedita portata, i mostri da soprannaturali diventano spesso di natura umana, le tenebre nascono da un profondo interiore piuttosto che da una minaccia esterna e il sangue scorre copioso. Un orrore più reale, viscerale, meno favoloso e fantastico.

Siete quattro autori (nella foto sotto, mentre ricevete il premio Italia): come avete proceduto metodologicamente?

Cazziandoci e discutendo ferocemente tra di noi. No, scherzi a parte, avevamo già lavorato bene per il volume gemello, la “Guida alla letteratura horror” sempre di Odoya, e ciascuno di noi conosceva le metodologie di lavoro dell’altro. Poiché tutti e quattro abbiamo una concezione diversa del genere horror, abbiamo abbozzato il lavoro ciascuno in base alle proprie sensibilità o background culturale. Il che vuol dire che lasciamo al lettore la possibilità di farsi un’idea sua di cosa sia l’horror. Noi lo traghettiamo solo in questi mondi, poi lo abbandoniamo lì. Ci siamo divisi i capitoli ai quali ci sentivamo più portati e ne abbiamo sviscerato l’essenza. Ciascuno ha riletto l’opera dell’altro, evidenziandone refusi, lacune o eccedenze. Poi abbiamo tirato le fila, omologando il tutto in maniera coerente.

Catalano, Pizzo, Tetro-Premio Italia 2015

In questo lavoro titanico l’horror viene scandito, capitolo per capitolo, attraverso percorsi tematici che vanno dall’agorafobia alle case infestate, dagli spauracchi agli zombie. Ora ti chiedo di consigliarci un titolo (e di motivarcelo) a proposito di: Brividi all’italiana.

E’ la sezione per la quale ho più lacune, tant’è che vi ho partecipato solo analizzando i film di Dario Argento e poco altro. Perciò scelgo il titolo che forse più di tutti gli altri manifesta la potenza visionaria dell’horror, l’irrazionalità di base del genere, la concezione onirica e incubica di un qualcosa che alla fine non ha spiegazione logica ma vive solo di energia fantastica, sfrenata, libera, tumultuosa e trascinante, simile ad un gorgo di immagini, suoni, emozioni. E quindi scelgo per voi il film “Suspiria”, del 1977, storia di streghe moderne, ambigui palazzi liberty di razionale architettura pervasi dal Male, ragazze indifese e votate al sacrifico, efferati omicidi coreografati come fossero balletti del terrore, colori, luci, suoni, sospiri, grida e ansiti immersi in cromatismi rossi, blu, gialli a forti tinte.

Demoni e possessioni.

Un sottogenere che ha fecondato tutti gli anni Settanta e che ha ripreso vigore negli anni Duemila. Non si potrebbero però che consigliare “Rosemary’s Baby” di Polanski e “L’esorcista” di Friedkin, i veri capostipiti, poiché tutto quel che è venuto dopo non ha saputo fare di meglio, né per narrazione, né per effettistica, né per implicazioni. Tuttavia, ho un particolare affetto per un derivato italiano di Alberto De Martino, più virato sul tema dell’Anticristo: “Holocaust 2000”, che riverbera come il Male assoluto s’incarni in dinamiche socio-politiche e tensioni internazionali, veicolando le paure sul nucleare e l’instabilità esplosiva del Terzo Mondo, toccando il tematiche forti particolarmente percepite in quel decennio.

Fanta-horror.

Qui non si scappa: sempre “Alien” di Scott sopra tutti, il film che si sta imitando ancora oggi dopo 36 anni per stilemi, soluzioni visive, intreccio, design. Un serbatoio di immagini e concezioni sempre innovative. Ma anche stavolta indico un film “minore”, che amalgama perfettamente i due generi, fantascienza e orrore, in cui brillano come sempre due grandi attori inglesi come Peter Cushing e Christopher Lee, cuore e anima del Gotic Horror destinato ad essere soppiantato dal New Horror: quindi “Horror Express” del 1972, co-produzione anglo-spagnola diretta da Gene Martin, in cui sul treno transiberiano di inizio secolo XX si risveglia una creatura aliena in grado di trasmigrare di corpo in corpo per raggiungere i suoi scopi (tornare sul proprio pianeta), affrontata da due flemmatici scienziati inglesi, che saranno costretti a fronteggiare anche orde di morti viventi tra gli angusti vagoni, fino al catartico finale.

 

Horror INTERAStreghe

Sottogenere non tra i miei preferiti… dovrei dire nuovamente “Suspiria”. Ma no, invece, c’è un film splendido con protagonista una strega davvero straordinaria. “Coraline e la porta magica” di Harry Selick, film d’animazione del 2009 tratto da un racconto di Neil Gaiman. Indimenticabile quella strega-madre aracnidea con i bottoni cuciti sugli occhi e l’universo parallelo in cui vive, una deformazione incubica di quello reale, attraverso il quale deve avventurarsi una coraggiosa bambina che rivuole indietro i suoi veri genitori.

Horror marini (ho notato con contento stupore che avete dedicato una sezione anche ai movie ambientati in mare!)

Naturalmente, il mare inteso come serbatoio dell’inconscio da cui nascono i mostri, arrivando poi ad applicare la formula echo-horror con animali assassini e vendicativi. Ma in questo caso scelgo uno sgangherato film messicano del 1978, “Il triangolo delle Bermude”, ispirato ai veri casi di scomparse di aerei e navi nella famigerata area oceanica tra Florida, Cuba e isole Bermuda. Un B-movie che sa davvero come fare paura, anche se oggi lo si vede ridendo anche a più riprese. Ma quella nefasta bambola carnivora, dalle labbra insanguinate, che decapita a suon di morsi i pappagallini impazziti che attaccano la bambina sullo yacht condannato, è memorabile.

La casa maledetta per antonomasia è quella che sta al 112 di Ocean Avenue, via principale di Amityville, Long Island, «una bella costruzione in stile coloniale olandese con al vertice due finestre a ventaglio simili a occhi cattivi (oggi però non più esistenti dopo un lavoro di ristrutturazione), già assurta agli onori della cronaca nera per un feroce eccidio avvenuto tra le sue mura nel 1974, quando durante la notte il giovane Ronald De Feo sterminò tutta la sua famiglia, genitori e quattro fratellini tra maschi e femmine, a colpi di fucile, spinto “da voci demoniache”, e destinata a far parlare ancora di sé l’anno successivo quando, dopo 28 giorni di terrore nel suo interno, i nuovi proprietari, la famiglia Lutz, furono costretti ad abbandonare a gambe levate e nottetempo la casa, teatro di ripetuti e inspiegabili eventi apparentemente soprannaturali». Questo caso di cronaca fu lo spunto da cui fu partorito il film Amityville Horror di Stuart Rosenberg. Ti viene in mente un altro caso di collegamento simile tra cronaca e film?

No, così articolato e duraturo no. Amityville è ancora un caso aperto, tra chi ne nega ogni attendibilità e chi invece crede fermamente nella “diabolicità” della bella villa coloniale, oggi rammodernata e privata delle “cattive” finestre a ventaglio che le erano caratteristica. Ben 12 sequel tra film per il cinema e produzioni home-video, decine di romanzi ispirati, centinaia di articoli e studi. Vi sono naturalmente altri film che si dichiarano ispirati “a storie vere”, con tutte le limitazioni del caso. Si pensi a “Psycho”, “L’esorcista”, “The Exorcism of Emily Rose”, addirittura proposto in una versione possibilistica verso il soprannaturale, questa, e un’altra più legata a spiegazioni di tipo realistico, come “Requiem”. Ma nessuna ha avuto l’eco mediatico di “Amityville Horror”.

Ci racconti una curiosità da dietro le quinte che non immaginiamo?

Be’, saranno leggende metropolitane o tentativi di far impennare l’interesse per un film… ma quasi ogni grande pellicola incentrata su esorcismi e possessioni ha “gustosi” retroscena ed episodi inquietanti avvenuti in fase di lavorazione. Troppi, per segnalarli tutti. Ma una semplice scorsa su wikipedia sarà sufficiente per darvi un’idea: cercate soprattutto “L’esorcista”, “Il presagio”, “Poltergeist”. Qui mi limito a ricordare la triste e atroce morte del regista Boris Sagal, noto per il fanta-horror “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra” (secondo adattamento del romanzo “Io sono leggenda” di Matheson), che mentre girava un film sulla Terza Guerra Mondiale finì decapitato dal rotore di un elicottero in fase di decollo. La cosa inquietante era il posto in cui si trovava durante le riprese: il parcheggio del Timberline Lodge Hotel, in Oregon. Cioè l’albergo utilizzato da Stanley Kubrick per le scene esterne di “Shining”: l’Overlook Hotel colpisce ancora, nella realtà.

E adesso una falsa credenza.

Una falsa credenza? Non sono per niente tetro.

Un finale che avresti preferito diverso

Detesto vedere morire ogni volta Robert Neville-Charlton Heston nella fontana del giardino di casa sua, in “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra”, dopo aver consegnato il proprio sangue incontaminato ai superstiti del contagio che ha trasformato l’umanità in notturni psicopatici albini. Lo rivedo spessissimo, ma alla fine muore sempre…

Un finale perfetto

Nello specifico genere horror? Quello che non ti offre risposte ma lascia tutto nell’ambiguità del non detto o rivelato.

Che opinione hai della critica cinematografica in Italia?

Bassina. Spesso impreparata sulle tematiche o sulle opere che si accinge a criticare. I giovani, quelli usciti dai blog, sono i più arroganti e carenti. Parlano di tutto e non hanno studiato niente, o almeno questa è la mia impressione (non assolutistica, per carità: ho anche riscontrato rimarchevoli eccezioni). Preferisco però ancora rivolgermi ai “vecchi tromboni” di altra generazione. Perlomeno, al di là della diversità di pareri, opinioni e sensibilità, si gioca un po’ più sul sicuro in fatto di professionalità.

Cosa trovi meraviglioso del mondo del cinema?

Ovviamente… il mondo del cinema!

Cosa invece detesti?

La ripetitività. Che sarebbe come dire quasi tutto del cinema di oggi.

L’ultimo film horror visto. Con giudizio  

“Darkness” di Balaguerò: non mi è piaciuto, quando avrebbe avuto tutte le carte per poter interessare. Una casa demoniaca, presenze non ben identificabili, riti sacrificali antichi trasposti nel moderno ma una sciatteria di esecuzione deprimente, mancanza di vera atmosfera, noia imperante e la sensazione di un nulla di fatto.

Salutaci consigliandoci un film pauroso. Ma veramente pauroso.

Vi saluto e ringrazio consigliandovi di vedere o rivedere “Gli invasati” di Robert Wise, 1963, tema case infestate. E’ l’horror perfetto. Non si vede niente, non scorre sangue, non ha effetti speciali. Ma è terrificante, fin dall’incipit letterario ripreso fedelmente dal romanzo di Shirley Jackson. Immedesimatevi nei personaggi e proverete il brivido della paura vera: che non ha volto, che è dentro di noi, che non si lascia leggere, come diceva Poe.

 

 

 

 

 

 

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2 risposte a MICHELE TETRO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    L’astronauta, evviva!

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