FRANCESCO LETO

letoATTIVITÀ:  Scrittore

SEGNI PARTICOLARI:  cicatrice sul sopracciglio destro

LO TROVATE: al Bar

Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare da grande?

Indiana Jones o il pittore

E adesso, cosa dici?

Lo scrittore

Per Frassinelli è uscito qualche mese fa “Il cielo resta quello”. Un sottotitolo al libro.

Piccolo vangelo pagano

Il tema della nostalgia come ritorno (in senso etimologico, nostòs) e della mancanza sono leit-motiv del romanzo, assieme a quello dell’assenza, dal momento che Maria sparisce: sta quasi finendo l’estate quando lei esce di casa per non farvi più ritorno. Sei d’accordo?

Sì, l’assenza e quindi la mancanza sono al centro di ognuna delle storie che racconto in questo romanzo. È un romanzo corale in cui il tema della nostalgia viene declinato a più livelli: come scomparsa, mancanza di radici,  nostalgia del mare.

Quanto contano il mare – quel mare – il cielo e gli spazi, nel tuo romanzo?

Io volevo scrivere un romanzo che fosse marino, cioè liquido, immaginandomi le storie dei diversi personaggi come affluenti che alimentano col loro corso la storia principale che è quella di Maria. Il mare è inizio e fine per me. Lo è per i miei personaggi. È forse il vero protagonista del romanzo. È fonte battesimale e origine a cui si ritorna.

Parli di Mia Martini, Mimì Berté, nata col mare nella voce. Cosa ti è rimasto di lei e delle sue canzoni? E, soprattutto, cosa volevi restituire al lettore (sempre di lei)?

Mimì Bertè è uno dei personaggi del romanzo. L’ho pensata e raccontata come un qualsiasi altro personaggio letterario. Volevo, forse con troppa ambizione, trasformare la sua storia e i versi delle sue canzoni in letteratura. E poi con questo romanzo volevo licenziare la mia infanzia: l’ho scritto due anni fa tra i 29 e i 30. A quell’età non si può fingere di non essere adulti. Se domani non scrivessi più, volevo lasciare qualcosa di autentico. Ecco, io sono ciò che ho scritto, vengo da quella terra che ho raccontato, io sono il mare della Calabria. E le canzoni di Mimì sono state la colonna sonora della mia infanzia. Nei viaggi con mio padre, a casa di mia nonna, si ascoltava Mia Martini, sempre. Volevo raccontare la sua storia, una storia che ricorda le tragedie greche. Ho incontrato Olivia, la sorella più piccola, e insomma lei era felice del mio progetto. Poi ho iniziato a scrivere ed è stato un tuffo nel mio immaginario infantile, un ritorno alle radici dell’infanzia. Del resto, oggi col senno di poi, devo ringraziare le comari del mio quartiere perché da loro ho appreso la tecnica del racconto: io ero sempre a casa di mia nonna, loro – le comari – si raccontavano la rava e la fava mentre mondavano la cicoria o facevano finta di fare il rosario, io ero l’unico maschio ammesso ai loro pettegolezzi. Avevano il dono innato della fabula e dell’intreccio. Il mio seminario è avvenuto lì prima che sui libri di letteratura.

Questo è il tuo secondo romanzo. E’ stato difficile pubblicare?

È sempre difficile pubblicare, soprattutto se si ha una chiara visione artistica del proprio percorso. Raccontare una storia senza badare a ciò che oggi è più spendibile o collocabile all’interno del mercato editoriale, rende il processo più complicato. Ma io sono come il cardellino del mio romanzo. U cardiddu. Preferisco morire che non essere libero. Libero di essere ciò che sono, di scrivere come scrivo. In fondo, io sono, come scrittore, il risultato di ciò che ho vissuto da quando sono nato fino ad oggi.

Una cosa che non ti piace del mondo editoriale/artistico

In realtà io sono con un piede dentro a questo mondo e uno fuori. Una specie di outsider, un po’ perché è la mia natura, un po’ perché il mio percorso è appena all’inizio. Certo, non capisco perché molti editori si affannino a voler  pubblicare ad ogni costo un certo numero di libri l’anno. Forse un filtro sarebbe necessario, magari persino salutare. Che senso ha pubblicare uno dietro l’altro romanzi, a volte inutili, se poi ne vendi 1000 copie? Diminuire la produzione e lavorare di più sugli scrittore che si hanno, ecco questa potrebbe rivelarsi una buona prospettiva sia per chi scrive che per chi pubblica. Ma io vaneggio chiaramente. Non sono un fine conoscitore dei meccanismi editoriali. L’importante è cercare di non lasciarsi stritolare da certe logiche, fare il proprio percorso.

cieloUna cosa che invece ti piace 

Se hai la fortuna, puoi anche trovare un gruppo di lavoro che ti piace, che ti risponde al telefono, che puoi incontrare per discutere di idee che riguardano il tuo libro. Chi scrive poi si costringe a stare molto solo. A volte soffro la solitudine. Ecco, mi piace l’aspetto del confronto e dell’incontro – quando c’è, anche se credo che molto dipenda da te. Alla fine bisogna determinare se stessi, ribadire la propria dignità di scrittore anche, o forse soprattutto, quando la forza contrattuale che puoi vantare è limitata. Ma io non sono quello che vendo, ma quello che scrivo. E devi rispondermi al telefono! Per esempio, storicamente le donne sono sempre state soggetti deboli contrattualmente. Ecco che quando una ce la fa, si strologa sempre sua sulla stronzaggine, sulla ruvidezza di carattere, la crudeltà. Non ci si chiede però se quel ‘brutto carattere’ è stata l’unica difesa contro chi non la prendeva sul serio. Io ho un brutto carattere.

Due pregi e due difetti.

Pregi: intelligente e ironico. Difetti: lunatico e incazzoso.

L’ultimo dubbio

Ho iniziato il vaccino omeopatico, l’oscillococcinum. Il dubbio se funzioni o meno.

Non funziona, te lo dico io. 🙂 Una certezza

La scienza.

Raccontaci quella volta che hai insistito

Di parlare con una persona. Però alla fine, non ne valeva la pena.

Raccontaci quella volta che sei scappato

Mi viene in mente il liceo. Scappavamo spesso dopo la ricreazione per andare a fumare. C’era una fontana non lontana dal liceo, verso la campagna, di quelle da cui passi per riempirti le bottiglie. In primavera ci andavamo spesso. Scappavamo spesso da scuola, io insieme al mio compagno e compagna di banco. In tre.

E quella che ti sei arrabbiato.

Mi arrabbio spesso, troppo per parlare di una situazione specifica.

A cosa stai lavorando, ora?

Cerco di vendere ‘Il cielo resta quello’, è un lavoro riuscire a conquistare sempre nuovi lettori.

Salutaci con una citazione da “Il cielo resta quello”

‘Che cazzata! Che cazzata … è morta a nonna e mo?’, se detto con l’intonazione un po’ querula e l’accento calabrese fa troppo ridere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una risposta a FRANCESCO LETO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazieeee

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